Scontro di culture: Africa – Europa. Due modi opposti di salutare.

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Che si sa, quando c’è da salutare qualcuno, che gli dai la mano, c’è un sistema per farlo, un modo giusto, che si è imparato nel tempo, che bisogna fare così per diversi motivi, e quindi té gliela stringi la sua mano per dire che sì, tu hai spina dorsale, che sei un tipo deciso e che ci sei, presente, con tutta la tua energia davanti a lui, e perché la mano floscia mezza moscia è un insulto,  che sembra che gli dici che hai schifo di dargliela la tua mano, e quindi non si fa, la mano moscia noi tutti la evitiamo in principio. Poi gli occhi, importantissimi gli occhi! Lo guardi nelle palle dei suoi, per fargli capire che mentre lo senti fisicamente nella mano lo guardi anche negli occhi, che c’è un contatto di anime, che gli vedi dentro e ti fai vedere dentro, senza paura perché non hai nulla da nascondere, e gli dici in questo modo nuovamente che sei presente, davanti a lui, che non sei uno che sta con la testa tra le nuvole e non sa da che parte è girato o che saluta mentre pensa a qualcos’altro.

Beh, in Africa mi è successa una cosa strana. Tutte le persone a cui stringevo la mano non mi guardavano negli occhi e mi facevano la mano moscia. All’inizio mi sembrava un caso, poi vedendo che non era così ho chiesto a uno di loro e così mi ha risposto, che loro non la stringono la mano perché chi la stringe è uno aggressivo, e che è male essere aggressivi, perché vuol dire che si prevaricano le persone e questo non va bene. Bisogna essere dolci con le persone, dolci e andargli incontro, umili. Per questo non guardano nemmeno gli occhi, che è una cosa sbagliata, che è un gesto di sfida, di chi aggredisce e vuole imporsi. Che loro non guardano negli occhi, e che in questo modo onorano chi gli sta di fronte, come per dirgli nella massima umiltà che sono lì per noi, per servire, che sei te il “padrone”, e che loro si offrono a te, basta che li chiami e vengono a darti una mano. E’ il loro modo per darti il benvenuto, per farti sentire bene e a casa, e per farsi sentire vicini, per metterti a tuo agio e dirti che di loro ti puoi fidare, che non ti faranno mai del male.

Beh, oggi davanti al supermercato ho salutato il ragazzo senegalese che sta alla porta, con le sue cinture e i suoi ombrelli. Gli ho dato la mano e lui mi ha fatto la mano moscia e non mi ha guardato negli occhi. Beh, mi sono sentito onorato, e gli ho sorriso con tutto il mio cuore.

Giacomo

Elena Medi

Tremula voce vocata all’azione

che vai pel mondo delle anime pure

e il dono fortuito dello stupore

coltivi in vita anche verso la fine.

Le vedi là, le bolle di sapone

traslucide sfere senza spessore

sparse lì intorno invisibili e chiare

diletto per te e i tuoi occhi di pane.

E di bello hai che non è il tuo sorriso

quello di bimba beata di favole

ma di donna matura adusa alle regole

che lungo la via non hai condiviso

e che per cambiare hai dato le ore

le rughe, i gesti e tutto l’ardore.

Giulio

Io piango l’umiltà

Profumo d’Africa
che mi entri,
fiume, sull’anima.
Nodo che tocchi
e che sciogli
io piango l’umiltà
lacrime sulla polvere.
Semplice sorriso
che mi spurga fuori
l’odio verso me stesso,
sensi di colpa
di un uomo bianco.
Rompi la mia gabbia
occhi di stella
e pelle d’ebano.

Giacomo

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Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

