Un ramo secco

DSC_0052_2Hai pianto ti senti come
un ramo secco
gli esami, le visite, i dottori
un ramo senza
fiori
frutti manco, neanche
la speranza che un giorno.
Un ramo secco
che ci fa nel mondo?
Aspetta di finire
nel camino
aspetta
di spezzarsi
sotto a un piede, una zampa, un sasso
e fare “crack”.

Per te
cerco oggi la parola
che non ho
la parola, amica,
che guarisce
la parola che consola.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Per fortuna pioveva

1769Almeno all’inizio.
Quando siamo arrivati, quando ci si guardava le scarpe, le maglie, le gonne, per controllare di non essere gli unici, i più colorati. No, beh, c’è perfino una signora con un vestito rosso, e molti uomini in camicia bianca, anche il beige, diverse persone in beige.
E’ che d’estate quelli dei negozi, della moda, mica ci pensano. Martellano sulla prova costume, le vacanze, si fanno i conti con i soldi, e i desideri. Ma di certo uno non se l’immagina, a luglio, mentre alcuni già al mare e altri tra poco, non se l’aspetta, di aprire l’armadio, chiedendosi con quali abiti si sentirà più a suo agio, a piangere, in mezzo ad altri, che pure staranno – almeno a tratti – piangendo. Ché l’apparenza non è tutto, va bene, però piangere in giallo o in arancione, passi il verde, meglio se scuro, l’ideale in ogni caso rimane il nero, al massimo il blu, il grigio. Il bianco non so.

D’estate uno non ci pensa, mentre sta in vacanza, al mare, mica ci pensa che si troverà di colpo su un autobus notturno, a fare la strada a ritroso, non ci pensa, che vedrà la sua amica curva, che l’abbraccerà, che l’amica scoppierà in un pianto di quelli che fanno piangere, guardando da dietro gli occhiali scuri per dire: “Non ho più niente”. Uno non se l’immagina, sotto il sole estivo, che proverà a contraddirla, a ricordarle gli amici, la famiglia, il lav… “Sì, sì, sì. Ma vi giuro che ho la morte nel cuore”.

Ed è proprio il cuore. Il prete ha detto lo porteremo al Signore, sarà il nostro tesoro. Poi ha precisato che umanamente non c’è risposta. Perché Giacomo, perché 34 anni, perché così. Non c’è risposta. Umanamente.

E non si poteva prevederlo, ma adesso si odiano i vivi, tutti, perché lui è morto. Si odia ogni cosa che respira, perché lui non respira più. E si dice di andare avanti, si dice non c’è altro, non c’è altro, non c’è altro da fare. Andare avanti vuol dire stendere il bucato, prendere il tram, lavare le verdure. Ma forse vuol dire anche urlare sott’acqua, tapparsi le orecchie, stare ore a fissare il vuoto. Un vuoto qualsiasi (anche un pieno va bene).

Siamo umani, e non abbiamo risposte.
Stiamo vicini, ci siamo.

Per fortuna pioveva.

Arianna

Foto: Gegio

 

 

Auguri

Non so come funzioni, con gli auguri.
Se uno può davvero
le cose
che più di tutto.
Oppure se, anche con gli auguri,
bisogna andarci cauti,
per non rischiare l’indifferenza del troppo.
Ché a quel punto diventano solo parole
così, tanto per.
Ecco, no, io vorrei farti un augurio bello
cicciotto, con un peso pesato,
performativo.
Vorrei dirti parole capaci
di realtà – come minimo –
immaginaria.
Con un po’ di paura
di ferirti, e poi irritarti,
o di irritarti, e poi ferirti,
ti auguro allora
una pausa
dalle voci cattive,
una pausa
dai pensieri, le crisi, la testa
piena, le gambe stanche, la rabbia
che ti rende a volte molto a volte poco
dura, pungente, attorcigliata.
Una pausa lunga
quanto basta
per farti sospirare e buttar fuori
tutto ma anche solo qualcosa,
un po’, insomma,
lontano,
quanto basta.
Una pausa per te,
e per noi,
una pausa
per stringere forte, con due braccia,
queste piccole
piccole cose.

