Nuovo Mondo

Anni che non riesco,
le ho provate tutte!
Perchè è così difficile
catturar solo una mosca?

Anni che mi agito
quaggiù nell’ovile
cocciuto nell’intento
mai portato a segno.

Forse è più facile
l’esser contenti,
che mi fa ridere
che sembra non esista.

Tale la mia natura
che con l’arco teso
mi dimentico del centro
già nuvole sul sole
e mi guardo i piedi
il cielo sopra la testa.

Due passi
Su quell’ali di farfalla
Sui piedi la polvere
Il colore d’ambra
Del volo.

Viola e giallo
Sui fiori del gelso
Lancia che splendi
La lama del cuore.

Rubo al giorno
La forza di quel salto
Gli rubo la terra
Che nera
L’accompagna
D’erica e rododendri.

Di quella lingua, sinuosa,
che m’avvolge la bocca
che mi tocca, che cerco
ansimante con la mia.

Quella lingua, veloce
A parlare, spesso affilata
Che dopo avermi preso
Mi uccide, mantide velenosa.

 

Busso.
Nessuno risponde.
Busso ancora.
Nessuno mi apre.
Busso e grido.
Mi guardi attraverso.
Busso, grido,
mi avvicino al tuo orecchio,
lo prendo tra le mie mani
ci urlo dentro il mio amore.
Ti scosti un poco
Qualcosa hai sentito
Ma non era forte abbastanza
Da poterne capire le parole
Così te lo dimentichi veloce
Un altro insetto fastidioso
In un mondo di vermi.

Nudo corro
Sul vetro d’acqua
Sui colori riflessi del cielo
In quello specchio sottile
Salato, sopra la sabbia.

Già il sole è sceso
Dietro le montagne
Già le stelle ammiccano
La luna oggi non c’è
Solo il mio respiro
Tra le rocce e la lava.

 

Non conosco quel fiore
Non l’ho mai visto
Mai portato al naso
Mai còlto
E ora che lo vedo
Rigetto l’idea
-Non esiste-
Mi dico
E lo calpesto.

Essenze, esistenze.
Uomini e le loro vite
le loro storie, esperienze
lacrime affetti paure
e gioie mondi, si,
piccoli mondi che s’incontrano
in un intreccio di vite a specchio
in cerchio, piccole luci
come stelle sul cielo di notte
mondi vicini e della stessa luce
Essenze di luce
Universi.

 

-Ingenuo-
Chiamatemi pure così,
non m’importa.
-Sfigato-
Me ne frego.
-Sei sfigato-
Lo sarei davvero
se non fossi un pazzo
Non voglio
le catene
collane di ferro
tenetevele.
Voglio il mondo
essere spontaneo
senza freni
toglierli
strapparli
uno ad uno
come le sbarre di una gabbia
è dura
lo so
essere liberi
dai nostri preconcetti zavorra
più facile parlarne
senza saperne il gusto.
Il cuore mi si alza così
piuma
nell’aria
non è piombo né ruggine
oggi volo
tra le sberle e le carezze
l’ho scelto
vivete voi al posto mio e se vi piace
l’indifferenza
il fango d’inibizione
e l’aria stantia
di chi si reprime lo slancio.

Insegnami la vicinanza
tra questi due poli magnetici,
io non capisco più,
sbatto la testa
soffro sai se si respingono!?

E allora vorrei dire basta!
smettere di avvicinarmi
quando mi allontani,
sì! smettere di farlo
addio.

 

E’ quello!
Sì è quello che mi prende e brucia
che mi colpisce la testa e urla
e l’urlo si alza, rimbomba
mi annienta.
E’ quel punto
da cui nasce e si irradia
come un suono continuo
l’opera eterna sulla mano dell’uomo:
e mi spaventa.
E’ così,
lo sanno tutti ma non a parole
una sensazione interna chiara
che precisa ci batte
o che forse ci bussa.

Terra d’autunno, landa,
vento che spazza e foglie
secche, accartocciate
nell’aria e nel fango.

