Perverso giusto (VM 18)

Parliamone. Uno mi chiede: «Hai mai praticato pissing?». Beh, è successo, in una certa atmosfera, dato un certo feeling, la sintonia, è successo che, colti da stimoli vescicali nella doccia, ne approfittammo per sperimentare. Si era d’accordo entrambi nello stesso momento su quella cosa. Successe. Non mi dispiacque, perché fu divertente. «Che schifo. Per me è una mancanza di rispetto per l’altro, pisciargli addosso», mi dice. Dipende dalle condizioni in cui avviene, dico io, se in situazione di violenza o di complicità.
Parliamone. «Oggi sono andato in un bagno dell’università e ho trovato due tipi e ci siamo masturbati a vicenda», racconta quello stesso di cui sopra. Due sconosciuti in un bagno pubblico.
Si chiama relativismo e noi ce lo teniamo stretto.

Gianmarco

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La cacca: storia di un uomo e le sue feci

Oggi mi è capitato di cacare in un bagno pubblico e mi sono sentito proprio a mio agio. Ma non è sempre stato così. Per me, fare la cacca in luoghi altri dal bagno di casa mia è stata una conquista durata lunghissimi anni. Oggi ne parlo. Da piccolo avevo molti problemi legati al fare la cacca in giro, per i seguenti motivi:

  • puzzava
  • mio padre diceva che puzzava
  • avevo bisogno di molto tempo per farla
  • amavo leggere sulla tazza
  • era un momento di grande intimità

Per questo motivo da piccolo in alcune occasioni sono arrivato a farmi la cacca addosso: fuori casa proprio non volevo farla. Crescendo sono migliorato al punto che a casa di amici e parenti mi concedevo di andare in bagno, ma sempre con imbarazzo e una punta di vergogna. Sempre all’ultimo momento, quando era proprio inevitabile. Anche in fatto di scoregge, ero parecchio pudico. Non le condividevo con nessuno.

Poi ho iniziato a viaggiare e la Cina mi ha completamente trasformato in questo senso. Il primo giorno in ostello a HK attendevo per scorreggiare che gli altri fossero usciti dal bagno comune. Poi sono inziate le turche ed il progressivo avvicinamento al suolo ed alle tecniche più primitive di cacata. Ho imparato a leggere anche in posizioni scomode, poi ho imparato a farla in una latrina maleodorante (se ti scappa molto, diarrea specialmente, impari). Infine l’altopiano tibetano. In Tibet ho imparato a cacare insieme con altre persone sconosciute. Magari in mezzo ad un campo arido e pieno di carta igienica, enorme e chissà perché questi due si sono messi proprio a cacare a mezzo metro da me. Perchè? Sul lago Nam-tso, mentre cacavo al freddo gelido nel bel mezzo della notte, ho sentito un qualcosa muoversi vicino a me. Era un cucciolo di cane che veniva a leccare la mia cacca da terra. Mi sono arreso anche a questo. In Africa poi ho imparato a farla con gli scarafaggi che scappano quando entri, con le mosche e l’odore nauseante di emme. Ho imparato a farla pestando in quella degli altri, se necessario.

Ora, quando sono in un luogo pubblico, caco e mi sento proprio bene, proprio a mio agio ed anche se scorreggio o lascio dell’odore, com’è naturale che sia, rimango perfettamente limpido e tranquillo, come fossi a casa. Certo, ho ancora bisogno del libro. Mi piace proprio sentirmi a mio agio in bagno.