L’ospedale di Afagnan

L’OSPEDALE DI AFAGNAN
E IL VIAGGIO NEL VIAGGIO

Fuori dalla porta giungevano delle grida strazianti, come se a qualcuno stessero segando una gamba. Era l’urlo di un bambino. Il mio cuore fece un sussulto. Cosa avrei visto in quella stanza?
Visitare un ospedale è un’esperienza toccante, di grande impatto. Visitare un ospedale in Africa può essere davvero qualcosa di forte, che ti cambia la vita. Eravamo ad Afagnan, nel sud del Togo, e l’apprendista infermiere ci faceva da guida nei vari reparti, per mostrarci come lavorano, la bellezza dell’ospedale se confrontato con i vari dispensari presenti sul territorio, il sistema di lavoro, le malattie che si ritrovano a dover affrontare. Ospedale famoso che serve un raggio di duemila chilometri, quello di Afagnan riceve ammalati dal Ghana, dal Benin, dal Burkina Faso. Un caso più unico che raro, che riesce a sopravvivere in un clima di povertà estrema solo grazie agli aiuti dei donatori europei.
Durante il giro era previsto anche di visitare alcune stanze dei ricoverati. Qual era il senso di entrare dai malati? Perché entrare? Li stavamo forse considerando come bestie in uno zoo? La figura di padre Donato mi aveva superato ed entrava nella stanza. – Bon jour, ca va? – lo sentii dire, e poi continuare con un Francese che non capivo. Altre urla ancora più forti mi pietrificarono sullo stipite. Vidi un bambino, in un letto, dietro la zanzariera, in lacrime, con le mani protese verso di me. Entrai anch’io. Mi avvicinai. Avevo paura di guardare. In fondo alla stanza, Donato, era accucciato vicino ad un altro letto a salutare.
Prete e missionario comboniano, la sua presenza era un abbraccio per i malati, come una goccia d’amore che si dona, gratuito, per loro. Il suo calore umano diventava aria fresca in quelle stanze, che seppur arieggiate tutto il giorno albergavano l’aria più viziata che avessi mai sentito. La sua parola, dolce, avvolgente, la sua mano che prendeva quella del malato, diventava fonte di gioia e di speranza per i visi contratti dai brividi di un attacco di malaria. Perché ero entrato? Cosa avevo io da donare a loro? Un senso di impotenza cominciava a farsi spazio dentro di me e mi irrigidiva sempre più a due passi dall’ingresso. Avevo paura? Da cosa indietreggiavo? Da dove veniva questa voglia di scappare? Io potevo essere uno di loro. Al loro posto sarei stato contento di vedere qualcuno che non riusciva ad avvicinarsi a me? Sarei stato contento di capire che aveva paura di me e della mia malattia? D’altronde, cosa potevo fare io per questi malati? Non sono medico, infermiere e nemmeno un prete, aveva senso che entrassi per visitarli? Donato si voltò e mi guardò negli occhi.
Poi, sorrise.
Come un lampo a ciel sereno in quell’istante senza tempo compresi, mi vidi chiaramente come un bambino, dal cuore piccolo che non sa guardare più in là del proprio naso.
Capii.
Ero come loro. Io ero loro. E loro erano me. E il sorriso racchiudeva un valore immenso specialmente in un clima di tristezza, di dolore. Anch’io avevo un sorriso che potevo donare. Anch’io potevo donare un po’ di calore umano, un po’ di amore. Anche se non so guarire i malati, anche se non so alleviare le loro sofferenze, potevo comunque donare qualcosa. I miei dubbi erano d’un tratto scomparsi, e mi accorsi che al posto della paura il mio cuore traboccava di amore per quel bambino dolorante.
Mi avvicinai, e vidi che il suo braccio e la sua gamba sinistra si stavano spellando vistosamente a causa di un’ustione grave. Vidi la carne viva sotto la pelle che si alzava come fogli di carta velina. Volevo distogliere lo sguardo, guardare altrove, far finta di non aver visto. Mi forzai di osservare invece il suo viso, e lui ricambiò, mi guardava mentre piangeva, il suo dolore era inimmaginabile. Capita spesso qui in Africa che qualche ragazzo si ustioni gravemente. Tutti cucinano all’aria aperta sul fuoco, o sul carbone. E le pentole di acqua bollente vengono talvolta lasciate incustodite perché le mamme con 6-7 figli piccoli non riescono ad essere ovunque. E così succede che qualcuno si tiri addosso una pentola o cadi nel fuoco. Il dolore del bambino diventava dolore mio. Così provai a sorridere. Provai a dargli un po’ di dolcezza, uno sguardo per dargli conforto. Non ho mai fatto così fatica a fare una cosa tanto semplice. E in quell’istante un flusso di amore indicibile mi ha attraversato il petto, come un torrente che in piena trabocca e si riversa fuori nella campagna. Mi accorsi mentre uscivo dalla stanza che alcune lacrime mi stavano rigando le guance. Tanta paura ha l’uomo di emozionarsi, di piangere, che farebbe di tutto per scappare, tanta paura ha l’uomo della sofferenza che piuttosto di accettarne l’esistenza negherebbe la realtà e vivrebbe in un mondo illusorio.
Può capire di sentire l’espressione Viaggio nel viaggio.
Non è un’espressione poetica.
Direi piuttosto che è un modo di vivere, una predisposizione mentale, un sistema di approccio alla vita e a quello che ci circonda.
Quando il mio Maestro mi parlava del viaggio io non capivo a cosa si riferisse. Lentamente ho compreso che significa vivere la vita intensamente e con costante umiltà. E questa umiltà permette numerose e bellissime cose. Permette innanzitutto di accettarsi, con i propri difetti, i propri dubbi, con le proprie paure, i propri limiti. Ci dona un punto di osservazione di noi stessi che possa essere anche un punto di partenza sul quale lavorare. Vivere un Viaggio nel viaggio significa vivere un’esperienza, qualunque essa sia, con un’attenzione rivolta non solo all’esterno, a quanto ci circonda, ma anche all’interno, mantenendo la consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie paure, delle proprie reazioni istintive che abbiamo di fronte al dolore e alla sofferenza.
L’uomo ha sviluppato durante la sua crescita un sofisticato meccanismo inconscio di autodifesa per proteggersi dalla sofferenza e dal dolore. Spesso si manifesta con paura, voglia di scappare, voglia di rimanere inconsapevoli di fronte a fatti che ci destabilizzerebbero, voglia di far finta di non vedere, di cercare scuse per non affrontare la sofferenza e la realtà, di auto generarsi dei sensi di colpa, inutili e che non portano a nessun cambiamento…
Questi istinti sono sicuramente efficaci, ma tutti inutili nella loro sostanza perché non risolvono il problema della sofferenza, ma lo rimandano, non portano l’uomo a migliorarsi, a superare una difficoltà, bensì a fuggire da essa. Fare un Viaggio nel viaggio significa imparare su più livelli, contemporaneamente. Viaggiare nel mondo, vedere posti nuovi, conoscere persone, conoscere realtà, e al contempo viaggiare dentro se stessi, scoprendo i propri limiti, i propri punti deboli, le proprie paure. Conoscere e conoscersi al contempo stesso, osservando sia quello che ci accade “fuori” sia quello che ci accade “dentro”.

