Kosimo e il palloncino blu parte 2

  1. Kosimo guardava il palloncino, affascinanto, quasi assorbito dalle sue qualità. Era leggero, leggerissimo e non si preoccupava mai. Non un solo segno di cedimento. Roteava in compagnia degli elementi che lo sovrastavano…
  2. E quel modo di obbedire al soffio che aleggiava nella viuzza era quasi commovente. L’aria e il palloncino erano intimamente legati, uniti, fusi. Ma con quale grazia ed armonia, lo erano. Improvvisamente fece la comparsa il suono di una macchina in arrivo.. che fece sobbalzare il giovane Kosimo ormai affezionato al palloncino e temette la sua distruzione. In quel momento era un po’ distante da lui, pochi metri indietro e non avrebbe potuto far nulla per salvarlo. Lo guardò con intensità per quei pochi attimi… fino a che il mezzo passò senza neppure sfiorarlo. Kosimo sorrise con il cuore.Prese con più vigore, ora, a dare calci al suo gioco, di cui in qualche modo ne sentiva il forte richiamo…Lo sentiva suo. Anche se appeso all’aria e al suo destino… era il suo palloncino. Tra le braccia di quest’ ignoto… ecco affiorare un dolce sentimento per lo stesso e Kosimo lo colpì forte con tutto il lato destro del piede.. ma la brezza aveva cambiato direzione tramutandosi in vento. Il palloncino trovò dinanzi un grande muro d’aria che lo fece rapidamente sbalzare indietro. Non accettando l’idea di perderlo, Kosimo tornò indietro anche lui e lo colpì con ancora più forza, anche solo per spingerlo avanti di pochi centimetri, anche solo per giocare ancora, ancora un po’.. sebbene la strada conducesse in un luogo che, ora, si faceva più lontano. Una vecchia che stava dietro, passando, diede un calcio al palloncino, e poi un altro e un altro ancora. Kosimo le sorrise, e le disse: “Giochiamo insieme”. Ma lei, dopo aver ricambiato il sorriso e detto:” Ecco che arriva..” proseguì il suo cammino con il passo immutato come avesse più forza di quell’incontro inaspettato. Con tenera insistenza, il ragazzo, perseverò nel calciarlo, fino a che la brezza non cambiò ancora direzione. Kosimo e il palloncino poterono, finalmente, proseguire, insieme, lungo la stradina con un’ aria piacevolemte favorevole.Prese a colpirlo a volte con il piede che sporgeva ad un fianco della bicicletta, altre volte con la ruota stessa, utilizzando sia il davanti che il cerchio nella sua interezza. Mentre ciò accadeva era come se il palloncino continuasse a parlargli…era come se bisbigliasse con grande voce:”Portami con te, amami, guardami e colpiscimi… E SII PRONTO A LASCIARMI ANDARE IN OGNI MOMENTO”. La strada della viuzza non era ancora terminata, ma Kosimo, ascoltando quelle parole silenziose… si rese conto che ad un certo punto lo avrebbe dovuto abbandonare. Un altro passante si preoccupò del palloncino e disse a Kosimo:” Attento che si buca” e sorridendo se ne andò.Kosimo amava giocare con quel palloncino, ma una strega dai colori insondabili nominata impermanenza minacciava di continuo il loro rapporto. Fu un momento particolarmente intenso quello in cui Kosimo si rese conto che era giunto il tempo di dirgli addio.. era stato bello giocare insieme, ma quello era il momento… lo sentiva nel profondo.Gli tirò un ultimo calcio con tutto l’amore che aveva dentro… e questa volta, lasciò che la brezza nuovamente con direzione contraria se lo portasse delicatamente via… Kosimo rimase a guardare, ancora e ancora. Per ogni rimbalzo del palloncino a terra era come se le sue vibrazioni riempissero tutto lo spazio. Erano quasi impercettibili, eppure così visibili… silenziose, eppure così udibili. Furono tre, i rimbalzi che Kosimo decise e sentì di  poter guardare, dopo di che… girò di netto la testa e proseguì senza voltarsi. Questa forza cedette, poco dopo, ad uno sguardo furtivo lasciato scorrere dietro di sé… ma l’immagine del pallocino era scomparsa. Kosimo sentì una forma di malinconia che scomparve rapidamente…Aveva solo perso un’immagine… una forma… Ma il suo cuore era stato inesorabilmente arricchito ed, ora, era libero di guardare altre forme.  Tratto da:”tornando verso casa” (fatto veramente accaduto 🙂 ) Raji
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Kosimo e il palloncino blu Parte 1