Arianna

improvvisazioni

Prima venne lo smarrimento, ed insieme l’incredulità. Gli occhi lucidi di fronte alla mail di Ari. Il suo post, e delle parole come macigni: «Torna. Se torni, ti prometto che si fa finta di niente: si ride, come prima, e non se ne parla più.». E poi i primi commenti fra noi, i dubbi, la rabbia: «È caduto, forse da un balcone», «È al CTO in rianimazione?», «Non può essere! Ma cosa diamine stava facendo?». La ricerca in rete, qualche agenzia che riportasse la notizia: l’urgenza di sapere cosa fosse successo. L’urgenza di sapere se, e rifiutare a priori l’ipotesi che. Ancora voci, ancora incertezze: «Stavano appendendo uno striscione, per difendere i diritto dei migranti», «No, era uno striscione per il diritto alla casa». «Ma non si sa nulla?». Poi, finalmente, riusciamo a parlare al telefono con Ari e Chiara. La dinamica prende forma. Niente di eroico, niente di eccezionale, niente di lotte a muso duro o scontri con la polizia.  Semplicemente, quello che avrebbe potuto fare solo lui. «Macheccazzo… Hai presente una delle sue trovate? Stavano appendendo lo striscione alla casa e lui, lui non poteva fare un gavettone, no, lui doveva fare “IL” gavettone, un pentolone da polenta di acqua lanciato da sopra al cornicione… e per forza che ti sbilanci, cazzo!». E sì che ho presente. Benissimo. “IL” gavettone con una pentola da un cornicione: perché non c’è lotta per la giustizia se non c’è divertimento. E chi poteva farlo, se non lui? Ci sono persone che, da quando nascono, non contemplano le mezze misure. Lui. Lui che quando c’è non può passare inosservato. Lui, che anche chi l’ha incontrato una volta non lo dimentica. Lui, che “non si possono mai, mai, mai rifiutare le proposte nel gioco dell’improvvisazione teatrale“. Lui, che due anni fa accettò anche quella proposta.  Lui, che non riuscivamo proprio ad immaginare fermo in un letto. E poi, e poi l’attesa, la speranza, il “sopravviverà“, il “forse sì, ma come?“,  i ragazzi a presidiare il CTO. Il risveglio dal coma. La lotta per recuperare. La tensione che piano piano si riduce. Ed infine anche le prime, timide ma imprescindibili, battute, nell’instancabile e passionale racconto di Ari: “Ma quindi, recupererà la parola? Ma proprio tutta tutta, non c’è proprio speranza che almeno un pochino…no, eh?“.

E così è oggi, a ripensarci, a due anni giusti di distanza, giorno più giorno meno. Non ci siamo ancora incontrati, dalla tua ripresa. Un po’ la distanza, un po’ forse il timore di quella memoria che non c’è, un po’ che forse non è capitata ancora l’occasione… Ma no, basta scuse. È ora di ritrovarsi, con o senza memoria del passato, di ricominciare a raccontarsela, di ricominciare a teatrare, a manifestare. E ridere, come prima, e non se ne parla più. Ché la regola è sempre quella, ad improvvisare non ci si tira indietro, non si possono non accettare le proposte. Che ne dici, un forum senza giolli appena torna Ari da Parigi, ci stai? Noi ci siamo.
E del buon vino, stai tranquillo, non mancherà di certo.

L’amicizia

Penso che l’amicizia vada oltre il semplice fatto di sfogarsi a vicenda.
Credo che vada oltre questo.
Ma non siamo forse dei piccoli animali egoisti, a volte? Molto spesso cerchiamo solo attenzioni negli altri. Quindi alla fine il rapporto dovrebbe essere oltre tutto ciò, se non vogliamo essere egoisti, egocentrici e tutto quello che gira intorno a quella -meravigliosa?- parola di tre lettere (ego).
Credo che quindi la parola chiave in amicizia sia condivisione.
Condivisione di momenti, di esperienze, di persone, di luoghi. Tutto ciò che si può condividere.
Altrimenti non si ha nulla in comune ed è un’amicizia a senso unico.
E secondo me, una parte importante della condivisione la fa anche il tempo.
Si ha bisogno di tempo!
Mai correre troppo, in amicizia come in qualsiasi altro rapporto tra esseri umani.
Non si può mettere fretta ai sentimenti, sarebbe una cosa stupida.
È come mangiare una fetta di torta: uno la vorrebbe divorare subito, e poi se ne vorrà ancora e ancora. Prima o poi la torta finisce. Non è più bello gustarla pian piano?
Ecco, correre in amicizia equivale a divorare tutta la torta. E una volta che è finita non rimane nulla.
È brutto, non puoi litigare perché effettivamente non è successo nulla (a parte tutti i presunti cambiamenti e varie colpe che ti addosseranno), però ti senti vuoto perché non hai più nulla da condividere con quella persona.
E poi diciamocelo, a meno che non sia un legame duraturo che va avanti da molti anni, un’amicizia esclusiva tra due persone non potrà mai essere profonda e destinata a durare, se di base si corre.
Lo ribadisco, mai avere fretta.
Credo anche che una parte importante la faccia quella parolina di tre lettere che ultimamente mi piace un sacco.
Ego.
Ovvero noi stessi.
Ci piace tanto socializzare, sì, ma vi siete chiesti quanto tempo passiamo da soli?
Prima di stare bene con gli altri dovremmo imparare a gestire i nostri cambiamenti d’umore / problemi / debolezze.
Rileggete bene, GESTIRE ho scritto.. non RISOLVERE. Non si pretende questo.
Alla fine è un bene per noi stessi se impariamo a conviverci.
Giusto per essere sicuri di avere noi stessi sempre tutti interi, per fare affidamento sulla nostra forza quando ci sembrerà che ogni singola persona sulla faccia della terra ci avrà abbandonato.
Perché credetemi arriverà quel momento. E sarà brutto tanto quanto falso.
Perché nessuno ci abbandonerà mai del tutto, ci sarà sempre qualcuno con noi (e arrivare a pensare questo in una notte insonne vuol dire un bel passo avanti).
Basta solo ricordare che, di base, quel qualcuno, prima di tutti, siamo proprio noi.

