Un altro mondo esiste

Prendete una piccola scuola in Danimarca. Prendete una bambina e una ragazza, scalze, sedute alla stessa scrivania. Prendete tre adolescenti che dipingono nel corridoio. Prendete un’aula piena di strumenti musicali, con la porta socchiusa. Prendete una classe di tredicenni che ascolta i compagni leggere ad alta voce, e poi commenta col sorriso, uno per volta. Prendete una preside dagli occhi chiari. Prendete queste parole: “La nostra è una scuola aperta, vogliamo che gli allievi la percepiscano come un’unica stanza in cui imparare. Non li sgridiamo, cerchiamo di trattarli gentilmente e dialogare con loro, perché solo in questo modo si sentiranno bene a scuola, e diventeranno cittadini rispettosi in futuro”. Prendete dieci insegnanti felici, una cucina che odora di patatine fritte, disegni alle pareti, una palestra, un cortile con la sabbia, un’amaca, molti alberi.

“Come ti sembra la nostra scuola?”
“Un sogno”
“Lo pensi davvero?”
“Certamente! Noi siamo lontani, lontanissimi…”
“Hai visto che è possibile. Ora devi tornare in Italia e fare la rivoluzione”.
Sorrido. Rispondo: “Sì”. Sottovoce, però si sente.

Suona come una promessa.

Arianna

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La madre: due scorci di mondo

Qualche tempo fa stavo facendo alcune osservazioni astronomiche in Bondone. Il telescopio era puntato su Giove ed intorno avevo una folla impaziente di infilare l’occhio nell’oculare e capire se davvero il pianeta c’era, se davvero era lì. Tra questi molti bimbi e altrettanti, per due, genitori. Nel buio della notte si avvicina una mamma con in braccio un bimbo piccolo addormentato. Quella, così com’è, cerca di metter l’occhio sull’oculare, ma con quel bimbo di troppo non riesce a piegarsi a sufficienza. La vedo, ci sta pensando, a come fare. E poi decide. Sul cemento della piazzola, ad un metro dal telescopio, in mezzo alla folla, appoggia a terra il suo bimbo e fa per guardare.

Solo che io mi ricordo dell’Africa. Mi ricordo di come i bimbi passano di persona in persona su un camion strapieno di gente, di come li tenga in braccio, anche per ore, chi è più comodo, anche dalla parte opposta del cassone. Anche cinque o dieci bimbi che nel caos non si sa nemmeno più di chi sono. Eppure la collettività si prende cura dei cuccioli degli altri. In Africa per una madre tenere in braccio un bimbo non suo è prassi, o forse solamente un gesto di normale umanità. E proprio non riesco a trattenermi. Dico: “ma non c’è nessuno capace di tenere in braccio un bambino?” E la folla, improvvisamente, capisce. Capisce ed in un istante la madre riprende il figlio ed un altro padre si prodiga per tenerlo lui, quel piccolino. Tutto veloce, come per cancellare la svista, quell’errore collettivo così evidente, così sgradevole da constatare.

La donna così, appoggia lo zigomo sull’oculare. Giove è lì, proprio dietro alle lenti; Io, Ganimede e Callisto ci sono, ma Europa s’è nascosta dietro al pianeta per l’imbarazzo.

Giulio

Lavorando con i bimbi…

…vivo dei momenti che mai mi sarei aspettato. I bambini sono un mondo diverso, le leggi che lo regolano lontane dalle nostre. C’è più di tutto. Più emozione, più cattiveria, più stupore, più affetto, più sbadigli, più franchezza e sfacciataggine. In questa settimana mi sono capitati proprio due momentini in cui mi sono chiesto “Perché sta accadendo? Perché sto ricevendo questo dono non ricercato?“. Provo a raccontarvi i due episodi, per me fulgidi diamanti di umanità intesa nella sua accezione più alta: fascino misterico dell’essere umano.

Il primo con un ragazzo del liceo a cui do lezioni di fisica. Ha alcuni problemi caratteriali. Pensate che a volte arrivo a casa sua e mi grida contro: “Vattene, Via! Fila in camera, ho detto!”. Non mi guarda mai negli occhi, il suo sguardo vaga altrove, in mondi che non conosco ed in cui egli vive. Se mi soffio il naso durante la lezione si arrabbia, non mi ascolta spesso ed in generale, risucchia la mia energia come un gorgo. Mercoledì ero fuso, ma ci sono andato lo stesso, sapendo però di non avere energie sufficienti per reggere il confronto con una persona tanto difficile. Pioveva; invece lui era contento. Mi sorrideva di tanto in tanto e poi come se nulla fosse, circa a tre quarti della lezione, dispersi dalle parti del Ciclo di Carnot, mi ha appoggiato la fronte alla spalla, così, in un momento come un altro ed è rimasto. Per dieci secondi. Uno, due…dieci. Io non ci ho pensato, ho solo percepito quel contatto. Mi sono commosso perché quel contatto era una confidenza, era la rottura di una barriera, l’apertura di una porta proprio quando pensavo non fosse possibile. Mi ha ricordato quella scena del film Rainman, in cui Hoffman appoggia la fronte al fratello, alla fine. Affetto.

Il secondo con un bimbo davvero casinista durante una Battaglia Spaziale con Merenda al Museo. Interpretavo lì il prof. Edwin Asteroid, alla ricerca delle merende scomparse in una caccia al tesoro contro il tempo. Il mio pubblico: quattro bambini, due dei quali ancora incapaci di leggere. Ed uno proprio a metà del percorso, tra le grida ed i “forza bimbi, che sennò Lord Fener si mangia tutte le merende!” uno si avvicina e mi dice “Prof, io voglio restare sempre con lei” e mi si butta in braccio. Mi abbraccia. Me, uno sconosciuto fino a mezz’ora prima, che ora sta traghettando quattro bimbi verso una merenda e la conoscenza di base di alcuni concetti come luce, gravità e vuoto. Uno vestito da prof. Edwin Asteroid con la giacca e le bretelle rosse. Stop, un’altra volta. Affetto.

Perché? Imparo dai piccoli e dai diversi.

Non insegnate ai bambini

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi
il cuore e la mente
Stategli sempre vicini
date fiducia all’amore
il resto è niente.

– Giorgio Gaber –