  1. Kosimo era in dolce compagnia della sua bicicletta, e con moto lento e un po’ arzigogolato si andò ad infilare in una stradina secondaria mentre tornava verso casa… un vicolo con molti bidoni della spazzatura e con delle case povere ai lati dello stesso. Giunto dinanzi ad un ampio scorcio tra i muri delle case si fermò ad osservare un grande albero che lanciava i suoi rami con grande slancio verso il cielo. Era proprio bello. Sorrise e bevve la pace di quel momento.Come un mondo a se stante, come un luogo in cui riposare.. che non era fatto di tempo, ma solo di spazio… uno spazio intimamente suo…tanto che i rari passanti non lo distoglievano dalla sua tenera conteplazione. Quei rami, quelle foglie e poi quella luce che filtrava dalle nuvole grigie erano bellissimi. Era come se potesse sentire il sussurro dell’albero sposato con la dinamica del giorno, con quella curvatura che non si lascia mai afferrare completamente… Per istinto, senza pensarci, gira il capo sopra la spalla sinistra e poi in basso e dal nulla spuntò fuori un bel palloncino azzurro un po’ sgonfio che rimbalzava solitario spinto dalla brezza leggera. Kosimo si stupì di quell’incontro inaspettato. Si guardò intorno per capire se poteva essere di qualche passante, di qualcun’altro.. ma il palloncino era tutto solo ed alternando delle brevi pause al suolo a saltelli e voli lievi se ne andava di qua e di là senza legami di alcun genere. Libero e leggero. Solamente, sospinto da quella brezza… in uno spazio troppo ampio per poterlo fermare definitivamente.Essendo un po’ sgonfio, Kosimo pensò che calciandolo non avrebbe potuto bucarlo, a meno che non gli avesse dato un calcio troppo forte. Decise quindi di colpirlo. In principio fu facile e divertente perchè l’aria si muoveva nella stessa direzione i cui stava andando..    Raji 

Come stai?

Eh, bella domanda.
Sto che invidio chi non ti conosce, perché non sa cosa si perde. E poi invece mi rattristo per chi non ti conosce, perché si sta perdendo qualcosa.
M’allontano dai vivi, colpevoli di non essere te. M’allontano dai vivi, e da me stessa. Come oso sopravviverti? E così io dovrei vivere e tu morire? Ma siamo impazziti?!
E poi invece m’avvicino ai vivi, li voglio con me, stretti stretti. M’avvicino ai vivi, e a me stessa. Sono qui, in questo dolore. Sto. E ti aspetto.

Tua Mogliettins, Ariannons, pettinature particular, troppo the sweet (ma anche last) one, Lovera interrogata sulle figure retoriche, Marisa e Katia (per elencare solo i principali). Aggiungerei anche premio chapino in materia di killing, considerata la situ.

La Via del Fuoco

Conobbi Louis, nel deserto arido di nudapietra, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Lorene, nelle lande verdi di pratovalle, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Matisse e con lui accesi un fuoco.
Conobbi Mariette e con lei accesi un fuoco.
Conobbi…

Accendevo fuochi con le persone e li alimentavo ogni giorno, per mantenerli vivi.
Accendevo fuochi con le persone e ne accesi tanti, era bello avere sempre un fuoco presso cui scaldarsi.

Li accendevamo sempre in due, e in due vi gettavamo la legna, un ciocco a testa.
In due controllavamo che il fuoco non si spegnesse, in due ci scaldavamo a quel tepore.

Se uno di noi non gettava più la legna, attorno al fuoco non ci si scaldava più.
Se uno di noi non gettava più la legna, era come esser soli attorno a quel fuoco.
Se uno di noi non gettava più la legna, allora il fuoco si spegneva lentamente.

