Viktor vuole morire

«Hai saputo di Viktor?»
«Viktor? No, cosa…?»
«Non sai niente?»
«No. Ma cos’è successo?»
«Hai presente chi è Viktor, vero?»
«Ma certo: Viktor! Il ragazzo che segui tu, il ragazzo…»
«Cieco. Esatto, proprio lui»
«Cos’è successo?»
«La scorsa settimana ha avuto una crisi molto grave, insomma, era già da un po’ che non stava bene, però la scorsa settimana, ecco, c’è stata questa crisi ed è venuto fuori tutto… ha detto ai compagni che vuole morire… è stato molto violento»
«Nei confronti…»
«Di se stesso. Nei confronti di se stesso»
«Mi dispiace tantissimo, io… io non sapevo…»
«Già»
«Ma lui è cieco…»
«Dalla nascita. Però ha altri problemi, oltre a questo. Per qualche settimana non lo vedremo a scuola, oggi è venuto ma è l’ultimo giorno. Verrà ricoverato in una clinica dove cercheranno di aiutarlo»
«Capisco. Mi dispiace davvero tantiss…»
«Anche a me».

È l’una, la scuola è finita. Aspetto una collega all’uscita. Anche Viktor aspetta. È a pochi passi da me, naturalmente non mi vede ma chissà se percepisce la mia presenza, in qualche modo. Aspetta che lo vengano a prendere, poi forse lo porteranno alla clinica in macchina, oppure andrà a casa e alla clinica lo porteranno domani.
Adesso è qui, davanti alla scuola. E pure io sono qui, davanti alla scuola.
Vorrei trovare una parola, un gesto, mi accontenterei perfino di un pensiero, qualcosa insomma, qualsiasi cosa capace di alleviare – di pochissimo soltanto – il suo dolore. Invece niente, proprio niente niente.
Viktor ha tredici anni, e vuole morire.
Una macchina accosta, un uomo (forse il papà?) apre la portiera, Viktor sale in macchina, si siede, la macchina si allontana, poi svolta a destra, riesco a vedere la targa posteriore per un attimo ancora, poi la macchina, e l’uomo (forse il papà di Viktor), e Viktor, tutto scompare.

Nel frattempo, io sto piangendo.

Arianna

Annunci

Un altro mondo esiste

Prendete una piccola scuola in Danimarca. Prendete una bambina e una ragazza, scalze, sedute alla stessa scrivania. Prendete tre adolescenti che dipingono nel corridoio. Prendete un’aula piena di strumenti musicali, con la porta socchiusa. Prendete una classe di tredicenni che ascolta i compagni leggere ad alta voce, e poi commenta col sorriso, uno per volta. Prendete una preside dagli occhi chiari. Prendete queste parole: “La nostra è una scuola aperta, vogliamo che gli allievi la percepiscano come un’unica stanza in cui imparare. Non li sgridiamo, cerchiamo di trattarli gentilmente e dialogare con loro, perché solo in questo modo si sentiranno bene a scuola, e diventeranno cittadini rispettosi in futuro”. Prendete dieci insegnanti felici, una cucina che odora di patatine fritte, disegni alle pareti, una palestra, un cortile con la sabbia, un’amaca, molti alberi.

“Come ti sembra la nostra scuola?”
“Un sogno”
“Lo pensi davvero?”
“Certamente! Noi siamo lontani, lontanissimi…”
“Hai visto che è possibile. Ora devi tornare in Italia e fare la rivoluzione”.
Sorrido. Rispondo: “Sì”. Sottovoce, però si sente.

Suona come una promessa.

Arianna

Anche a me piace nuotare

Oggi ho fatto lezione a un gruppo di di quindicenni. Entrata in classe, mi sono presentata, ho detto loro come mi chiamo, che sono italiana e che cosa mi piace fare nel tempo libero. Le solite cose, insomma.
Al termine della lezione, mi si avvicina una ragazza timidamente.
“Dimmi tutto”, faccio io
“Beh, ecco… quando ti sei presentata, all’inizio…”
“Mh”
“Sì, insomma, ad un certo punto… hai detto… che ti piace nuotare”
“Sì”
“Ecco, volevo dire che… anche a me piace nuotare”
E mi fa un gran sorriso.

Insegnare è davvero il più bel mestiere del mondo.

Arianna