Scorci d’anima

 

 

A scacchi di parole si gioca,
battute, si pescan uomini,
ego male, e le esche: miraggi.
Poi
Guerre.

Son cambiati i suoni, sento
lo stesso rumori sebbene
assomiglino alla mia lingua.
Poi
Lapidi.

Son cambiati gli scenari,
oggi muoiono virtù e volontà
nei labirinti morte dei cervelli.
Non ci son
Fiori.

Il ciclo della carne è stato
strappato dalle Coscienze.

Scorre
sangue
d’anime
sulle spade
di Manas.

Pace.
Riapro la mano
e scorgo i segni, lividi
di un pugno
rimasto troppo tempo
serrato.

Mi sono fatto male
consolandomi
nel cerchio dell’odio.

 

Del fiore ne si muovono danze
a petto aperto assorbe palpiti.
Pulso cuore respirando altezze
d’arie e d’aria, cielo spero desideri.

Intonaco sgretolato. Lucenti
sul muro scrosto, sotto di stelle.
Naso d’anima che corre spiriti:
Dio comunione nei cristalli liberi.

Saggio il mondo con i sensi
ma mi fermo materiale:
aro con un ventaglio.

Ricomincio, lento,
cerco la chiave; penso.
Lo stoppino è una statua
nella fiamma che danza.
Equilibrio.

Mi cingo di pazienza,
chiudo gli occhi, incenso
e sgrano un mala.

 

Ventuno, come sette per tre.
Prego e lodo con una lancia.
Mi scorro di prana, lo capisco.

Flusso di manas, pensieri.
Fiume di vissuto nostalgico.
Minuti dilatano nel cuore.

Eterno, ma non per sempre.
Fatto di intensità che va oltre.
Composto di granelli di Dio.

Respiro emozioni immortali
sotto al pulso di stella Sothis.
Vivo nel grembo del mondo.

Mangia, mantide, la tenebra
di chi si arrovella sospeso nel tempo.
Sapore di dattero dal colore
di coccinella, d’incanto nel sogno
una palpebra si dilata verso il mare.

Affusolata la ninfa dell’energia al cielo,
spicchio di luna in uno specchio etereo
d’acquamarina, il riflesso d’un desiderio.
La caliptra volteggia al suono della cetra
mentre l’anima si delinea, mistica, d’Egitto.

 

Volano i giorni.
E le ore saettano.
Il tempo non esiste
ma lo vedo correre.

Le punte già
son bianche.
Azzurri e grigi:
nudi e scomposti
questi muri
di valle.

E si respira già
il fuoco che scoppietta,
l’aria fredda sulle guance
il calore del riunirsi,
finalmente,
spensierati forse:
il regalo più grande.

Il mio dubbio
tra il cuore e la mente,
al bivio lo scoglio
nel mio cammino.

Eppure non è scoglio
e non è bivio,
dietro al velo
è solo un altro passo.

La Mano Svela
e Vela precisa
dirigendo la barca
veloce tra i flutti.

Prima dell’alba,
parlo con l’oggi
da ieri nell’istante
fuso tra i due
continenti.

Il sole splende
sempre su questo
universo.

 

Il tempo passa ma il fuoco
è ancora acceso, brucia
ancora la nobile fiamma
come se fosse l’altro ieri.

Il sole è sorto mille volte
dopo di quel giorno di luce…
…eppure è come se nulla
fosse accaduto in quei mille.

Hai dato vita ad un sole
che non si riesce più a spegnere;
fu l’intensità della mia gioia
ed anche la mia condanna.

Mi concedo a te,
aria di cristallo,
con un espiro
non più trattenuto.

Il dolce esalare
del crisantemo
respira l’eterno.

Soffia il vento
di melodie
come l’acqua
e mi abbandono.

Aria sorella
di Caronte,
ponte elisio.

 

Soffice come.
Delirio? Arrangiati.
Della sinusoide
l’astro sta lassù
e da qui danze,
poi sudore, lavora
e canta, vivi dannazione
e non rompere.
Canta più forte
non ti sento.
Marasma.
Carezze come.
E poi…
chissà, forse
ci sarà un sogno
una pausa dalla vita
come la pausa caffè.
Scendo da qui,
e mi trovo.
Il riposo è finito
ed ora cominciano
quei quindici minuti
di vita.
Trasforma.
Rivoluzione bandiere
guerra e cannoni.
Chi?
Perchè?
Un lampo di luce
un motivo una risposta
poi vuoto…
devo riempire.
Prendo un secchio
e cerco:
ha importanza cosa?
…forse e vivo nel dubbio,
mezzo ieri e mezzo domani
divisi uniti da un punto.
Ed oggi mi muovo
verso il punto.
Punto.
Poi musica…
e tutto sfuma di nuovo.

Sono una nuvola in questo mondo
di occhi socchiusi e di respiri,
nello spazio tra una memoria
ed una lacrima, l’attimo che non c’è più.

Il mondo scorre sotto di me
così i miei anni che non m’accorgo,
con il vento che tutto passa e và
in un ciel che resta…
…luce,
sereno

 

Ogni momento è diverso
per sorridere, aromi
diversi per gli infiniti
gusti di una vita curiosa.

L’originalità, un fiore
ed una stella, due battute,
due occhi che mi guardano
bagnati, un abbraccio.

