Poesie di Carne

 

Luci si dispiegano
in un fazzoletto vetrato,
danno un contorno
ai dispersi nel buio.

La mezzaluna s’è appesa
proprio nel centro,
mentre i giganti
soffiano giù sulle vallate.

Alle biglie rimane
soltanto di star là distese
mentre la natura brama
di riappropriasi della sua terra.

Compongo attimi di sincera nostalgia,
la mia mente è naufraga nei ricordi
mentre il sorriso abbandona un volto
che si tuffa in un nitido riflesso di vissuto.

Ho nello zaino il peso di una distanza,
mi sento scalatore di montagne ignote,
lo sherpa di un desiderio che si porta
appresso le dolci note dell’amore.

 

 

 

Occhio e pupilla
in un’immagine
del mondo
riflessa attraverso
un cristallo.

Allargo la vista
di una mente
piccola ed egocentrica
modellandone
la gittata.

Nulla acquisirebbe
senso, penso,
se tutto non tornasse
al suo posto,
se il vagabondo
un giorno
non ritornasse a casa.

 

Cieco e bendato vagabondo zoppicando
in un groviglio di rovi e di arbusti,
cosa sto cercando mi è ancora oscuro
ma godo del profumo soave e squisito
dei timidi fiori che colorano la Via,
carezze per l’anima a chi anela un riscatto
il tratto del dito sapiente di Dio puntato sul futuro.

 

Rimiro da lontano il sogno di esser
sveglio, conscio di avere gli occhi aperti,
nonostante ciò mi vedo sonnambulo
in un mondo con un futuro senza senso.

Distante universi dalla consapevolezza
che eleva là dove l’anima trova pace,
mi rigiro in un dormire appiccicaticcio,
ignaro che l’amore sia la chiave dell’immenso.

Un passo, timido incerto,
su di una lastra di vetro
sospesa sul mio passato,
verso un futuro d’enigma.

Rimugino magma in pensieri
odorosi di effimero, l’effige
si contorna sui visi lasciati,
vecchi volti, una volta vicini.

In quella nicchia al riparo
dallo scroscio del tempo
trattengo in apnea l’oro
del riflesso del passato.

La zattera è già sull’acqua,
perfetta nell’imperfezione.
Non servono remi ne memorie
a navigare verso le stelle.

Il punto fa parte di una retta,
una mezzanotte divide come
separa due assi uno spruzzo
di colla, ne la morte termina
una vita ne la linea d’orizzonte
separa il blu del mare dal cielo.

Eppur oggi mi lascio indietro
sogni ed un amore immenso,
si voglio sanguinar per la via
e continuar questo cammino
tracciando un sentiero rosso,
sicché, un giorno voltandomi
dimentico, ne ricordi la meta,
i passi sofferti e le gioie profonde.

 

Ruota palline allineate e tese a cerchi
e si compiace, incastra volteggi da gioco,
Applausi, ma si vede costretto, tra orchi
che divoran l’esterno, e tutt’è fioco.

Ora sente un corpo esprimer bellezza,
E dopo: morsi; e tutto gira, e si svuota,
e gira ancora e si trasforma di tristezza.
Egli piace finché si fa burattin ignoto.

E ad un tratto, ansia percosso, si ferma,
e con lacrime agli occhi si volta, decide,
Osserva la gente e sussurra tremante:
”Son stufo di far danze per occhi spenti,
Se non sapete prima, di me, i miei sogni.”

 

Eccomi, sospeso in un frangente
che odora d’irrealtà, a soppesare
dubbi e certezze che m’arpigliano
alla ragione ed al senso d’un cuore
che batte e si dimena, costretto.

Ed eccomi, inebetito, parafrasare
d’orgoglio le verità ancestrali,
dipanare con tanta irriverenza
quegli intrugli che mi permeano
dal cuore all’anima, fiaccandola.

Ed ancora, lì, sconvolto, a tentare,
offuscato dalla paura, di veder
la realtà con gli occhi bendati
e di scorger differenze con quella
percepita dal mio petto delirante.

M’ingabbio da solo ancora al via,
fermo, resto, còlto da tal sgomento
al proclamarsi di quell’offuscamento
che non m’aiuta a recuperar il senno,
cuor e ragion son distanti, e si vive.

 

Il mio sorriso è finto,
ho due protesi false
che incollano i miei incisivi.
Ho voglia di verità,
non voglio giocare
al gioco delle belle statuine:
è un gioco per adulti,
ed io voglio restare bambino.

 

Risorgi, io divento vasto etere di vette.
Alzati, io divento fiero raggio di pianto.
Cammina, io divento potabile amore disciolto.

Vai, allontanati da me, mio cuore,
vai, fatti quercia, trova la tua luce,
vai, pianta radici, trova nutrimento
nella terra di Dio, vai ed emetti chioma
ed elevati, diventa un albero forte.

Io camminerò, sarò un guerriero
ed avrò vento e fruscio tra le mie foglie.
Trasformerò la luce in immensa gioia,
e poserò frammenti immortali
in piccoli chicchi di melograno.

 

Chiudo gli occhi e ti vedo, di luce
come una dea, m’acceca la purezza,
l’innocenza di quello sguardo.

E’ stato solo ieri ed oggi nevica.
Parole si trasformarono in brina
mattutina sul fiore del tuo sorriso.

Fu una danza sottobraccio, assieme
ci accompagnammo per i giardini,
contadini della stessa scura terra.

