La morte continua

La morte non è un evento discreto, un punto nello spazio-tempo che capita una volta sola per ciascuno, e una volta per tutte.
La morte è un processo, un continuo.

Chi è (per lo più) vivo, muore ogni giorno un poco. Si avvicina, tende quotidianamente a quel momento-luogo che è la morte biologica, la morte del corpo (del resto – se qualcos’altro c’è – non si sa). 
Ma chi è (almeno biologicamente) morto, permane nella morte, e continua a morire per i (per lo più) vivi.

Ogni giorno, sei morta. 
Anche oggi.
So che sarai morta domani. Ma so anche che non posso pensare la tua morte al futuro.
Devo pensarti morta oggi, adesso, per sentire la tua assenza.

Ogni giorno, arriva il momento in cui ricordo com’eri, sapendoti però diversa, forse già terra, o cielo. Chissà.
La vita continua, è vero, ma la morte pure.
La vita e la morte, non le credo nemiche, stanno vicine.  

Anche oggi, ti saluto.
Ciao, amica. 
A domani.

Arianna

Eri ieri

Non eri una rosa, una perla nel mare, margherite, la pioggia e l’arcobaleno
non eri

Non eri la luna, una stella, la bimba più bella, erbe e spezie in cucina  
non eri

Non eri una parola, anelli alle dita, dei pianeti il destino, lo zucchero e il miele 
non eri

Non eri le tue ferite, bicicletta, tra i capelli un fiore, una manciata di terra e il cielo
non eri

Non eri un’opera d’arte, una danza, gli applausi a teatro, libri e cioccolato
non eri

Non eri una canzone, fatiche, una storia d’amore, il fischio di un treno e il volo
non eri

Non eri i tuoi sogni, un cinema vuoto, i sandali ai piedi, lacrime e disperate carezze 
non eri

Non eri un sorriso, nebbia d’inverno, un viaggio, il dolore e la sua fine
non eri 

Eri però per ciascuno qualcuno.
C’eri.

Contempliamo le nuvole.

Arianna

 

Foto: Senegal 2009

All’ospedale

Si viene per guarire
si viene
per morire.

Questa stanza numero quattro
non ti rappresenta:
troppo pulita, ordinata, colori
delicati.

Però le pareti azzurre
chiare come 
quel manifesto in cucina 
– ricordi?

E poi un vaso di fiori 
chi ti ama ti stringe la mano, ti accarezza
i capelli ancora
ricci.

La pancia gonfia, il respiro
il respiro, il respiro affannato
ce la fa ancora, ce la fa, ce la fa
per ora.

Ti ho vista che eri?
Siamo state vicine – dimmi – sapevi?
Hai sentito chiamare il tuo nome, i nostri
li udivi?

Chissà dove e in che modo sei 
diversa
da prima, da noi che siamo
senza. 

Lo smalto rosso, la voce, un lampo
negli occhi
sei tornata soltanto
un momento.

Ci mancherai.

Arianna

Quando un’amica muore

Quando un’amica è malata, lo sai che può morire. Del resto, non è una novità: moriremo tutti, anche tu, i tuoi genitori, tua sorella, il tuo capo, i colleghi e poi lei, la tua amica. Ma, anche se lo sai, te lo dimentichi, non ci pensi. La chiami, ridete, sta facendo delle cure, vi vedrete la prossima settimana, appena può viene a Torino, dice.
E invece un’altra amica ti telefona, un venerdì sera qualunque: “Sta morendo, le restano pochi giorni…”
Non capisci: “In che senso sta morendo, scusa??!”
Nell’unico senso che ci è dato comprendere.
Il corpo diventa immobile e poi freddo, ogni attività che lo abitava cessa e tu non puoi più parlare con la tua amica, andare al cinema insieme a lei, citofonarle quando passi sotto casa sua. Pensi a tutti i progetti e i sogni che aveva, a tutte le cose che non farete più insieme e ti chiedi come avreste vissuto se aveste saputo che la fine sarebbe stata ora. Magari tu non saresti stata lontana quest’anno, proprio quest’anno. Magari lei non si sarebbe preoccupata per il lavoro.
Ma forse è meglio così, è meglio non sapere quando arriverà l’ultimo giorno e vivere come ci sembra, come possiamo.
Certo il vuoto è grande ed è vero che una parte di te muore, o forse muori tutto, perché sei intero. Quando rinascerai sarai diverso: lei c’è stata, e non c’è più.