Giulio

Dettagli della vita di Luca Iacoporti (pt1)

Da quando aveva imparato a leggere, piu’ di vent’anni anni prima, non si era mai accorto di come la lettura fosse diventata piu’ di un semplice gesto volontario. Leggere per lui era diventato quasi un’azione istintiva, istantanea, spesso automatica. Ogni volta che era in bagno, ad esempio, quando era seduto sul gabinetto vagava con lo sguardo nella stanza e leggeva e rileggeva le marche dei sanitari, della lavatrice, del dentifricio… Quando era in piedi invece, facendo i suoi bisogni ma guardando in direzione opposta, analizzava automaticamente tutte le scritte sul deodorante spray appoggiato sulla vaschetta dell’acqua, si soffermava sul sapone igiene intima la’ vicino sul bide’, a mezzo metro sulla sua destra, o le iscrizioni dei flaconi di saponi e detersivi per pavimenti, appoggiati sulla mensola alla sua sinistra. Tuttavia, appena tirata l’acqua, si rompeva quell’incanto di beato rincoglionimento, di un vagare con lo sguardo a casaccio come un ebete senza ricordarsi alcunche’; non avrebbe infatti potuto ripetere nemmeno una parola di cio’ che aveva letto in modo automatico per l’infinitesima volta.

Anche quando si ritrovava fuori casa con un bisogno impellente e lo doveva soddisfare andando in un bagno pubblico si ritrovava a leggere in modo automatico tutta quella fila di insulti e scritte, spesso davvero originali, con tanto di numeri di telefono, che occupano solitamente gran parte dello spazio delle pareti dei bagni di autogrill, bar, universita’… Negli ultimi tempi aveva trovato soluzione al problema di quel cono di vuoto che si generava quando era in bagno e che lo conduceva nei meandri della sua psicologia inconscia, quel luogo strano dove il “to be or not to be” di Shakespeare volava a favore di un essere non essere, come soleva chiamarlo lui.

Aveva infatti comperato alcune riviste di suo interesse e aveva preso l’abitudine di occupare quel tempo leggendo. Talvolta gli faceva compagnia anche un libro o un quotidiano, cosicche’ in quei momenti di relax aveva sempre qualche parola in piu’ da leggere e decisamente piu’ interessante che non la marca di qualche oggetto random che lo circondava. Si sentiva piu’ attento, sveglio e attivo. Era diventata un abitudine che non usava rivelare a nessuno perche’ non la considerava interessante e riguardava un momento un po’ personale che aveva a che fare con la sua intimita’. Per lui infatti l’intimita’ comprendeva tutti quei momenti in cui si ritrovava nudo o comunque era senza mutande, momento della cacca compreso. Tuttavia questa nuova routine del tutto normale, dipende dai punti di vista, occupava dentro di lui lo stesso posto che potrebbe rivestire un grande cambiamento del proprio stile di vita.

Si deve sapere innanzitutto sul suo conto che egli viveva costantemente uno stato interno di leggero disagio provocato dalla sensazione che il tempo della sua vita veniva sprecato in piu’ punti e senza che fosse stata messa in atto una qualche strategia per ridurre o isolare il problema. Insomma, doveva fare  qualcosa. La sua vita era costellata da momenti in cui il suo tempo finiva sprecato o non sfruttato al massimo di come avrebbe potuto fare e la soluzione doveva arrivare urgente. Si era percio’ preoccupato di riempire tutti i buchi di vuoto, aveva redatto a computer una specie di foglio elettronico dove analizzava il suo tempo e come sfruttarlo meglio ed aveva trovato soluzioni che a lui sembravano brillanti come quello di portare avanti le sue letture filosofiche seduto sulla tazza del cesso, di imparare il francese con un corso accelerato inciso su un cd che inseriva nello stereo della macchina ogni volta che doveva andare da qualche parte, di aprirsi sempre un libro mentre faceva pranzo, di cucinare mentre il notiziario scorreva le news della giornata, di fare venti flessioni prima di scolare l’acqua della pasta, di fare le telefonate che doveva fare nei momenti in cui si spostava tra un posto e l’altro, per lavoro o per piacere, in treno, in autobus, in macchina o facendo due passi tra casa sua e il supermercato due isolati piu’ avanti.

