Frammenti

Fiore

Passeggio per viuzze senza nome nel pomeriggio. È l’inizio della primavera, la foschia della città.
Ci sei tu al mio fianco. Insieme vaghiamo. Io parlo, tu ascolti. Tu parli, io ascolto.
I fiori della magnolia, ricordi, erano bianchi, li ho fotografati alcune settimane fa. Ora sono viola e si sono chiusi su sé stessi. Si difendono.
Attenzione, altre persone sul marciapiede. Bisogna procedere in fila indiana.
Torni vicino.
Guarda. Una donna anziana, la schiena piegata appena. Cerca di zappare la terra. Una piccola zappa in mano, pesante. Scava una piccola fossa per la vita del fiore che verrà.

***

Cerco disperatamente, in ogni angolo, dietro i libri e le foto. Niente.
E nella foga dimentico. Riperdo nuovamente quello che stavo cercando.
Trascorro così inutili giornate. Scandisco le settimane, lente sul calendario.
Aspetto.

***

Rimini-Brennero. Brennero-Rimini

Penso alla stazione di Bologna e subito mi chiedo se la mia vita qui non sia solo una pausa fra quel treno del ritorno, diretto a Rimini, e quello in partenza per il Brennero.
Se penso a te, anche se sei al mio fianco, ti ricordo con la valigia rossa, il tuo giaccone pesante (a Trento è più freddo), e la sigaretta in bocca mentre aspetti il treno. Hai l’espressione di chi vuole sbrigarsi in fretta di un dovere ricevuto all’ultimo momento o, forse, programmato da anni.
Eppure tutto ciò che passa in mezzo a questi momenti non esiste. Esiste solo quell’attesa al binario, trascorsa a guardarsi in giro, a schivare i colombi, a controllare l’ora, a lamentarci del servizio delle ferrovie italiane.
Penso poi alla stazione di Trento e subito mi chiedo se la mia vita ora lì non sia solo una pausa fra quel treno in partenza per il Brennero e quello del ritorno, diretto a Rimini.
Eppure una vita lì c’è stata, anche se adesso ne ho solo un ricordo vago.
Mi guardo e mi vedo lontana, lontana da ciò che era e da ciò che è.
Potrei passare intere giornate chiusa in casa. Ma che città c’è fuori?
Ti ho vicino, a pochi metri di distanza, ma non faccio che pensarti alla stazione.
Del resto non ho altri immagini di te, di noi, non così forti.
Penso di nuovo alla stazione, a una qualsiasi stazione italiana, e mi chiedo se la mia vita non sia solo su quel treno. Non importa il senso di marcia. Rimini-Brennero. Brennero-Rimini.

***

I pioppi

Il profilo dei pioppi sulla collina. Gli alberi dei cimiteri. Guardare i pioppi sulla collina e pensare a quando mi chiedesti dove andiamo a finire, poi. E io che puntualizzo sul terrore della separazione, sulla fine di una vita insieme. Mi terrorizza.
Ma se poi vedo due alberi, due pioppi, vicini, sulla collina, allora penso che, forse, è lì che
andiamo a finire, che sono quelle le anime dei morti. Negli alberi dei cimiteri.

***

Corpo e mente

Esistere psichicamente. Nient’altro. Di vivere ho già tentato invano.
Ho sperimentato svariate forme di malattia psicosomatica. Ma il mio corpo come mezzo di collegamento alla realtà non funziona.
La mente separata viaggiava solitaria, aspettava il compagno di viaggi per spiccare il volo,
l’arrugginita carcassa.
Mi sono dimenata in numeri e formule. La puntigliosità come arma del mio (mentale) suicidio.
Mi guardo indietro e penso che è stato lavoro inutile, fiato sprecato.
Da questo viaggio improbabile sono tornata indietro a mani vuote: i blister svuotati, le boccette, le pastiglie omeopatiche il mio unico souvenir.

