Cose

Le cose

ognuno
le vede a modo suo
ma loro non sembrano
esser viste
differenti allo stesso tempo
tuttavia in effetti

non si sa le cose
cosa siano.

Mediterraneo

Mare di corpi
gettati per scelta
o destino
come morti senza
come adesso
bambini tuffati
nelle ansie materne
e mettiti la crema
aspetta a fare il bagno
speranze contrarie
come barche
in questo mare
di corpi umani.

Cose piccole

I quadretti del tovagliolo,
il cemento tra le piastrelle,
la coda arrotolata
attorno al gatto,
i fiori disegnati
e i cuscini sul divano,
le crepe nel muro,
i fili appesi
dei tram.

Cose piccole,
che conosco.

 

In fondo

Non fa una grande differenza. I palazzi stanno al solito posto, dritti come di consueto, e pure gli alberi (quei pochi) son gli stessi di sempre. Fiori non se ne vedono – è vero – ma neanche prima, in fondo.
Il traffico del centro sembra, in fondo, lo stesso, e ai lampioni identica pesa la fatica dei giorni, da sudare fino a sera. L’asfalto non piange quei piedi che han smesso di corrergli dietro, né i semafori conoscono la nostalgia dei passaggi andati.
Le maniglie non lamentano la perdita delle dita, che le stringevano con dolcezza, o rabbia. Cosucce – queste ultime – di cui, in fondo, nemmeno s’accorgevano. Alle sedie non manca il calore d’un tempo, né i letti si disperano per il vuoto troppo leggero, d’un corpo che non torna.
Soltanto una minoranza tra gli esistenti si affligge per le cose passate ad altro stato (se migliore o peggiore, in fondo, non fa differenza). Ma quei pochi farebbero bene a imitare i molti: la maggioranza vince e, in fondo, con ragione.

 

E io dov’ero ?

Non so, non ricordo. Davvero quella mattina non saprei dire, con esattezza, eppure qualcosa avrò fatto, sarò stata in qualche posto, il mio corpo avrà occupato uno spazio, come sempre avrò respirato, mi sarò grattata la fronte in cerca d’un pensiero che senz’altro – per la conoscenza che ne ho adesso, cioè dopo – non era quello più appropriato per il momento, le circostanze, e lo so, lo so che non c’entra, farmene una colpa sarebbe peccare di presunzione, però il divario, la distanza tra i vissuti, ecco la distanza, sì, il ritiro dal mondo (questo) di un io che sei tu, sei tu, ancora una volta, sola.
Mentre tu ti trovavi, io ero in un posto che non so, a fare qualcosa, che non ricordo. Il fatto è semplice: siamo state lontane.

Ora lascia che ti tenga stretta.

 

Del più e del meno

Di fronte alla morte, uno potrebbe anche parlare di cose serie, serie nel senso di profonde, quelle cose che “solo chi ha conosciuto il dolore, allora…”. Ed eccolo lì il dolore: sulle ferite, i lividi d’un volto caro, un figlio, un fratello, una madre.

Invece di fronte alla morte si parla della vita v minuscolo, cose così, niente di speciale. Di fronte al dolore che ti si appiccica addosso non sai bene come ma, se conti, sai da quanto, di fronte al dolore inghiottito e non ancora digerito, si parla del tragitto del tram, il due, che fa un giro enorme (pare), si parla del caffé della macchinetta (zuccherato non è male), si parla di chi è il medico di turno stanotte (se ha gli occhiali allora non può che essere, eh no, l’altro è nettamente più giovane), si parla di quanto ha fatto il Toro, della marca delle sigarette, di come sono belli i pantaloni della ragazza, si parla di cose come “hai mangiato”, “hai dormito”, “mettiti il pigiama adesso”, “non vedi che stai sudando”, si parla del taglio di capelli, si osservano le orecchie intatte, piccole e ben disegnate, attaccate alla testa come se niente fosse. Si prova sollievo e invidia allo stesso tempo (beate quelle orecchie).

Poi, quando una voce ti chiede: “Cosa posso fare?”, si sta zitti, pensando a qualcosa, ma niente. “Una passeggiata, signora, cammini fino al fondo del corridoio” oppure, e forse è peggio: “Pazienza, signora, porti pazienza”.

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