Pascai Eleonora

Non smettere mai di guardare le stelle…

Oggi il tempo ha rinfrescato. Mi ricorda molto quelle giornate di ottobre, quando alla sera si alza un’aria fresca fresca, pulita, ma che contiene già l’autunno, il vento e i primi freddi. Alcuni dicono che l’estate sia già finita, ma io non ci voglio credere, perchè il tempo mi passa troppo in fretta che non me ne accorgo più, e solo a fine stagione mi rendo conto che è andata davvero. Eh sì, perché si aspetta con tanta ansia per tanti mesi di mettersi la maglietta a maniche corte, anche alla sera, di far respirare i piedi senza calzini, nei sandali, di prendere un po’ di sole, di lasciarsi alle spalle tutti quei mal di gola e raffreddori dell’inverno, di asciugarci fuori l’umidità dalle ossa. E quando è già l’ora non ci sembra vero, non l’abbiamo goduta abbastanza ci sembra e ci si aggrappa all’autunno, con tutte le forze, nel disperato tentativo di restare un po’ più a lungo al caldo, almeno di giorno, sotto il sole, ma anche quello inesorabilmente è destinato a lasciarci e farsi ricoprire dalla neve. Così come le stagioni anche le persone vanno e vengono e per quanto si sforzino di fermare il tempo non possono fare a meno di vivere, in un modo o nell’altro, e vivere i giorni, le settimane, i mesi, almeno finché stanno qua. Così il tempo ci aiuta tutti alla fine, che sia inverno o estate, perché scorre e si rinnova sempre, dandoci l’esempio, senza paura di andare avanti, di rialzarsi una volta di più, perché ieri ormai è passato, e quello che è successo è ormai accaduto, e oggi è un nuovo giorno, diverso dagli altri, ancora da scrivere, pieno di vita se riusciamo a vederla, e sarebbe un peccato credere di saper già come va a finire, o non aver più voglia di esserci, di fare, di combattere, di stupirci, di sorridere e di piangere, perché è proprio l’ignoto che ci vibra nell’anima e che ci fa sentire vivi, è proprio grazie all’ignoto se abbiamo sempre, ancora, e ancora, un’altra possibilità di essere felici.

