Andirivieni

E’ un andirivieni:
da qui
vai, lo vedo
dallo sguardo – solo quello
ché il corpo rimane
il corpo
almeno.

Tu invece ogni tanto
di colpo
magari
nel mezzo
non si sa dove
con chi sei.

Essaouira 2016

E lì sento
che mi spavento
mi fa rabbia
sei andata
aspetto
di vedere di nuovo
che sei qui
aspetto
che torni.

Attesa

È tanto che aspetto
qui, fermaDSC_0075
spero sapendo che non
tornerai.
Silenzio
la tua assenza
uno spazio vuoto
e tu non torni
non torni.
Mi dico devo andare
devo vivere ho aspettato
tanto poi se per caso
mi chiamerai.
Vero?

Eppure non riesco a partire
ed è ancora attesa
silenzio
e questo vuoto davanti.

Arianna
Foto: Nadia Lambiase

Finché c’è vita

La figlia di mia cugina, anni quattro, rimase colpita quando sua mamma le disse che sarebbe andata al funerale della nonna: “Ma come! E’ ancora morta?”.

In effetti.
La morte si può definire come l’evento irreversibile per eccellenza.
Una volta, e poi per sempre.

Eppure chi ancora vivo sperimenta la morte altrui la vede mutare d’aspetto, o meglio osserva variazioni negli stati emotivi che a quell’ancora morta si associano.

Inizialmente, l’incredulità, o a volte – nel caso di malattie lunghe e dolorose – perfino il sollievo: “Ha smesso di soffrire”. Poi (o contemporaneamente) un dolore acuto, a tratti rabbioso. Nostalgia, affetto, vuoto.

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Certo: la vita continua. Ma ogni giorno rinnova a suo modo quell’assenza, mescolata ad altre, e nuove presenze. 

Invecchiare, forse, significa proprio questo: notare le assenze, sempre più numerose, nella folla confusa dei vivi.

Arianna

Foto: Parigi 2013

Diventare grandi

Sedie vuoteDiventare grandi vuol dire far più grande il posto in cui metti gli assenti. Far più grande il bicchiere in cui versi quei giorni accompagnati sulle tombe delle persone uniche, come uniche soltanto le amate. Come un mondo da ridere tra, come parole inventate e ricordi, che non si raccontano.
Diventare grandi vuol dire far più grande il cratere, e poi guardarlo con occhi onesti, vedere davvero, in fondo, cosa c’è: vuoto.

Arianna

Similitudine

Come questi occhiali appoggiati
che ci vedi le luci
riflesse, due lenti ugualmente
con (o senza) i tuoi occhi
a guardarci attraverso;

 

così tutte le volte, quando
hai avuto paura,
ti sei fatto sgridare,
guarda: li vedi ancora
interi, qui, a farci invidia.

Arianna

In fondo

Non fa una grande differenza. I palazzi stanno al solito posto, dritti come di consueto, e pure gli alberi (quei pochi) son gli stessi di sempre. Fiori non se ne vedono – è vero – ma neanche prima, in fondo.
Il traffico del centro sembra, in fondo, lo stesso, e ai lampioni identica pesa la fatica dei giorni, da sudare fino a sera. L’asfalto non piange quei piedi che han smesso di corrergli dietro, né i semafori conoscono la nostalgia dei passaggi andati.
Le maniglie non lamentano la perdita delle dita, che le stringevano con dolcezza, o rabbia. Cosucce – queste ultime – di cui, in fondo, nemmeno s’accorgevano. Alle sedie non manca il calore d’un tempo, né i letti si disperano per il vuoto troppo leggero, d’un corpo che non torna.
Soltanto una minoranza tra gli esistenti si affligge per le cose passate ad altro stato (se migliore o peggiore, in fondo, non fa differenza). Ma quei pochi farebbero bene a imitare i molti: la maggioranza vince e, in fondo, con ragione.

Arianna

La verità

a volte presente
condizionale, ovviamente,
sarebbe contenta
oppure delusa

a volte (con più onestà)
passato irreale
le sarebbe piaciuto
se

fossimo sinceri però
diremmo
la verità del fatto:
assente

ignoriamo chi sarebbe
se ancora fosse
certamente diversa
e allora

la verità
è allo stato presente
indicativo
passato, ovviamente.

Arianna