Tornare a casa

Ci è stato consigliato, poi chiesto e, infine, imposto di stare a casa.
Per starci, però, bisogna anzitutto tornarci.
Quanti di noi si trovano in luoghi (fisici ed emotivi) che possono chiamare “casa”, un posto sicuro, in cui stare bene?
Quanti invece si sono resi conto che – senza il lavoro, le uscite culturali e i bar – non ha più senso rimanere nella città in cui abitano e, di colpo, hanno sentito il costo relazionale della migrazione, che li ha portati lontani dalle persone che più amano e che più li amano?
Milano, per esempio: una città difficile da abitare (per ragioni economiche) e da cui si scappa appena si può nei fine settimana e nelle vacanze scolastiche, verso i laghi, le montagne, il mare oppure verso paesi lontani, ché più il viaggio è lungo più fa grande (interessante) il viaggiatore.
Eccoci invece costretti qui, dove paghiamo affitto o mutuo, dove il lavoro e la scuola dei nostri figli, proprio qui, possiamo forse provare a tornare a casa, pur senza muoverci? Oppure possiamo chiederci dove vorremmo costruire la nostra futura casa, quali relazioni sono centrali nella nostra vita e, dunque, quali persone vogliamo vicine?

Perché adesso l’abbiamo capito: è un’illusione stare vicini quando si vive lontani.

Insoddisfazione

Incompleto che non passa linfa
se la foglia non ha il suo ramo
se la mela non ha entrambe le sue metà.
Vivo una vita piena di “vorrei”
così quando guardo dalla finestra
sospiro alle montagne, lontane,
ignaro di essere già a casa.

La casa del mastro vetraio

Divorata dai balconi

di grandi condomini

c’è la piccola casa

immobile,

viva eppure…

con il suo incubo notturno

di muri in rovina

e ferri sventrati,

ogni notte

per tutte le epoche.

La finestra è velata

da un brivido di condensa,

da un terremoto umido

fatto della sostanza dei sogni;

dentro però dorme sereno

il soffiatore d’anima

con la fucina e il suo vetro

nella canna come un flauto

canta le note e consola

la sua piccola casa.

Giulio