Una bancarella d’autunno
al sole e due passi vissuti,
un profumo d’incenso e poi
disperso in mille ricordi,
nostalgia forse, forse amore
secco, sotto ancora fresco.

Breve pendio verso il mare,
poi sabbia, qualche gabbiano.
Così mi scendo verso la pace,
madre terra dei senza pensieri.

Spengo luci nelle mie stanze
e scendo lento tutti i piani,
non trattenere ne la dimora
ne il cielo stellato d’estate.

Ecco, lento arriva il tempo
per l’abbandono totale.
Ma tu sii sempre presente,
desta tra i suoni e i profumi.

 

Nel rigirarsi del sole
cristalli preziosi staccati
dagli anelli vecchi
cadono e si perdono
tra i viali impolverati.

Rimangono buche profonde
nell’asfalto dopo gli inverni
che il tempo e la terra
forse riempiranno,
o che forse rimarranno là
ad ingrandirsi e scavare
nell’anima fino alla radice.

E cade verso terra
ciò che s’è appeso dopo
del giorno primo, specchia
il paesaggio brullo l’essenza
che lenta riemerge.

Fermo aspetto nel camminare
che il mondo mi scorra e vada,
del profumo che si lascia e cede
a volte fragrante altre di nostalgia.

Mi scopro ancor viandante solo
nella rete instabile di affetti ma
che tutto lega, alcuni vanno altri
vengono, ed il mio partir si fonde
al mio restare, non cambia, è tutto
un gioco forte di abbracci ed addii.

 

Nel canto profondo del suono
del silenzio l’urlo del vuoto
abbraccia e ricopre, sedimenta
e si intorbida, già, il pensiero.

Luce fioca del sussurro
delle stelle, timide occhiate
ad un cielo distante, un volto
di pace per due occhi melanconici.

Fuoco, rossa danza di sfumature
cangiante all’anima, radice
di passione nella forza ardente,
di chi brucia e gode fino alla cenere.

Il buio s’attarda ad avvolgerne
la polvere, rinasce la fenice
nello scoppio di un fulmine,
cielo smeriglio sull’urlo di un grifalco.

 

Di getto, lanciato lì come se aspettasse
qualcosa che non arriverà mai.
La rosa finta non profuma ma dura
per sempre, aquiloni pesanti al piombo.

Cos’è l’amore? Mi piace nuotare.
E la vita, cos’è? Non ci sono mai stato.
Ma qual è il senso? Venticinque.
Leggero, leggero, riposte di carta.

Dilato lo spazio, mi dilato
dentro quel vagone,
raggi di nuvole, paesaggi;
chiara d’intuito l’osservo.

Vita: del Tutto che scorre
come il treno
che fende colline e mondi
scaldato dal sole: i raggi.

Sogni che facevo anni addietro
ora si ritrovano al banchetto,
danza nella mano del Karma
sorridendo la Coincidenza.

S’unisce al quadro sempre
più definito la risata di un volto
che ritorna bambino;
recupero frammenti.

 

Istanti senza tempo e gocce d’amore
vissuto lontano; desideri vicini.
Il ramo si dona al germoglio, gemma
d’inverno potata oggi al pianto.

Nel buio scopro la luce, raggio
su quel chicco di riso caduto
dal cesto, i bimbi corrono col pallone
mentre si conclude una vita di pianta.

Vuoto da riempire ed un corpo che saltella
dietro, curioso di saper dove va a finire.
C’è quell’immateriale là talmente denso
da non avere peso ma è duro, una montagna.

Nella sera c’è ancora la giornata dipinta
sfumata impressionista in una cornice di sensazioni,
poi svanisce anch’essa lasciandoci al silenzio.

 

Un metro preciso, una bilancia, un orologio.
Altezza per peso mentre rincorre graffiti
sull’agenda: respiri ignoranti delle stelle.
Le ere celesti s’inchinano all’acquario.

Migliaia di anni luce distante: ininfluente.
Cambia il cielo come la musica di sottofondo
in un bar, colora un frammento temporale
di atmosfera e poi tace, è l’ora, torniamo a casa.

Era in quel castello
nel giardino, all’ombra del frassino
che la vecchia non capiva
ti guardava attraverso, oltre,
e voleva che tu stessi bene
per lei, per non sembrar più madre
di chi è triste e scontento!
Il tuo dolore, la tua voglia
di scappare da lei, da quella casa
che ti uccideva la vita
che te la rubava prima che fosse tua.
Così vedendoti ventenne
sofferente
al tavolo delle feste,
altro non le venne
che sistemarti il tovagliolo al petto
sulla tavola imbandita
davanti ai parenti
e cominciare a imboccarti
come si fa con i lattanti.
Tu socchiudesti gli occhi
lacrimando,
con i pugni serrati
fremesti la voglia di sputarle addosso
e rovesciarle sul vestito la minestra
invece frustrata apristi la bocca
e accettasti il boccone tremante
di vergogna e disprezzo.
Era la mia nausea
che più non contenni
che mi alzai e ti portai via
che la spinsi e la feci cadere
o che volli farlo e non feci
io non ricordo più,
mi dispiace, di quella scena
se non quella donna malvagia
che ancor oggi, vite or sono,
ancor tremo e rabbrividisco.

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