Ho visto fuochi salvati per miracolo proprio quando l’ultima brace stava per spegnersi.
Ho visto fuochi bruciare intensamente e poi spegnersi nel giro di poche ore.
Ho visto tragiche scene, dove uno gettava legna come un matto su un fuoco da solo, mentre l’altra persona stava a guardare e sorrideva solo quando la fiamma riusciva a scaldarla.
Ho visto fuochi sopravvivere con un minimo di fiamma per decenni, una fiamma talmente sottile e debole che non ha mai scaldato abbastanza. Ho visto persone prender freddo attorno a quei fuochi senza mai capire che la legna che vi gettavano era troppo poca. Ho visto quelle persone dirsi addio, perché quel fuoco che avevano acceso non era sufficientemente caldo, ne erano disposte a metterci più legna.
Ho visto persone lasciare che il fuoco si spegnesse perché troppo convinte di non avere tempo di metterci la legna.
Ho visto fuochi enormi accesi tra più persone, e bruciare così tanto da avere la forza di scaldare tanta gente.
Ho visto persone avvicinarsi e scaldarsi veramente per la prima volta.
Ho visto i loro sorrisi.
Ho visto qualcuno che non sapeva nemmeno cosa fosse un fuoco, l’ho visto avvicinarsi per poi scappare di nuovo al freddo e al buio, come una bestia, con la paura di scottarsi.
Ho visto persone incapaci di comprendere cosa sia un grande fuoco e quanto importante possa essere, li ho visti incapaci di alimentare un fuoco per avere una grande fiamma, li ho visti accontentarsi di un fiammifero e orgogliosi andarsene solitari lontano.

Ho imparato nella vita che è difficile mantenere un fuoco vivo, che il lavoro è tanto ma soprattutto occorre essere costanti e lavorare in due.
Ho imparato che la legna bisogna sempre gettarla quando questa è secca e disponibile, perché domani potrebbe piovere e bagnarsi. Ho imparato quindi che non bisogna elemosinare sulla legna, che non bisogna aspettare che la fiamma si indebolisca troppo per gettarne di nuova, perchè potrebbe essere troppo tardi.
Ho imparato che non bisogna dimenticarsi di un fuoco, ne lasciarlo solo, ne darlo per scontato e credere che possiamo non dargli legna oggi e trovarlo vivo domani.

Alimentare un fuoco è sì fondamentale affinché questo sopravviva, ma alimentare un fuoco non è fornirgli legna appena appena bastante affinché questo sopravviva.

Se avete un fuoco, non abbiatene paura e trovate il tempo di alimentarlo assieme con vigore e costanza. Fate che la sua fiamma bruci intensamente affinché possiate sorridere abbracciati e soddisfatti al suo intenso calore. Un giorno ne potrete anche accendere molti, e potrete farlo assieme a tante persone, potrete donare il calore del fuoco e l’arte di accenderlo e mantenerlo vivo agli altri, come una perla di rara saggezza, sarà un testimone importantissimo che passerà di generazione in generazione col potere di scaldare chi ancora su questo pianeta ha freddo.

Giacomo

La verità

a volte presente
condizionale, ovviamente,
sarebbe contenta
oppure delusa

a volte (con più onestà)
passato irreale
le sarebbe piaciuto
se

fossimo sinceri però
diremmo
la verità del fatto:
assente

ignoriamo chi sarebbe
se ancora fosse
certamente diversa
e allora

la verità
è allo stato presente
indicativo
passato, ovviamente.

Arianna

Non-ricordo

Il ricordo è un tessuto a maglie larghe, una cornice che segna i confini di quel che è stato dimenticato. E così ricordo l’espressione che avevi quel pomeriggio, una delle molte, una soltanto, la ricordo. Ho invece dimenticato il colore della tua gonna, quali scarpe indossavi… era un té freddo? Non ne sono sicura. La tua ultima parola per me è un non-ricordo. Diversa dal niente però: qualcosa, che ho dimenticato. Allo stesso modo ho perso l’inizio… com’è che – d’un tratto – eravamo amiche, io e te? Circondato dagli scherzi e le confessioni quel “come” è un vuoto. Che, tuttavia, è.
Mi accompagnano alcune immagini, sempre più sbiadite. Ogni tanto le ripasso: voglio che restino, ricordi.

Arianna

L’ultima volta

L’ultima volta che ci siamo viste non sapevo che sarebbe stata l’ultima.