Il Viaggio nel viaggio è quindi un modo di vivere, un modo di essere, che riesce a donare moltissimo e a moltiplicare velocemente il bagaglio di esperienza che una persona può fare nel corso della propria vita. Ciò che questo insegnamento mi sta donando, ciò che mi ha donato in Africa e che continua a donarmi ogni giorno, è a dir poco fantastico. Non ringrazierò mai abbastanza il mio Maestro per questo frammento di saggezza che è stato capace di tramandarmi.

Parole africane

Qualche giorno fa ho ascoltato alcune parole, che voglio condividere con voi. Sono parole di un congolese emigrato in Italia:

Quanto mi sento ricco da 1 a 10? Beh, io mi sento ricco 10: ho il necessario per vivere e ospito immense ricchezze dentro di me, però non posso stimarmi ricco 10, perché attorno a me ci sono persone che muoiono di fame, di freddo e di guerra. Allora sono ricco 5: una media tra la mia ricchezza e quella degli altri.

La Repubblica del Congo è un Paese benedetto da Dio, un Paese in cui le foreste stanno bene, i pesci stanno bene, i diamanti stanno bene. Soltanti gli esseri umani soffrono.

Mi dissero: “Vai, parti, attraversa la foresta, il deserto, il mare e vai a cercare in Europa la gente etica, che voglia collaborare con la nostra gente etica”. E io attraversai la foresta, il deserto, il mare e arrivai in Italia, dieci anni fa. Non mi manca niente qui, però la gente etica nella mia terra continua a soffrire.

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi

La madre: due scorci di mondo

Qualche tempo fa stavo facendo alcune osservazioni astronomiche in Bondone. Il telescopio era puntato su Giove ed intorno avevo una folla impaziente di infilare l’occhio nell’oculare e capire se davvero il pianeta c’era, se davvero era lì. Tra questi molti bimbi e altrettanti, per due, genitori. Nel buio della notte si avvicina una mamma con in braccio un bimbo piccolo addormentato. Quella, così com’è, cerca di metter l’occhio sull’oculare, ma con quel bimbo di troppo non riesce a piegarsi a sufficienza. La vedo, ci sta pensando, a come fare. E poi decide. Sul cemento della piazzola, ad un metro dal telescopio, in mezzo alla folla, appoggia a terra il suo bimbo e fa per guardare.

Solo che io mi ricordo dell’Africa. Mi ricordo di come i bimbi passano di persona in persona su un camion strapieno di gente, di come li tenga in braccio, anche per ore, chi è più comodo, anche dalla parte opposta del cassone. Anche cinque o dieci bimbi che nel caos non si sa nemmeno più di chi sono. Eppure la collettività si prende cura dei cuccioli degli altri. In Africa per una madre tenere in braccio un bimbo non suo è prassi, o forse solamente un gesto di normale umanità. E proprio non riesco a trattenermi. Dico: “ma non c’è nessuno capace di tenere in braccio un bambino?” E la folla, improvvisamente, capisce. Capisce ed in un istante la madre riprende il figlio ed un altro padre si prodiga per tenerlo lui, quel piccolino. Tutto veloce, come per cancellare la svista, quell’errore collettivo così evidente, così sgradevole da constatare.

La donna così, appoggia lo zigomo sull’oculare. Giove è lì, proprio dietro alle lenti; Io, Ganimede e Callisto ci sono, ma Europa s’è nascosta dietro al pianeta per l’imbarazzo.

