Bellissima, in treno o chissà come

Quel giorno il signor F. venne a sapere che lei sarebbe arrivata in città l’indomani. In un primo momento rimase folgorato nello scoprire che quella donna, assoluta celebrità, stava arrivando esclusivamente per incontrarlo. Per incontrare lui!
– Sicuramente verrà a trovarmi qui a casa – pensò F. – devo mettere tutto in ordine, preparare ogni cosa. – Pensò di iniziare dalle faccende domestiche, si spostò in poltrona e chiese alla donna di servizio di cambiare le lenzuola, di metterne di nuove e profumate. Di cambiare le federe anche e di preparare un mazzo di rose rosse, fresche e belle, in onore di lei. La signora C., pallida per l’emozione, non disse nulla e corse via, verso i propri mestieri. Voleva molto bene al signor F., erano vent’anni che ogni giorno si occupava della casa. Spolverava le fotografie, catalogava le carte, preparava il pranzo e le pareva di metter ordine alla sua vita e dopo dieci lunghi anni si accorse di esserne innamorata. Per altri dieci non disse nulla, lo amò in silenzio ed ecco che oggi il signor F. le faceva preparare delle rose per quell’altra, che sarebbe arrivata così d’improvviso, il giorno seguente. Non era giusto, pensò. Avrebbe voluto svuotare la chiusa dei propri sentimenti strozzati, come una diga rotta di rabbia e d’amore ed invece rimase ancora in silenzio. Preparò le rose, trattenendo a stento le lacrime. Il signor F. da parte sua aveva altro a cui pensare. Scrisse al figlio ormai adulto; non poteva chiamarlo dato che si era trasferito in Olanda per lavoro. Gli descrisse la noia dei giorni precedenti e di come ora fosse tutto così diverso, come il cuore avesse ripreso a battergli a mille per l’emozione e l’attesa di lei, quella affascinante bellezza. Anche se era vecchio, il torace ritmava i colpi come fosse un quindicenne innamorato, che una tale occasione non se l’aspettava, proprio non ci aveva pensato mai, nemmeno negli ultimi anni. Riordinò i propri scritti ed infilò alcuni volumi al loro posto nella libreria. Si chiese perché avesse utilizzato tutto quel tempo per leggere o scrivere. Utilizzato o sprecato, questo non sapeva più dirlo adesso. Poco sapeva dire in quel momento e iniziò a ritenere che tutto il detto prima fosse stato quasi superfluo, che lei arrivava, bellissima, in treno o chissà come e che lui non era pronto o aveva comunque dovuto affrettare i preparativi. Rimase in silenzio sulla poltrona, per ore. Poi con estrema fatica si alzò, ma di fame non ne aveva. Appoggiato al girello, come un neonato vecchissimo, si trascinò in camera, vide le rose e le lenzuola pulite e ne fu felice. Sul cuscino una lettera, la calligrafia quella della signora C. Lesse la parola amore, la parola fedeltà ed anche silenzio, paura e poi in fondo dire tutto, dire tutto e poi addio, amore. Il signor F. pensò che le donne, non le aveva mai capite. Buttò la lettera sul comodino. Quindi si distese e fece per dormire. Poco dopo mezzanotte sentì il suono del campanello, nitido e chiaro e poi un vortice di vento venire su e su per la tromba delle scale, infilarsi come un fumo sotto la porta d’ingresso e venire dentro, aleggiare nell’atrio e poi lì, nella stanza. Aveva occhi di tenebra e labbra di porpora. Era la morte. Non che ci fosse davvero, ma era lì e lui lo sapeva. Inspirò, espirò e non capì. Il signor F. morì infatti, subito prima di capire.

Giulio

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