Oggi si parte, io verso oriente
e tu ad occidente, nello zaino
lacrime del tuo profumo, triste, conservo.

Normale, anormale.
Categorie, divisioni.

L’astringenza mi punge
di un disgusto repulsivo.

Mi stuprano il grigio
mentre mi chino
per raccogliere un fiore.

Una voce d’altri tempi
riempie un cuore essiccato
con sorrisi e lacrime.

Il rombo dei ricordi
scuote dalla sordità
l’albero portante.

Si naviga su caravelle
con gli occhi lucidi
di chi rimira,
finalmente,
agitato,
il porto.

 

Cammino fuor di casa,
proprio due passi,
tra castelli e rocche fatti di carte
e uccelli di bisbigli e luci di nebbie.
Giusto un respiro di denso,
e poi apnea,
e via fino al prossimo, con l’elmetto.
S’accende quel cubo e ci si inchina
con rispetto, sul serio!
Eccomi, presente, affamato,
usato a gusti amari o acidi
son anni che non tasto il dolce,
ma tanto fa male mi dicono.
Apro la portiera e poi salgo,
m’attivo inconscio ma fiero
l’ultrasupersonar:
m’avverte spaccandomi i timpani
e facendomi abbaiare
come un can da guardia
al sol accenno di un Presunto torto:
rimango nero agitato attivato
dodici ore di nervi costante.
Non sopporto tutto questo per nulla,
mica scemo io, scusa!
Ci ho lo stipendio io, soldi, money!
La libertà d’esser schiavo a spendere oltre
a ciò che mi serve.
Vedi? Fa come me, io funziono!
Son ingranaggio metallico
di quella macina di coscienze
che oggi frantuma il mondo.

 

Uno spasimo, labbra di polmoni
pompano un sangue mancante
all’anima, quasi vi riuscissero
di tener stretti i cocci, coagulando.

Una voce che illuminò La Risposta
ora è fonte di copiosa rugiada salata,
nel silenzio sgorga un fuoco freddo
mentre la landa di casa giace sola,
macinata dai brividi di un nonsenso.

Triste consolo un cuore straziato
con un panno di lana sulle spalle.

 

Onde d’acqua di metri spezzano
chi non ha i piedi fissi, spazzano
i sogni dai templi di cartongesso.

Un passo su quell’inclino a buche
tra risucchi e vortici, un remo
desto stabile mirando al largo.

 

Nella calca ci sono anch’io,
piccolo uomo, naufrago nel buio,
che ride di mohito e di sguardi.

E’ una vita riassunta per i dispersi,
che si trovano e si baciano
ma scappano da loro stessi.

Ballo nell’ombra sospiro di un sogno:
amnesie perenni
di quel me stesso costruito abusivo
al tempio, dove mi soffoca l’anima.

Sgretolo grumi di sabbia triste,
lacrime coagulata, dai reami
dell’anima, cielo infinito.

Mi rialzo, mi trafigge il ginocchio,
massaggio e mi rincuoro,
non capisco ma non importa
perchè intanto cammino.

Occhi socchiusi e capelli al vento
ritrovo l’affetto dell’alba.
Inspiro, sono ancora vivo.

 

Quel bicchiere urla la sete,
il bisogno di mostrarsi pieno.
Soprammobile sigaretta
sul centrino spesso dell’anima.

Rosa plastica nel taschino
d’un capello biondo ossigeno,
occhio basso sfuggente
nella tristezza di una mela amara.

L’occasione di una maschera
nella timidezza del ballo del pavone,
ma distoglie la piumacoda colorata
per chi non apre, coraggioso, le ali.

Incubi asteroidi e mostri satelliti
orbitano alla gravità di un illusione.
Talvolta spero salvezza, la fuga,
ma m’inseguono, assidui, attratti.
La paura mi calamita naturale
le collisioni-picco, sofferenza nausea.

 

Ori d’ossa, su lassi
speleologici,
orologi pendenti
affusolati stalagmitici:
ammassi di un evolversi
in accordo con le ere.
Frammenti di storia
che cingono una grotta
in una morsa di preziosi:
una lotta di vite di calcare
dalla durata di decine di millenni

Che bella la mia vita.
Che bella la MIA vita.
Mia la vita, la posseggo, ne sono il re.
Possiedo tutto,
tutto il regno,
anche negli angoli lontani,
anche il futuro è mio…
eh si, è MIO.
…il MIO futuro.
IO sono il padrone del MIO futuro.
MIO : aggettivo POSSESSIVO maschile singolare
veramente POSSESSIVO.
IO decido,
IO progetto,
IO Pianifico il MIO futuro.
Cosa lascio al caso?
NULLA.
Quindi:
Nessun imprevisto.
Le cose andranno come IO ho progettato.
…le cose DEVONO andare come ho progettato
IO.
Non tu,
non gli altri,
non il caso,
non la fortuna,
non la sfiga ma…
IO: pronome di prima persona singolare
IO sono padrone della MIA vita.
IO sono padrone del MIO futuro.
IO sono il re.
IO sono l’imperatore.
E regno sul MIO impero.
Il mio impero…
Il MIO impero.
Di cosa sono padrone?
Del mio…
IMPERO: Sostantivo maschile singolare.

IL
MIO
IMPERO!!!
IL MIO IMPERO
IL MIO IMPERO
IL MIO IMPERO
Il MIO IMPERO
Il MIO impero
il mio impero
il mio impero
il mio impero…
sono padrone del nulla?

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