giovani psico-form-educatori crescono

Conversazioni captate (leggi: subìte, dato lo scilinguagnolo delle protagoniste) in treno questa mattina, mentre cercavo di dedicarmi alla lettura dell’amato David Foster Wallace.

Atto I, scena 1.
Ragazza 1: “…la madre le ha tolto l’oggetto di mano e lei si è messa a piangere. Allora io le ho detto: «ma T., questo non è un buon motivo per piangere!». Lei si è sfogata, e quando ha finito, dopo un po’, sai cosa mi ha chiesto?”
Ragazza 2: “…”
R1: “Mi ha chiesto: «Ma allora qual è un buon motivo per piangere?». Ma ti rendo conto? Ha due anni e fa già una riflessione così!
R2: “E tu, tu che cosa le hai risposto?!?
R1: “E che ne so, niente le ho risposto, non sapevo mica cosa dirle!

Atto I, scena 2.
R2: “…e quindi sai cosa ha fatto la prof? Ci ha divisi in gruppi, quindici persone sui banchi in fila, per il lavoro sull’affido: ci ha detto di immedesimarci nella situazione dell’affido di un bimbo di dieci anni, che ha chiamato Diego, e di immedesimarci nei sentimenti, nelle famiglia di partenza, in quella di arrivo, e poi dopo ha chiamato fuori per raccontare quello che è uscito.
R1: “e voi?
R2: “e noi, boh, lavorare non si è riuscito a lavorare nulla, tutti in fila coi banchi così, figurati… c’erano S. e F. che stavano in fondo e non han fatto granché perché non avevano voglia e poi neanche sentivano… e noi, boh, abbiamo parlato un po’ ma non sapevamo che dire e così alla fine abbiamo mandato fuori D., che sai che lei ha un affido no?, a raccontare la sua esperienza… e boh.
R1: “ah! e dopo?
R2: “e dopo abbiamo fatto l’ora in cui ci hanno parlato del carcere. Ma sì, interessante…

Ritorno a immergermi e rifugiarmi in Wallace, alle sue immagini di quello che gli esegeti chiamarono un suicidio annunciato – tanto facile, col senno di poi, quanto sterile, insensato ed insopportabile chiamarlo così. Mi rifugio nella lettura, a fatica, con una buona dose di pregiudizi che cerco di dissipare (“eddai, non conosci, hai sentito solo uno stralcio di conversazione“, mi ripeto nella testa) ma senza riuscire ad evitare la sensazione di acredine nei confronti di una realtà che sempre meno considera l’importanza di ascolto e comunicazione (ma di quelli veri, dico, quelli che ora va di moda chiamare, rispettivamente empatico ed ecologica: termini che, mi auguro, non tradiscano la sostanza); acredine, nei confronti di un mondo accademico stantìo e supponente (cari professori, il mestiere delle improvvisazioni teatrali, dei giochi di ruolo o dello piscodramma, di grazia, lasciatelo a chi lo sa fare); acredine, nei confronti di un sistema scolastico che confina in tempi infinitesimali degli interi universi di vita e viceversa dedica ore a colossali minchiate; acredine, nei confronti di chi, parlando con i bimbi, ha sempre meno capacità di stimolare domande ma sempre più risposte, possibilmente assurde e nel momento peggiore.
Milano Cadorna, il treno ha raggiunto il capolinea. I signori viaggiatori sono pregati di scendere e di sospendere i propri giudizi, grazie.
Ci provo, d’accordo, ci provo, ma è mica facile per un attempato fustigatore di costumi come me, sapete?