Esile, nuda, spaurita,
che saresti della primavera
che scherzo ti fu:
che ora oggi sei qui in fasce
e già il tempo ti miete.

 

Mordi tu mastino ancora la colonna
del tempio, combatti i mulini a vento,
e ti disperi perchè con le tue mani non
riesci a trattenere lo scorrere del fiume.
Ancora non sei stato picchiato abbastanza
piccolo cane randagio, per dischiudere
i tuoi denti da quel pezzo di legno
che osso non è, ne appartiene al tuo padrone.

 

Alzi gli occhi e ti domandi
dove finisca il tuo mondo
dove cominci quello dei grandi.

Ancora non sei pronto
dentro di te lo senti e lo sai
dentro di te non sei in piedi.

A gattoni ancora per un poco
finché senza più voltarti indietro
saprai scegliere e ti rialzerai.

 

Brucia una stella
fiamma di vita
stella di fuoco
di passione
infinita.

Fuoco della Via
folgore di Spirito
incendio
l’anima
d’estasi
suprema.

La mia fonte del pianto,
spontaneo,
di gioia,
non trattengo più
io non posso.

Esplode la stella
nova nel cielo del cuore
respiro che incenerisce
carbonizza
la combustione
mi alimenta
energia
Io sono.

Latte
di luna e labbra
nel bianco del Kefir,
il lago nudo, avvinghiati alla liana
i tuoi capelli, d’onda
appena bagnati.

Mare
azzurroverde profondo
vicino
l’atollo, nero pupilla:
finestra sulla vallata di sotto
solo vento tra le foglie dell’ananas.

 

Lembo di sabbia avvinghiato all’acqua
nudi entrambi di passione senza fine
Senza fine la scelta che rimane appesa
nell’aria, ogni secondo, per sempre.

Cuore d’uomo avvinghiato alla vita
nudi entrambi di passione senza fine
Senza fine la scelta che rimane appesa
sul futuro, è un mistero, costante.

Occhi persi, o forse ritrovati,
che guardano un punto al cielo
lassù, lontano,
io non capisco dove viaggi
uomo dei sogni.

A volte sembra
che contieni il mondo
che capisci logiche importanti
che carpisci il senso di tutto questo
e penso, che forse,
tutte le mie idee sono come castelli
fatti un po’ di carta e un po’ di sabbia
costruiti là che non stanno:
imperi d’impermanenza
nella terra degli uragani.

 

Puoi star di qua,
puoi star di là,
stai dove vuoi,
stai nel mezzo se ti piace
quella terra di nessuno
che è sempre di tutti.
Alzi la cornetta, d’istinto.
poi riattacchi, calma pensieroso.

Vuoi venire ma non vuoi,
forse manco puoi
e in effetti non verrai
con tutti non puoi stare
devi decidere, lo sai
ma ti scoccia dirlo,
hai deciso
che farai?
“Si vengo!” e poi non vieni
“un imprevisto
mi spiace
ma volevo esserci, davvero
come è andata?”

Correre, tra le righe di quel pentagramma
con la chiave di violino lasciata alle spalle,
saltando le battute, non facendo pause,
sessantaquattresimi per trovarsi d’un tratto
in bemolle minore, e rialzarsi a tono di nuovo,
diesis maggiore stavolta, sorridendo note.

 

Occhi chiari
d’ebano velati
dell’immagine sopita
il riflesso costante.

Luci chiare
aurore nascenti
del drago la forma
cambiar si possa.

Del sole
la rugiada celeste
scheletro di un granchio
tra i fiori dell’ibiscus.

Il mare si assesta
alla riva di sotto
di quella sottile
nebbia d’acqua.

Regina della seta, sensuale stella
dell’antica Persia, nascosta.
Portale tra gli universi, attendi
sopita il risveglio del sangue.

L’anima si contempla
nel cielo: si riconosce immensa.
Perle di rugiada salata:
ancora non sai che sia successo.

