Cartoline da Port-au-Prince

Ti mando queste cartoline da un posto fuori moda, ora che, dopo un anno e mezzo di riflettori puntati, le telecamere si sono spostate altrove, in Giappone, in Libia a seguire la grande carovana degli aiuti umanitari, e qui si respira un aria strana, umida con i suoi 40 gradi e sporcata dall’inquinamento e dal traffico impazzito.

Un clima surreale, da corsa all’oro, meeting e incontri con gente animata dalle più nobili intenzioni e impresari alla ricerca di piazzare il loro nuovo prodotto, la soluzione al problema degli sfollati, una città in cui è difficile trovare persone disposte a parlare di quello che è successo il 12 gennaio 2010, un rimosso collettivo.

Ma quando accade che qualcuno si apra al dialogo i ricordi sono talmente vividi da fare ancora male, i ricordi parlano di quando per settimane è andato a lavorare scavalcando i cadaveri sulla strada, o di come per giorni ha visto la figlia penzolare morta dal balcone schiacciata dal peso della casa crollata e che lui stesso aveva costruito.

Cartoline da Port au Prince, o meglio  immagini e frammenti di pensieri.

La gente tra le macerie a un anno di distanza dal terremoto, come topi, o come gli scarafaggi delle visioni drogate di Burroughs; la chiesa, i cattolici le suore e i senza dio; i pochi contatti veri con la gente; gli spari di notte quando nessuno può uscire; la città che sembra bombardata, una zona di guerra; l’impossibilità di comunicare con qualcuno, di sfogarsi; i rifugi per ricchi e per espatriati tipo hotel con piscina con muri alti e guardie armate, “Cassandre! Une autre Barbacourt s’il vous plaît”.

E fuori dai muri migliaia di famiglie in accampamenti di tende giganteschi; molti addirittura venuti da fuori città a vivere nei campi perché almeno lì c’e’ assistenza medica e distribuzione di acqua e cibo, un paese per sei mesi senza un governo ed ora con un presidente cantante, il sistema economico totalmente smantellato dal terremoto e da un anno di dollari americani in forma di aiuti.

La mia storia personale e il dramma collettivo di un paese, e il tentare di immaginare il futuro in questo buco di culo del mondo nel mare dei caraibi.

Fotografie e testo di Blekaut

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