***

A J. O Il libro dell’inquietudine.

Chissà se l’hai letto, poi, il libro che ti ho regalato.
A te che mi hai detto di cercare sempre la Bellezza. La Tua è passeggera, la si può cogliere solo nell’attimo, irripetibile.
Mi hai detto che avrei presto capito.
Ora so che la Mia lavora in direzione contraria. Il Tempo mi è amico. Eppure, chi l’avrebbe mai detto, io che faccio tutte le cose al ritmo dell’affanno!
Chissà se ti ricordi ancora, tu che ti vanti di mille amanti, di essermi stato compagno di qualche notte sudata e insonne e di molti film.

***

A M.

A chilometri di distanza, ma entro (in)terminabili spazi e silenzi umani, mi ricordo il suo sorriso come un’acqua limpida dentro quella stanza. La mia stanza.
Quando aspettavo. Quando mi sembrava che tutto fosse impossibile, che non si poteva
ricominciare.
Ora tutto si è riaggiustato (o forse ho solo disposto più ordinatamente i pezzi di questo puzzle ancora da cominciare) e il suo sorriso si è deformato.
Ci siamo persi. Non ci siamo mai incontrati.

***

Ferragosto

Svegliarsi la mattina e volere tornare a letto, subito dopo. Sentire un nodo alla gola mentre si sceglie cosa fare, stare o andare. Raccogliere ciclamini, nei prati. E poi sarà settembre, troppa luce o troppa pioggia. Cercare un riparo sotto la pergola. “Hai le scarpe bagnate!”. La mia voce che rimbomba dentro stanze vuote. Tutto da imbiancare. “Non entrare!”. Mi sto cambiando. Non guardare la mia pelle. La mia pelle d’autunno sta come sugli alberi. “Le foglie”, gridi, e le vedo cadere e poi scricchiolare sotto i miei piedi e poi svanire.
E poi svegliarsi la mattina. Ed è già qualcosa, penso. Mentre ricompongo i pezzi sparsi durante la notte. Cercando di capire in quale direzione andare. Consultare almanacchi, e poi i ricettari e gli oroscopi.
E vedersi soli ad una fermata. Soli a ferragosto. E ritornare indietro, fermarsi. Stare.

***

Simulacri

L’ho visto. Te lo giuro. L’ho visto con i miei occhi. Come una specie di fantasma. Se ne stava immobile a fissarci. E nel pieno della notte tutto è così reale. Di quell’ombra nera ne ho scorto i lineamenti, perfetti ed inquietanti. Una statua di cera. Ma sei riuscito a vederlo, tu? Quando ti sei alzato all’improvviso nel buio e ti sei soffermato con lo sguardo verso quell’ombra. Chissà se avevi comunque gli occhi chiusi mentre hai lanciato il cuscino. Mentre ti interrogavo ansimante e tu mi ignoravi. Crollavi subito nel tuo sonno profondo, lasciandomi sola ad affrontare quell’inquietante simulacro. Ero io, avvolta da una colata di cera. Io senza il cervello-cuore-anima-o-qualunque cosa sia. Quella poltiglia, insomma, che ci fa sentire di stare al mondo e provare tutte le “emozioni”. Oh, come sono romantica! Guardami mentre recito. Sono la tua diva, muta. La zanzarina che ogni notte si dimena per trovare una posizione. Sempre insofferente, sempre scontenta. “Smettila di fissarmi”. Con quegli occhi sbarrati e quella faccia di cera. Mi spaventi. Aiuto. Dai stai sveglio, fammi compagnia mentre aspetto che se ne vada. Ma non se ne andrà mai. Se non in quel terreno che il Dottor Freud chiama il rimosso. Mi chiedo quando l’ho acquisito questo fardello che dovrei rimuovere. Questo sacco della spazzatura. Questo pezzo di
carne in putrefazione. “Quando passa il camion dei rifiuti?” Non passa mai. Non passa più. Non è mai passato.

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