Giacomo

Chi trova un amico trova un tesoro

Luca giocava a calcio. I suoi amici erano le persone che vedeva più spesso, i suoi compagni di squadra.
Poi venne il giorno in cui Luca decise di provare il tennis, così lasciò il calcio e cominciò il tennis.
Al gruppo di amici di calcio venne automatico non sentire più Luca e non chiamarlo più perché non più parte della squadra, così Luca si ritrovò solo, e dovette di nuovo farsi degli amici e così fece, seppur triste per l’accaduto, tra i suoi nuovi compagni di tennis.
Luca si gettò quindi a capofitto nel tennis, perché gli piaceva e perché era l’unica cosa che gli era rimasta. Così passò del tempo.
Negli anni successivi, ansioso di provare tutto e di vivere tutti gli sport, cambiò ancora e passò al nuoto, alla corsa, agli sci, poi vela e canottaggio, danza e arrampicata, windsurf e parapendio, ballo liscio e pingpong… e ogni volta che cambiava sport, sebbene lui fosse diventato un uomo adulto, si ritrovava nella stessa situazione di quando, da bambino, lasciò il calcio.
La stessa cosa, analoga a quanto gli capitava nello sport, gli accadeva per il lavoro. Ogni volta che cambiava lavoro, senza un motivo perdeva i contatti con i suoi vecchi colleghi.
Ogni volta infatti gli amici lo abbandonavano, ogni volta chi lasciava non si vedeva più, spariva dalla sua vita come un fantasma e lui doveva ricominciare da capo.
Forse, si domandava, se uno con cui hai giocato al pallone per tanti anni decide di cambiare può sembrare che rifiuti non solo il gioco del pallone ma anche te, che ancora ci credi, ti piace e ti senti coinvolto. Allo stesso modo se un collega cambia lavoro forse tu che continui potresti sentirti il coglione che rimane e accetta una condizione che a quell’altro non gli va più bene. Forse ti senti inferiore, perché non hai il coraggio di andartene, o forse ti sembra che chi se ne va sia arrogante e presuntuoso.
Ad ogni modo Luca non capiva perché un’amicizia dovesse essere, per forza di cose, così fragile da rompersi al minimo accenno, così condizionata dall’attività svolta assieme al punto che, mancando quella, veniva a mancare ciò che teneva in vita il legame che si era formato.
Luca si rifiutava di credere che la poesia dell’amicizia fosse dettata solo dal caso e che, sempre per caso, essa potesse sciogliersi, come neve al sole. Fu così che comprese le parole “chi trova un amico trova un tesoro”.

Un anno e la fotografia

Ivano Fossati canta: “Un anno e più non è uno scherzo, può renderti diverso, un anno è la fotografia di te stesso che vai via”.
La fotografia che tengo con me, però, è tua. Qui sembri così viva, così piena di luce ed energia che pari avere due o tre vite dentro, sembra che se anche ne perdessi una, in fondo, dico, non è che.
E invece ne avevi una, come tutti, e quella è andata. Ma lo vedi? Mi sto già confondendo. Forse sei sempre stata e sei ancora, e t’ho incontrata chissà quante volte, quest’anno, come quando i tuoi orecchini e poi, di colpo, di nuovo diversa, invisibile ma presente. Perché non si può mica sparire del tutto, ti pare?
Ora non è che voglia star qui a raccontarti quel che è stato quest’anno, senza di te o, meglio, senza di te com’eri quando c’eri, quand’eri con.
Però sappi che sei passata, hai lasciato un segno profondo e preciso, di quelli che se anche sei distratto ti rimettono subito in riga: lì, e non altrove.

Grazie, Trendy amica.