Arianna

Esistono persone che posso chiamare “amici”

Esistono persone che posso chiamare “amici”.
Esistono, sono di questo mondo. Hanno un corpo, una voce, un odore. Se scrivo rispondono, se chiamo mi sentono.
Posso chiamarle “amici”, perché chiamano me “amica”, perché non riordino la cucina quando vengono a trovarmi, non metto la polvere sotto al tappeto, non mi cambio d’abito. 
Perché posso dire “Sono stanca, non riesco ad ascoltarti, scusa”, ma se è una questione importante non sento la stanchezza. Perché stanno, si fermano, rimangono. Chiudo gli occhi, li riapro e sono ancora lì. Perché condividiamo ricordi, avventure, lacrime, risate, paure, sogni e, soprattutto, ideali. Perché come me si indignano di fronte alle ingiustizie e se mi chiedo “Cosa posso fare per non vivere da egoista?” mi capiscono. Perché mi prendono in giro senza cattiveria, mi rimproverano senza giudicarmi, si dispiacciono sinceramente per le mie fatiche e si rallegrano per i miei progressi. Perché mi afferrano per la collottola sull’orlo del precipizio: “Ci è mancato poco, sta’ attenta la prossima volta!”. Perché quando i loro passi sono incerti e confusi, un attimo prima di arrendersi urlano il mio nome.
Esistono persone che posso chiamare “amici”, perché alcune persone esistenti esclamano: “Sei sempre la solita! Ma ti voglio bene lo stesso”.

Arianna

Summa performativa

La distanza. Che cos’è la distanza? C’è un modo per prepararla? Altrove ho già parlato dell’essere diasporico, ma è un discorso che non ha fine. Non può averne. Le domande sono troppe, e interessanti assai: ci si può preparare alla distanza? Si può preparare la distanza? Il segreto di una relazione, affettiva su più livelli, dilatata nello spazio, qual è? Se consideriamo la relazione come una performance, basata su un’idea di fiducia e reciprocità ritualizzate (ma non per questo semplice vuoto contenitore), dobbiamo considerare importante e quanto importante la localizzazione del suo svolgimento?

Personalmente credo che la distanza abbia un effetto notevole sulle relazioni, soprattutto quando questa distanza viene riempita di significati inerenti alla distanziazione, all’estensione e all’allontanamento, ossia quando il suo annullamento è celebrato riempiendo il tempo della compresenza di specialità legate all’evento. La strategia può quindi essere quella di disimpegnare la distanza, vivere il riavvicinamento (d=0) in uno spirito di quotidianità, salvando dell’eventualità del momento le cose buone.

È difficile, so, passare dalla distanza alla compresenza senza pensare che sia un evento. Però il fatto che sia un evento in sé non necessariamente ha da tradurre in un evento continuo. E baggianate varie

Forse è solo un modo di pararsi il culo dalle nostalgie future. Sì, ho detto culo.