dfw

La libertà di togliersi le orecchie

Oggi ho trovato Madame E. seduta nella sala comune, a guardare diapositive d’una Venezia dipinta, mentre qualcuno dal tono appassionato raccontava di come si viveva nel ‘400, a Venezia.
“Ah, ma non sapevo dovessi venire oggi!”, esclama Madame E. quando mi avvicino alla sua sedia e le faccio un cenno con la mano.
“Se le interessano le diapositive, posso tornare un’altra volta…”
“Ma figuriamoci! Mi sto annoiando a morte, per fortuna sei arrivata!”.
Naturalmente tutti scoppiano a ridere.
In ascensore, mi spiega meglio di cosa si trattava:
“Quel tizio ci raccontava di Venezia nel ‘400, nel ‘300… sì, mi sembra che abbia cominciato proprio dal ‘300… in ogni caso io a partire dal ‘400 mi sono tolta le orecchie [cioè l’apparecchio acustico] perché mi stavo annoiando. Voglio dire, a me Venezia piace, ci sono stata una volta con mio marito e ci siamo proprio divertiti: abbiamo mangiato nei ristoranti, siamo andati al casinò… sono queste le cose che mi piacciono di Venezia! Del ‘400 invece non me ne frega proprio niente. A te interessa la Venezia del ‘400?”
“Beh, veramente… sì”, rispondo, quasi vergognandomene.
“Eh, ma tu hai studiato… è un’altra cosa. Io invece mi sono tolta le orecchie, et voilà!”.

Arianna

Ascolto attivo

Così, mentre studio per un corso di abilitazione professionale, trovo questo argomento: l’ascolto attivo, e leggo..

“Ascoltare correttamente sembra un atteggiamento passivo, invece è eminentemente attivo perchè richiede presenza di sé ed investimento di energie: attenzione mentale, coinvolgimento emotivo, concentrazione, soprattutto nel dover far tacere la propria comunicazione intrapsichica, il proprio vissuto. Infatti è molto difficile far smettere quel chiecchiericcio mentale, colmo di giudizi, di impressioni, che di frequente ci assilla. Spesso, mentre il nostro interlocutore sta parlando, stiamo già pensando alla risposta da dare, senza prestare vera attenzione al messaggio che sta cercando di comunicarci. Chi pensa che l’ascolto sia un’operazione passiva confonde l’ascolto con il sentire, che è qualcosa invece di fisiologico, di meramente meccanico. “

Giacomo

Primum non nocere

“Dài, non fare così: non volevo offenderti!”
“Massì, son cose che si dicono… perché, mi avevi preso sul serio?!”
“Non m’ero accorto che ci stavi male”
“Vabbé, ora non esageriamo: non l’ho mica fatto apposta!”
“L’ho detto senza pensarci”

Beh, no: non basta. C’è chi muore, di leggerezza, di ferite inflitte di passaggio, con le unghie nel morbido, che t’accoglie e sembra non avere fine, allora quasi quasi t’addentri ancora un po’, è caldo, fa piacere… beh, no: stai lacerando la carne viva d’un altro essere umano.
Quel che ti pare poco, può essere troppo. Non volevi, certo, ma non volere non basta. Devi ascoltare, osservare, restare. Lì, dove sei.
Ogni tanto, chiedere scusa e poi, però, cambiare.

Arianna

L’incanto della notte

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Nel buio della notte
l’incanto muove un passo
si avvicina, guadagna
spazio sussurra silenzio.

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Non tutti lo vedono, non tutti lo sentono. Vive solitario oltre la tua vita, oltre il centro del tuo mondo rappresentato da te stesso. Se lo vuoi lo raggiungi, ci cammini assieme, lo ascolti mentre non parla, lo osservi al tuo fianco quando non lo vedi, lo ami e ti manca quando non c’è. E’ la magia che rompe la gabbia che ti tiene rinchiuso, è l’incanto, lo stupore e la meraviglia, la voce del vento e delle foglie tra gli alberi quando danzano, è la sinfonia dei grilli, gli anelli della luna e i piccoli fuochi accesi lungo le rive del firmamento, su quell’oceano vastissimo nel cielo, il respiro finalmente lento e profondo, sei a casa.

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Le stelle ti chiamano forte,
voce di seta scuote risuona
l’anima nel petto questa notte,
questa notte è la tua notte,
fermati oggi, fermati ora
prima che ti sfugga il tempo
di sederti e amare ancora.

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Giacomo