Poesie di Sangue

E’ come un vecchio motore, lento,
discontinuo, che ogni tanto tossisce,
rallenta e sembra morire, c’è quasi,
pensi, e poi riprende, tenace, la vita.

E così si salta, dal sole alla luna,
da una stagione all’altra, d’acchito.
Col freddo sembra che tutto rallenti,
che muoia, per stupire di nuovo,
in primavera, quando ricomincia
il caldo e tutto si contorna di gioia.

Il mio cuore cade laggiù nell’amaro,
come da uno sgambetto è là, disteso,
che agonizza convulso stritolato
in un pugno di morte e di nostalgia.

Aspetto saggio che si plachi la morsa,
d’aprir la tagliola e di scorrer di nuovo
i capelli nel vento, sospirando naufrago.

Bolle viola del vuoto illusorio
volteggiano allegre nel limpido,
vuoto che è vuoto, pregno
di mancanza e vuoto di significato
e voci che nascono da un sole nero.

Del nero parlerò poco, immagine
che m’attraversa presente
e ricorda l’auriga e la biga alata,
la spada m’è pesante in questa
lotta, nel muscolo la cancrena.

Nel delirio e nel brivido
di una febbre intensa
ammetto a me stesso
che sto tremando.

Solo osservando lo spirito
come se fosse di carne
posso vederlo inconscio
tremare e soffrire.

Conversando con me stesso
lo rifaccio: mi comporto
come se fossi un altro.

Poi mi congedo e mi affaccio
terrorizzato a quell’abisso
che mi specchia e mi chiama.

Mi sento vivo guardando fisso
la morte, poi mi risveglio sudato
nel letto, fors’era un sogno.

Mi rincontro vecchio amico
estraneo; così ricomincio
allegro con i soliti discorsi.

Grigia di notte, come d’un ansia
paura lieve che non sa d’esistere.
Grigia, ancora più grigia, grigia
come l’amaro secco di una radice.

Gialla e rossa come il sorriso
come la sera che si tinge e balla.
Gialla e rossa come un calore
ma comunque venato di grigio.

Rosso fuoco striato di grigio,
del grigio di una non presenza
che è ovunque ma non al suo
posto; grigio assenza d’un sapore finto.

Germoglio d’acero di sangue di resina
nella scienza d’un dolore, inchinarsi
verso il burrone di una metastasi.

Grigi dei idoli del cielo d’Europa,
sconfina l’amore dal recinto prestabilito,
la speranza s’attarda ma è presente.

Come i fiori non colorano così tanto
le stelle non brillano poi molto, il cielo
rimane là e noi qui coi piedi per terra
respirando polvere, sperando pioggia.

Alle prime meteore c’è fango, poltiglia,
l’umido avvolge bagna i calzini, le punte,
tutto si sfà di grigio che nella valle scolora
come freschi dipinti sfumati d’acquerelli.

C’è chi non accetta nemmeno il tempo,
e fa girare il discomondo dei colori
per ricavarne un bianco che odora di smunto,
di un vuoto insoddisfatto scontento
piuttosto che un bianco ancora da scrivere.

Alla luce di Pasqua vivo come nel Natale ultimo
con miagolii interni evocativi che preferisco
lasciar depositare, sedimento pesante fossile
che forse è meglio scalpellare via per sempre.

Non sono una statua eppure trovo pietre
dentro di me, scopro gli strumenti che usai
al tempo per rivestirmi di gesso e di bronzo;
oggi mi sgretolo, fa male, ma ritorno al sangue.

Su quel filo sospeso i tulipani sbocciano
equilibristi, camminano adagio
osservando sotto le orde barbare
della zizzania, padroni del vuoto.

Sto sotto e guardo in alto, inciampo
spesso rantolando nelle nebbie amare
schiave al guinzaglio di quei giorni,
dell’arancione stupido vissuto prematuro.

Nel senso di una frase senza senso
giace la spinta sublime di quell’alito.
Espressa in quella forma scomposta
ma chiara che passa inosservata:
scossa che odora di presenza affilata.

Limone con zucchero.
Il dolce che smussa l’acido pungente,
limonata ghiacciata nella mano
di quel vestito ambulante, con tanto
di scarpe, occhiali da sole di marca
e bombetta marrone castagna.
E’ stile.

E la sera si appendono cappotti gonfi
per le strade, camicie ripiene nei winebar,
borsette sulle spalle delle copie di carne
di quelle onde sexi da rivista di alta moda.
Attori che recitano domande discorsi
dipingendosi al centro di quella cornice.

Voglio trovare lo spazio dietro le quinte,
quando ci si spoglia, dove ci si leva la maschera
perchè sta stretta, fa sudare e pizzica la pelle.

Ti stimo, amico mio.
D’una semplicità tua
vivi i tuoi giorni, vivo.
Il tempo scorre fiume
e già la vita si realizza,
dono da Dio, mirante.
Brillano i tuoi occhi
d’affetto fraterno,
orme dei tuoi passi

Vomiti di parole s’accozzano.
Brodo di cane, latrine
aspetto schiacciato
da una suola di gomma lercia.

Asfissia odore, respiro forte
per trovar l’ossigeno perduto.
Mostro baratro d’agonia
pazzia
schivo vacillo, mi scrollo
insetti,
cinture d’odio oblio
crollo.
Voci, voglia di soffocare.

Catena lega, caviglia
del cuore
non si muove,
tagliola.

Abbracci
strappati
e freddo
e fine,
si chiude.

Te ne stai là,
a vivere intensi,
ti immagino
raggiante,
dimentica.

Io sto di qua,
a vivere intensi,
mi immagino
raggiante,
dimentico.

Ho vissuto
infiniti
costretti
in secondi.

Chiunque tu sia,
dove sei?
Ho bisogno di te.
Non so stare
da solo con me stesso.

Insegnami a vivere,
fallo di nuovo.
Ho ancora paura del buio.

Le tue ultime parole
furono forzieri di saggezza:
il silenzio di chi ama.

Si passeggia al parco da soli
cercando qualcuno da tener
sottobraccio, da condivider
il verde od una partita a scacchi.

Ci si spensiera fanciulli vivi
in quel ricordo, curiosi del gioco
di notar differenze di poesie;
uniti divisi: un cerchio che ruota.

Si muovono svogliatezze lontane,
si rimane assopiti nel miraggio binario,
vagabondando, dispersi, cercando
noi stessi in sogno, tra i larici.

Respiro, domo lentamente una tigre.
Ogni tanto mi graffia, persisto.
E le luci diventano sempre più fioche,
lontane, la valle si corica nel buio
della notte nel suono dei miei passi.
Già qui il mio nome perde importanza,
rimane solo la volontà tesa alla vetta.

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