Gianmarco

Da dove inizia la rivoluzione

Le abbiamo studiate ma mai avremo pensato, da piccoli, di essere promotori di una rivoluzione. Invece oggi accade. Perché? Perché così non si può proprio. Accettare la realtà così com’è, adattarvisi come calzini ad un piede puzzolente, significa svuotarsi del proprio contenuto e riempirsi di schifezze. Schifezze, cioè condizionamenti esterni che come innumerevoli fili di altrettante marionette ci dicono come cavolo dobbiamo vivere, come dobbiamo pensare, come dobbiamo agire, come dobbiamo vivere e morire. Condizionamenti che ci spiegano quali sono le emozioni giuste e quali quelle sbagliate, per una realtà omologata. Ah, una cosa: questo non è pessimismo. Questo è realismo. Realismo che mi riesce difficile, perché io sono per natura un ottimista. Per questo voglio fare la rivoluzione. Rivoluzione significa “voltare”, voltare pagina. Voltare pagina con tutta la spazzatura che pervade le nostre membra. In futuro esisteranno le nanomacchine, microscopici robot capaci di entrare nel nostro organismo. Al solito sono le chimere che ci spaventano. Esistono già strumenti molto più raffinati, messaggi che trasferiti da qualche tipo di onda, di luce o di pressione che sia, che giungono ai nostri sensi e ci si stampano a fuoco nel cervello, nell’emotivo, nei gesti. Altro che nanomacchine, dovremmo preoccuparci delle nanopubblicità, delle nanopaure, delle nanosofferenze, del nanodenaro, del nanostress che ci pervade.

Ma da dove diavolo partiamo? Merda, manca il punto di partenza. Scrivo merda, perché merda fa rivoluzione, fa grandi eroi dai grandi ideali. E’ la politica, è la società, è la religione, è la famiglia? No. Perché c’è una cosa che va rivoluzionata a monte di tutto questo. Come una sorta di fonte prima della rivoluzione: una volta che da quella sorgente scaturisce il cambiamento, tutto cambia di conseguenza. Bisogna voltare, rivoluzionare, l’uomo e la donna. Non è questa una rivoluzione da quattro soldi, non è una rivoluzione esterna, quella che vi propongo; come menù serale vi consiglio quella che Nietzsche chiamava trasvalutazione dei valori. Con una novità, che i tempi sono maturi per cambiare le cose. Non sono le emozioni, non è l’intelletto, non è il corpo fisico, non è niente di tutto questo.

Quella che io desidero è una rivoluzione di cuori. So che a molti sembrerà stupido. Ma gli stupidi sono i molti, o forse solo ingenui. Io scoprii di avere un cuore circa un anno e mezzo fa. Prima pensavo d’avere solamente un cuore fisico, un “muscolo” me lo chiamavano! Invece ho scoperto di avere un cuore e guarda un po’, la rivoluzione deve iniziare dentro ogni singola donna e uomo, da un qualcosa che in molti pensano di non possedere. Il cuore è la bussola. E’ l’unico strumento che l’essere umano possiede per andare nella direzione giusta ed il termine giusto nemmeno serve definirlo quando si conosce il proprio cuore. Nessuno metterebbe in discussione che il nord sia a nord e chi conosce il potere del cuore sa bene che è quella bussola a dare l’unica direzione. A molti sembrerà stupido. Che rileggano alla seconda riga di questo paragrafo. Esiste un modo per scoprire il proprio cuore, esiste un modo per capire ciò che è giusto, esiste un percorso per diventare esseri umani, per diventare stabili come la montagna, calmi come il lago, ardenti di passione come il fuoco e leggeri come l’aria. Esiste. Esiste ed è per tutti. Tuttavia, per accedervi, bisogna decidere, una volta per tutte, senza possibilità di ritorno, senza dubbi, che si vuole tagliare con lo schifo che ci circonda e fare la rivoluzione.

Se non voltiamo pagina noi, chi lo farà?  Io voglio fare la rivoluzione ed ecco da dove inizia.

Giulio

Insieme

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Legati nel cuore,
come i rami del faggio
all’abete intrecciati,
come il crepuscolo e l’alba,
o le foglie d’autunno
riunite sul prato.
Per sempre vicini
in questo e altri cicli.
Indivisibili.

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Giulio

Dipinto di Elisabetta Bernardi (2010)