Giulio

Disgusto? No grazie.

Il disgusto, quando lo provi, non è cosa piacevole. Soprattutto se il disgusto te lo provoca la realtà. Magari un aspetto della realtà che avresti preferito non vedere, lasciare in un angolo, che ti rovina il quadro generale della bellezza delle cose. Invece, mannaggia, vengo a sapere che esistono patrigni amorevoli che stuprano le figlie della moglie. Accidenti, ecco il disgusto. Scopro che ci sono persone che oggi e non nel medioevo, vengono torturate in modi barbari, un sacchetto in testa e via. Ma guarda un po’, ancora disgusto. Persone che muoiono tante, a milioni proprio adesso, per una situazione incancrenita da altri uomini troppo ingordi di benessere, che l’hanno tolto agli altri per averne loro. Cosa…ancora disgusto.

Ed un ragazzo africano in via Mazzini, che chiede a qualcuno di comperargli delle braghette da calzedonia ed io invece di inginocchiarmi e chiedergli perdono, gli dico che elemosina non ne faccio. Almeno lo saluto, intorno le persone gli sfrecciano intorno come se fosse invisibile. Come fuggono dalle proprie paure, così fuggono da lui, così fuggono dall’idea che esista la tortura e lo stupro. “Semidei che vivete in castelli inargentati” vi chiamavano i drogati, mentre ve ne restate lì, distanti, lontanissimi dalla vera natura dei problemi del mondo e dalle brutture, fottendovene se la gente muore, se la gente viene violata, se viene umiliata e spezzata. Che se qualcuno sta male, sto male pure io ed allora chi se ne frega.

Giulio

Giorni difficili: vita da Caia

È facile dimenticarsi di dove vivo, delle persone che mi circondano, del mondo che si muove intorno a me quando il lavoro mi assorbe tutto il giorno, quando ho la mia casa, la mia vita, i miei amici, la mia birretta serale. È facile dimenticarsene quando anche qui, in mezzo a tutte le differenze e i problemi diversi, la vita diventa una routine di lavoro lavoro lavoro, casa, letto, filmini, qualche serata ogni tanto.

Ma non sono in Italia, sono in Africa. E questi 4 giorni mi hanno sbattuto in faccia con violenza la realtà.Una bimba di cinque mesi è morta perché da tre settimane i genitori non la portavano all’ospedale, ma dal curandeiro (medico tradizionale locale) e anche se peggiorava di giorno in giorno, questo evidentemente era il suo destino. Niente ospedale, niente lotta per la vita, solo rassegnazione. Una donna ha perso la vita per una polmonite che stava guarendo, grazie alle medicine prese all’ospedale. Ma anche l’anima andava purificata e il curandeiro le ha fatto dei suffimigi di fumo. I polmoni erano ancora troppo deboli per resistere. Il figlio di 5 anni del nostro guardiano se n’è andato oggi, dopo aver tentato inutilmente di lottare contro la malaria dopo 3 giorni senza cure: al posto di salute vicino casa avevano detto al padre che non era importante fare il test della malaria e l’avevano riportato a casa con febbre, diarrea, vomito e qualche miracolosa pastiglia di paracetamolo. Io e Elena l’abbiamo portato all’ospedale di corsa ieri sera, quando i fratellini hanno fatto 5 km a piedi al buio per venire ad avvisare il padre che il fratello stava molto male. Siamo state accanto alla madre mentre gli iniettavano in vena il chinino. Mentre gli venivano le convulsioni a mezzanotte. Stamattina, quando sembrava stesse meglio. E anche quando tornando all’ospedale dopo pranzo, il letto era ormai vuoto.

Chissà quanti ne muoiono ogni giorno così. Per negligenza e arroganza dei servizi sanitari, per rassegnazione alla morte, per mancanza di conoscenza ed educazione, per non andare all’ospedale ma preferire costosi rimedi tradizionali. Chissà quanti anche ne moriranno sotto le calde tende senza luce né acqua che ora rappresentano l’ospedale del distretto di Caia: di fronte, un nuovo e splendido ospedale che ancora non può essere usato perché il Ministro vuole inaugurarlo pulito; ed il vecchio ospedale chiuso per ristrutturazione.
Le piogge non arrivano quest’anno. In Mozambico in genere riescono a fare due cicli di mais e altre colture, il primo da metà dicembre, il secondo da febbraio. Il primo ciclo è ormai perso da un po’. Il secondo, se non si decide a piovere e dare un po’ di acqua alle piantine germogliate, verrà perso a breve. E anche se piove, le prime pannocchie arriveranno solo a fine aprile. Cosa si mangia nel frattempo? Con cosa si compra la farina o il riso che al mercato ormai costano come oro? Cosa si dà ai 6, 7, 10 bambini col pancione che hanno fame?
Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di
Erica Guaraldo