 

Sul palco della vita
recitando se stessi
da sotto il palco
osservando,
vivendo,
dentro il palco,
nel palco,
il palco,
l’attore e’ sempre se stesso.

Spirale
occulta
percorsa
in entrambe le direzioni,
contemporaneamente.

Disegno o Dharma che sia
calamita l’eterno
verso il centro
mentre la coscienza
s’espande.

Il sole e’ alto nel cielo,
il Suo pensiero
ha la lunghezza
dei millenni.

Cosi’ come un gioco, da bambino
un palla, un’isola di sabbia, dell’acqua.
Un fuoco.
Fiamme di vita
l’energia lo slancio poi tutto
si condensa in una fiaba
che ruba l’anima a quel che e’ stato.

Cosi’ ci si riduce a far poesie
per accompagnar bellezze con dei fiori
e non tentar di raccoglierle.

 

Era la pioggia, quell’istante
in cui sola, quella scelta che eri
e che hai abbandonato,
ora lontana, immagine riflessa
in una sfera di alabastro,
lentamente sbiadisce e s’allarga
come inchiostro nell’acqua.

Era la notte lungo la costa,
era la solitudine della tua gabbia
che faticosamente avevi costruito,
cio’ che eri ma che non eri,
e cosi’ non mi vedevi piu’ dalla tua stanza.

Come se, non saprei. Accadde di giorno
o di notte non ricordo, forse un flash
e guardando da una finestra un film
decidessi di entrarvi, cosi’, tanto tempo
fa che mi vien da piangere copioso.

Tanto tempo fa che non so, laggiu’,
laddove pero’ non ricordo, lassu’ forse,
in quei luoghi di stelle esistetti prima
del tempo, dove ci si sveglia prima di
venire al mondo che mi vien da piangere.

Come se, non saprei. Lo vivo su di me,
dentro come un sogno, quasi un ricordo
arcaico del mio viver questo vagabondare,
di me da grande prima di esser piccolo,
di vissuto, dove decisi tutto al principio.

Tanto tempo fa che non so, vasto spazio
e lacrime, nel buio della notte laddove
brilla e brillano e scorsi la mia vita prima
che accadde, dove la scelsi tra le tante,
perche’ non ricordo, ma fu là, al principio.

 

Lo annusi, è l’insieme materia
il colore solido della forma,
l’aria di ciò che ti circonda,
è grande immenso ma piccolo
che lo senti, là in fondo, di contenerlo.

Contener il mondo, sottoinsieme
di questo e di quello,
è tutto ma c’è dell’altro
sebbene non lo sai ma lo senti,
ci scommetti, tu sei più vasto e lo comprendi.

L’aria ha cambiato odore,
oggi sa di umidità e di terra,
il tepore del primo abbraccio
che ne risveglia i profumi.

Le nuove stagioni bussano
e poi entrano senza attendere,
un po’ come quelle del tuo cuore,
quando arrivano non gli importa
che tu sia attento già preparato.

 

Vento.
Poi, nulla, solo un raggio di sole
sulla piuma, nel suo lento appoggiarsi
con grazia, sulla spiaggia.

Mi ricordo dei tuoi passi, leggeri
che accarezzavi la terra,
come bevevi il tè, con quei movimenti
eleganti, consapevoli del gesto.

E riprende il vento che si porta
via la piuma e si alza di nuovo alta
lassù, volteggiando e scomparendo
in questo cielo oggi così sereno.

C’è silenzio, e potrei aver paura
che qui non rimanga più nulla.
E’ quando tutto lasci che vada
che vedi infine la tua partenza.

Dal buio mi spuntano là, su quella
panchina, seduti vicini abbracciati
con gli occhi di una tristezza del mondo
intero, che giovani non sanno e sperimentano
di essere vivi soffrendo urlando nel loro incubo.

Dall’altra c’è il sogno infranto, l’accontentarsi
di quello che ci fa star male, perchè
si può stare anche peggio, c’è la decisione
non sentita, presa per forza, per caso o non presa,
l’ammainare le vele e lo smantellare il timone
rigetto di trovarsi per mare, uomo di terra.