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi

Kosimo e il palloncino blu parte 2

  1. Kosimo guardava il palloncino, affascinanto, quasi assorbito dalle sue qualità. Era leggero, leggerissimo e non si preoccupava mai. Non un solo segno di cedimento. Roteava in compagnia degli elementi che lo sovrastavano…
  2. E quel modo di obbedire al soffio che aleggiava nella viuzza era quasi commovente. L’aria e il palloncino erano intimamente legati, uniti, fusi. Ma con quale grazia ed armonia, lo erano. Improvvisamente fece la comparsa il suono di una macchina in arrivo.. che fece sobbalzare il giovane Kosimo ormai affezionato al palloncino e temette la sua distruzione. In quel momento era un po’ distante da lui, pochi metri indietro e non avrebbe potuto far nulla per salvarlo. Lo guardò con intensità per quei pochi attimi… fino a che il mezzo passò senza neppure sfiorarlo. Kosimo sorrise con il cuore.Prese con più vigore, ora, a dare calci al suo gioco, di cui in qualche modo ne sentiva il forte richiamo…Lo sentiva suo. Anche se appeso all’aria e al suo destino… era il suo palloncino. Tra le braccia di quest’ ignoto… ecco affiorare un dolce sentimento per lo stesso e Kosimo lo colpì forte con tutto il lato destro del piede.. ma la brezza aveva cambiato direzione tramutandosi in vento. Il palloncino trovò dinanzi un grande muro d’aria che lo fece rapidamente sbalzare indietro. Non accettando l’idea di perderlo, Kosimo tornò indietro anche lui e lo colpì con ancora più forza, anche solo per spingerlo avanti di pochi centimetri, anche solo per giocare ancora, ancora un po’.. sebbene la strada conducesse in un luogo che, ora, si faceva più lontano. Una vecchia che stava dietro, passando, diede un calcio al palloncino, e poi un altro e un altro ancora. Kosimo le sorrise, e le disse: “Giochiamo insieme”. Ma lei, dopo aver ricambiato il sorriso e detto:” Ecco che arriva..” proseguì il suo cammino con il passo immutato come avesse più forza di quell’incontro inaspettato. Con tenera insistenza, il ragazzo, perseverò nel calciarlo, fino a che la brezza non cambiò ancora direzione. Kosimo e il palloncino poterono, finalmente, proseguire, insieme, lungo la stradina con un’ aria piacevolemte favorevole.Prese a colpirlo a volte con il piede che sporgeva ad un fianco della bicicletta, altre volte con la ruota stessa, utilizzando sia il davanti che il cerchio nella sua interezza. Mentre ciò accadeva era come se il palloncino continuasse a parlargli…era come se bisbigliasse con grande voce:”Portami con te, amami, guardami e colpiscimi… E SII PRONTO A LASCIARMI ANDARE IN OGNI MOMENTO”. La strada della viuzza non era ancora terminata, ma Kosimo, ascoltando quelle parole silenziose… si rese conto che ad un certo punto lo avrebbe dovuto abbandonare. Un altro passante si preoccupò del palloncino e disse a Kosimo:” Attento che si buca” e sorridendo se ne andò.Kosimo amava giocare con quel palloncino, ma una strega dai colori insondabili nominata impermanenza minacciava di continuo il loro rapporto. Fu un momento particolarmente intenso quello in cui Kosimo si rese conto che era giunto il tempo di dirgli addio.. era stato bello giocare insieme, ma quello era il momento… lo sentiva nel profondo.Gli tirò un ultimo calcio con tutto l’amore che aveva dentro… e questa volta, lasciò che la brezza nuovamente con direzione contraria se lo portasse delicatamente via… Kosimo rimase a guardare, ancora e ancora. Per ogni rimbalzo del palloncino a terra era come se le sue vibrazioni riempissero tutto lo spazio. Erano quasi impercettibili, eppure così visibili… silenziose, eppure così udibili. Furono tre, i rimbalzi che Kosimo decise e sentì di  poter guardare, dopo di che… girò di netto la testa e proseguì senza voltarsi. Questa forza cedette, poco dopo, ad uno sguardo furtivo lasciato scorrere dietro di sé… ma l’immagine del pallocino era scomparsa. Kosimo sentì una forma di malinconia che scomparve rapidamente…Aveva solo perso un’immagine… una forma… Ma il suo cuore era stato inesorabilmente arricchito ed, ora, era libero di guardare altre forme.  Tratto da:”tornando verso casa” (fatto veramente accaduto 🙂 ) Raji

Kosimo e il palloncino blu Parte 1

  1. Kosimo era in dolce compagnia della sua bicicletta, e con moto lento e un po’ arzigogolato si andò ad infilare in una stradina secondaria mentre tornava verso casa… un vicolo con molti bidoni della spazzatura e con delle case povere ai lati dello stesso. Giunto dinanzi ad un ampio scorcio tra i muri delle case si fermò ad osservare un grande albero che lanciava i suoi rami con grande slancio verso il cielo. Era proprio bello. Sorrise e bevve la pace di quel momento.Come un mondo a se stante, come un luogo in cui riposare.. che non era fatto di tempo, ma solo di spazio… uno spazio intimamente suo…tanto che i rari passanti non lo distoglievano dalla sua tenera conteplazione. Quei rami, quelle foglie e poi quella luce che filtrava dalle nuvole grigie erano bellissimi. Era come se potesse sentire il sussurro dell’albero sposato con la dinamica del giorno, con quella curvatura che non si lascia mai afferrare completamente… Per istinto, senza pensarci, gira il capo sopra la spalla sinistra e poi in basso e dal nulla spuntò fuori un bel palloncino azzurro un po’ sgonfio che rimbalzava solitario spinto dalla brezza leggera. Kosimo si stupì di quell’incontro inaspettato. Si guardò intorno per capire se poteva essere di qualche passante, di qualcun’altro.. ma il palloncino era tutto solo ed alternando delle brevi pause al suolo a saltelli e voli lievi se ne andava di qua e di là senza legami di alcun genere. Libero e leggero. Solamente, sospinto da quella brezza… in uno spazio troppo ampio per poterlo fermare definitivamente.Essendo un po’ sgonfio, Kosimo pensò che calciandolo non avrebbe potuto bucarlo, a meno che non gli avesse dato un calcio troppo forte. Decise quindi di colpirlo. In principio fu facile e divertente perchè l’aria si muoveva nella stessa direzione i cui stava andando..    Raji