Non poteva capire se cio’ che gli succedeva di notare della sua vita, particolari che fino al giorno prima passavano inosservati, fosse dovuto al fatto che questo nuovo modo di vivere piu’ attivo comportasse anche una certa presenza mentale che lo svegliava dal suo mondo dei sogni dove era solito vagare per buona parte della giornata, o gli faceva notare cosa stava facendo in momenti in cui stava pensando a tutt’altro e agiva in modo meccanico. Quando camminava solo per la strada ad esempio, in quei momenti di passeggio e relax in cui non si ha la gran fretta usuale per arrivare in orario ad un appuntamento, quei momenti in cui la vita allenta la morsa di frenesia e che il nostro corpo si rilassa godendosi piu’ che puo’ anche una semplice passeggiata per le vie del centro storico o del parco vicino casa, in quei momenti si ritrovava dunque a vagare con la mente e con gli occhi, senza un preciso pensiero, senza una precisa preoccupazione, posando il suo sguardo dove capitava. Era molto interessato alle persone e ai loro volti, alle loro espressioni, ma non poteva far a meno di posare il suo sguardo anche su tutte le scritte che decoravano, come gli escrementi dei piccioni, le strade di una citta’ che annusava di gente e di vissuto, proprio come la sua. Si soffermava, il tempo bastante per leggere la scritta di turno e dimenticarla il secondo dopo, facendo una sorta di zapping bulbooculare sui cartelloni pubblicitari, sugli avvisi dei saldi, sulle insegne dei negozi, insomma, su tutto cio’ che poteva essere letto…Un continuo ricercare parole, decifrandole in modo automatico, ancora e ancora, per lasciare opportunita’ al suo interesse di essere stuzzicato, di soffermarsi su un qualcosa che per una ragione o per l’altra, piu’ o meno conscia, l’aveva attratto. Tuttavia esistevano passeggiate in cui la sua mente ancora viaggiava per il suo mondo che era ben lontano dalle strade che stava calpestando in quel momento. Cosa analoga accadeva quando leggeva un libro e ne era completamente assorto. Si sentiva come risucchiato, una specie di Alice che se ne va nel suo paese delle meraviglie mentre tutto il resto scompare, dove la realta’ si sfuoca e i rumori esterni passano in sordina lasciando sola la fantasia.

To be continued…

Giacomo

Il viaggio come pratica estetica

(…) Appena entrato, capì che era ormai da tempo finita, per lui, l’epoca delle camerate. Chiuse la porta, percorse la lunghezza del rifugio e si trovò ad un’alta finestra. La città si offriva ai suoi piedi per la seconda volta, ma la lasciò giacere lì, come sempre era rimasta, pronta ad accogliere le grida entusiaste di qualche fotografo d’occasione. Già una volta, la volta prima, l’aveva camminata nella sera di una domenica, alla ricerca di un’ispirazione qualunque, e l’aveva trovata ostile, nemica, pronta solo a lasciargli esplorare la propria solitudine da viaggiatore improvvisato.
Come da abitudine, usò il bagno. Era un modo per fare casa in ogni luogo, appropriarsi di quel servizio nei primi minuti del soggiorno. Delimitare il territorio, gridare dagli orifizi la proprietà fisica dello strumento. La seduta, pensò, è sempre un ottimo modo per approcciare gli spazi, per approssimarne l’esperienza futura: gradì l’enorme specchio, le ceramiche, la doccia, le saponette. Tutto lì sarebbe stato suo per qualche notte.
A differenza dell’ultima volta, scelse di cenare nello spazio che si diceva ristorante, anche se non aveva fame. Non ambiva a farsi vedere, ma a far vedere la sua presenza, si sedette in mezzo a due tavoli affollati sfidando la socialità del tutto, e vinse la solitudine di una pizza al salamino. Intorno era Babele, e lui era il dio di quella vendetta. Tornò al suo spazio e si mise a scrivere le sue memorie: l’unico vero modo per dimensionare il dolore, scriverne. (…)

Gianmarco