 

E’ colui che si sveglia e capisce,
figlio di Adamo, che può cogliere la mela
e decide col Potere di strapparla
a quell’albero per fame, addentarla.

E poi, l’istante prima di morderla
piomba nella paura, che il suo gesto
non rimanga vano, che la mela
non sia immatura, che non debba gettarla.

Occhi di madreperla e zaffiro,
di uno sguardo che oltrepassa
il tempo, di una spada di nuvole
che tagliando il cielo corre così
innaturalmente veloce, di vento.

Occhi di madreperla e zaffiro,
di un mondo intero contenuto
oltre quelle nere pupille, lo spirito
della tigre nella foresta tropicale,
la regina, l’esplosione maestosa.

 

Guarda su, guarda in alto, verso
quel sole che splende con grinta
il tempo si ferma questa mattina
come sempre quando pace ti siedi.

Non lo fare per poi riprendere
a correre ancora, vivere a salti
tra un’onda e l’altra e respirare
ad intermittenza, luce pulsante.

Non c’è pausa nel fiorire del gelso
o nel volo elegante di un airone
e tu, tu splendi bellezza tenera
che non te ne accorgi, mistico
chiaro di luna, lacrime ascolta.

Il sole di una fiaba non ha calore
ne la musica sentimento od il fiore
il suo profumo, l’amore diventa
un vento, che passa e va, lontano.

Ti ricordi dei sogni se sei bravo
ma non di quelli che fai da sveglio,
è la vita solo che si imprime su quella
pellicola e tutto il resto son fiabe.

 

Quando mi sveglio mi sento lontano,
un guardare al mondo che mi satellita
intorno come un bimbo che ammira
un acquario o guarda un film alla tivù.

Mi succede di svegliarmi da sveglio
e vedere il sogno finto in cui nuotavo
con entrambi gli occhi aperti, mi sento
passare in un mondo parallelo dove
vuoi dare un senso a ciò che ti circonda.

E forse quel significato che mancava
al sogno, che non ci si chiedeva
nemmeno e che si viveva così, tanto
per riempire il tempo, lo ritrovo invece
di qua, dove alle domande mancano le risposte.

Soffice come.
Non la completo
questa similitudine.
Non ha più senso oggi
ma scrivo lo stesso.

Delirio? Arrangiati.
Funziona così ora:
o ci si risveglia da soli
o si continua a vivere nei sogni:
ma tutto è invertito
e si fa sesso con l’abitudine
sognando che non esista
la sofferenza e la morte.

Chi vuol saltare
non salta,
perché salta solo
chi sta saltando.
Son frasi lontane
che non s’afferrano,
la mia vita è felice
e scontenta assieme,
e si è dimenticato
il cuore.

Il vuoto mi annulla
e dentro reclama
oggetti da metter sotto la macina.
Ed il grano rimane nei campi
che nessuno lo miete.

So chi sono
ma non so il mio nome,
o forse so il mio nome
ma non so chi sono…
Ma ha importanza?
Per questo mi siedo
sul giorno che scorre
con le domande che mi scivolano,
lacrimando,
nel pozzo.

 

Senza parole e senso
lacrime contorta
anche lei,
come tante
ma come tutti,
quando è.

Così in quei frammenti
l’abbraccio,
la stringo
che la spezzo
o gli spacco via il dolore,
quando è.

Sempre così,
dall’inizio credo,
un consolarsi continuo
straziante
da soli o in tanti,
irrimediabile
tristezza.

Non è verosimile
che sia condanna,
perforazione di massa.

La siepe è di rovi densa
che m’accuccio
un raggio vince lo spesso e passa
ed ecco dietro una valle,
– passi –
sorrido,
è lei, Primavera.

Perché ogni giorno
ci si muove sulla giostra
io non so.

Fuori dal sonno può tutto,
comunque,
lunga fila di sì e di no.

Qual è il senso
di un cerotto e di un fucile
io non so.
Sì che si va in basso,
nel branco,
spesso,
caprioli.

 

 

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