Eri lenta lentissima nei movimenti, citofonai tre volte perché non scendevi più: “Un attimo, arrivo!”. Nella tua voce c’era l’irritazione di chi si scontra ogni giorno con la goffaggine dei sani. Mi vergognai della mia impazienza, mi sentii così stupida, superficiale, così… e poi, di colpo, eri lì.
Sul tuo volto stava la sofferenza che non potevo capire, che sapevo, sì, sapevo, eppure no, in quel momento m’accorsi che non sapevo proprio niente. Come abbracciarti senza farti male? Come parlarti senza ferirti? D’un tratto, eravamo estranee. Il mio passo troppo veloce nonostante cercassi, facessi attenzione, t’assicuro che c’ho pensato, e dire che Eli m’aveva preparata: “Non sarà piacevole vederla così”. 
Provai a farti ridere, ricordi? “Malgrado le cure, sei sempre la mia Trendy Teacher!”, ma il tuo sorriso – per la prima volta – mi parve forzato. Non avevi proprio voglia di scherzare. Qualche mese in più negli occhi, e già appartenevi a un’altra generazione. Quei ricci fragili, il viso grigio, scavato, e poi il ventre, grande, gonfio: “Una commessa ieri mi ha chiesto se ero incinta… davanti a mio padre! Guarda, la gente, veramente…”.
Non riuscivi a stare seduta, andai a chiedere dei cuscini ai ragazzi del bar (“Che antipatici in questo posto, se la tirano come non so cosa!”), mi feci dare tutti quelli che avevano: “Grazie, tesoro”. 
“Come va lo stage al museo?”, sì, ti trovavi bene ma avevi energie soltanto per un part-time, ti dispiaceva. “Non va troppo male però, ecco, io una che può andare in giro così la invidio”. Una ragazza in minigonna, alta, slanciata, coi tacchi. “Ma non perché bella o brutta, semplicemente perché cammina… così, vedi?”.
Non c’era molto che potessi dire, tu però insistevi, volevi che ti raccontassi di me, come al solito: “Hai dei bei progetti, si vede che ci credi. Ce la farai”.

Non lo so, Trendy Teacher, non so se ce la farò. Ma ti prometto che ci proverò. E ti prometto che, di fronte alle mie fatiche, mi ricorderò delle tue parole: “Sai meglio di me che non è questo il problema: il problema è che non ti ami abbastanza”. La sento ancora la tua voce che me lo ripete.
In effetti, ha ragione.

Arianna

Buon compleanno

Te li faccio lo stesso, gli auguri di compleanno.
Perché oggi ti penso più forte, e perché il 17 novembre resterà sempre il tuo compleanno, l’anniversario del giorno felice in cui sei nata.
La seconda data – quella che nei vivi si omette – non cambia il significato della prima: 28 anni fa, all’improvviso, esistevi. Questo rimane vero anche oggi, che è da allora il primo 17 novembre senza di te.

Ti mando l’augurio di sempre, immutato nel mutare degli stati, dei passaggi ad altre forme. Ti auguro di sentirti bene dove stai, di vedere il senso e la bellezza, di poter esprimere il meglio di te stessa, e di esserne consapevole.
Invio quest’augurio a quel che ora sei diventata, alle parti di te trasformate in terra, funghi, nuvole. Per esser certa di non tralasciare nessuna molecola, nessun atomo dei tuoi, mi rivolgo a tutti i viventi, e a tutto quel che esiste: buon compleanno. 

Arianna

Chiedo un miracolo

Non ci sei.
E’ proprio vero che sei morta, allora. Non è come quando ti arrabbiavi, sparivi per un po’ e poi ti passava. Questa volta è diverso.
Ti cerco, dimenticandomi che non posso trovarti. Ti cerco nei cassetti, non ci sei. “Forse dovrei provare nell’armadio”, penso. Ma niente, neppure lì ti trovo. Ti cerco nei capelli arruffati di una bambina che mi chiede: «Dove dormi?». Ti cerco stasera a teatro, appena prima di commuovermi, e nel riflesso di una candela, diventate due nel bicchiere.
Non ci sei, va bene, lo devo accettare. Ma chiedo un miracolo: sopravviverti senza tristezza. Chiedo di trovarti nel modo in cui puoi esserci e godere della tua esistenza, passata – è vero – però reale. C’eri.

E fanno tre mesi.

Arianna

Ai Bindesi, voglia di libertà

.
.
Pochi passi ed ha chiuso gli occhi,
Si è appoggiata a me,
E nell’aria si è fatta trasportare.
.
Tre volte, nella piazzetta
Il saluto al Sole
ed un dolce stare.
Testimoni: quattro case ed un gatto,
la brezza e l’acqua del viadotto.
.
Sacro il respiro,
nella salita.
Desiderio di libertà
in ogni passo.
.
Vicini alla vetta,
Sulle mani e nel cuore,
Resistenza.
Ancora desiderio di libertà.
.
Al rifugio,
abbiamo mangiato
abbiamo bevuto
abbiamo riso
e sopprattutto,
abbiamo sorriso.
.
Pace nel parco lì vicino.
.
E via di corsa,
Dove non c’è nessuno
Ed i piedi baciano la terra nuda.
Lei mi segue,
Dolce desiderio di libertà.
.
Quel Sole, Quel Sole mi ricordo,
Immobile dietro al ramo,
mentre lei riposava.
.
.
Dedicato alla mia cuginetta, Jessica

Raji