Giardinaggio di emozioni

Dentro di te cresce ciò che coltivi.

Come un bel pezzo di terra fertile, se vi coltivi le erbacce e le innaffierai sicuro che diventeranno più forti e resistenti e si riprodurranno. Se innaffierai invece la frutta e gli ortaggi, e se ti occuperai di estirparne le erbacce, quelle piante cresceranno tanto più velocemente e tanto più sane quanto maggiore sarà la dedizione e l’amore che ci hai profuso.

Questo scritto mi ha fatto a lungo riflettere, e lo posto perché mi ha lasciato dei bellissimi spunti di riflessione. In effetti ritrovo nella mia vita l’esempio di quanto dice. Più volte mi sono crogiolato in pensieri negativi, preoccupazioni, paure, e più le pensavo più davo potere a questo stato interno spiacevole e sofferto. In effetti gran parte dei problemi persero molto del loro potere nel momento in cui smisi di focalizzare tutta la mia energia mentale sul problema stesso.

Giacomo

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La casa del mastro vetraio

Divorata dai balconi

di grandi condomini

c’è la piccola casa

immobile,

viva eppure…

con il suo incubo notturno

di muri in rovina

e ferri sventrati,

ogni notte

per tutte le epoche.

La finestra è velata

da un brivido di condensa,

da un terremoto umido

fatto della sostanza dei sogni;

dentro però dorme sereno

il soffiatore d’anima

con la fucina e il suo vetro

nella canna come un flauto

canta le note e consola

la sua piccola casa.

Giulio

La vita è una condanna a morte?

Vista da una certa prospettiva la vita potrebbe essere vista come una condanna a morte.
E’ da quando sei bambino che scopri la sua esistenza, te lo viene detto come una cosa normale che tutti noi, prima o poi, moriamo. E tu fai un cenno di sì con la testa, gli dici che hai capito, ma quelle cose in realtà son concetti troppo grandi, troppo complicati, e non ti rendi conto della portata della rivelazione.
Tutti noi, prima o poi, si tira le cuoia.
E’ un dato di fatto, e se ti ricapita nella vita di ripensarci, sicuro che ti spaventi, e riallontani il problema, lo accantoni di nuovo in quegli angoli della tua testa poco visitati in modo che rimanga là sepolto e non si ripresenti più. Poi magari capita che ti muore un conoscente, un amico, un famigliare…e sembrerà che durante la vita una forza invisibile tenti continuamente di sottoporti nuovamente la questione – guarda- ti dice – quelli stanno morendo, e anche a te capiterà un giorno…- e tu non ci fai caso, fai finta di non sentire, perchè sei talmente spaventato che non vuoi nemmeno pensarci. Poi gli anni passano, e se sei così fortunato di rimanere vivo a lungo, ne vedrai tante  tante di persone attorno a te scomparire.
E ci farai il callo probabilmente.
Sentirai dentro di te, nel tuo cuore, il tuo momento che si avvicina, accetterai la cosa forse, e forse ti chiederai come hai vissuto, cosa hai fatto, cosa la gente ricorderà di te. Forse arriverai anche al punto di desiderarla, la morte.
Ma il fatto è che, quando verrà, e certamente verrà a prenderti, lo farà anche se tu non vorrai. Anche se hai vissuto tutta la vita sentendoti invincibile, immortale, lei ti porterà via.
Dunque ti richiedo, la vita è una condanna a morte?
Per chi la pensa così senz’altro.
A me però piace di più la prospettiva che la vita è un occasione donataci importantissima. Occasione utile per realizzare che la morte non esiste in quanto tale, ma è un passaggio, da una vita all’altra. E’ un’occasione per realizzare che è solo il tuo corpo che muore, e che sei tu che lo abbandoni. E’ occasione per realizzare chi sei tu, nel tuo corpo, e capire cosa sarai tu, nel momento in cui lo lascerai. E’ un occasione per incontrare il tuo vero volto, il volto originario del tuo Essere, riscoprirti Anima.

Ma si dice che tra il dire e il fare…o meglio, tra il sapere e l’aver realizzato qualcosa ci sia una bella differenza! La stessa di sapere che il fuoco scotta e l’aver provato a metterci una mano sopra. Beh, auguri. O buon lavoro, dipende dalla prospettiva!

Hah Mas

Da un’altra prospettiva…

Suona la sveglia.
Un braccio si allunga per spegnerla. La mano trova il cubo, schiaccia un pulsante, il suono cessa.

Tra le mura di un castello antico è scoppiata la guerra. Corro da una parte all’altra come messaggero, su per i viali ghiaiosi, a lato dei muretti di pietra bianca, attraverso i prati ben tenuti dei terrazzamenti della parte est. Poi un suono strano comincia a suonare, e comincia la fine del mondo. Qualcosa accade, tutto viene inghiottito, risucchiato in un vortice. Forse vengo risucchiato solo io. Non so. I miei piedi non trovano più l’appoggio e in una frazione di secondo vengo sbalzato in un altro posto. Mi sveglio in un corpo che sta spegnendo una sveglia, in una mattina di primavera, a Trento.

Il mio corpo si stiracchia, si mette seduto, poi si alza. Si spoglia nudo per poi rivestirsi con dei nuovi indumenti. Il mio corpo scende le scale, la mano apre la porta del bagno, il mio corpo si gira, la mano richiude la porta. Il mio corpo fa la pipì. Poi il mio corpo va in cucina, beve un bicchiere di acqua, riempie il bollitore con dell’altra acqua e la mano preme il pulsante dell’accensione.

Mi ricollego a questa vita con facilità, come se fosse da sempre che accade. Mi ricollego a questa vita, ogni mattina, come se fosse normale routine, abitudine chiara, nitida, come se fosse logico che accada, un’ovvietà. Apro gli occhi e mi riallaccio a questo scorrere del tempo, come se fosse l’unico esistente. Tra i miei ricordi, a differenza dei miei sogni, non c’è traccia d’altro se non di momenti che ho vissuto piuttosto recentemente e con questo corpo, quello assonnato che ha appena spento la sveglia. Eppure in questa breve esperienza di vita fatta ho già appreso che prima o poi arriverà sicuramente un momento in cui non riuscirò più a governare questo corpo, non riuscirò più a muoverlo. Cosa mi accadrà in quel momento? Se il mio corpo morirà io potrò continuare a vivere? E dove?

Giacomo