E se ci volesse un “?”

A buon rendere. Questo è il leit motiv di una pellicola graziosa, vanziniana, ma che nonostante ciò offre alcuni spunti, forse grazie al contributo di Proietti, vecchio della comicità italiana, di quella che ancora diceva al re quando era nudo. Su tutto, il familismo amorale, quella peculiare tendenza italiana a fare tutto il possibile affinché il nucleo familiare sia sempre preservato nei suoi interessi presenti e futuri, ricorrendo a mezzi poco legittimi, ma socialmente assunti come validi nell’indifferenza alle regole, per raggiungere obiettivi legittimi. Una struttura dell’azione fondata su una retorica dell’onestà che nulla può di fronte alla difesa dell diritti alla realizzazione dei membri della famiglia. Anche il padre che si considera e forse è onesto lavoratore, di fronte alla minaccia di un mancato obiettivo del figlio, attiva quei canali informali e – diciamolo un volta per tutte – sleali di favori da amici in ricordo di vecchi tempie  vecchi favori – a buon rendere: un circolo clientelare che si autoalimenta, si rinnova nutrendosi perché trova nutrimento in un’impostazione mentale che lo supporta e lo assume a possibile modello d’azione. Il confine tra onesto e disonesto non ha più a che fare con precise categorie etiche, è qualcosa di istantaneo, puntuale. L’assunzione di un comportamento o dell’altro esula dall’eventuale base morale individuale, concerne esclusivamente il modo in cui si sceglie di arrivare al traguardo, il fine che giustificherà il mezzo. Machiavellico, almeno, se non mertoniano. (Secondo Robert K. Merton, sociologo funzionalista, le mete sono sociamente definite, e accettabili o meno da ciascuno, e i mezzi utilizzati per raggiungerle possono essere legittimi o illegittimi – per darvi l’osso del discorso.) Ci sono onesti che sono disonesti senza colpa, quella ce l’hanno i veri disonesti, che amano avere la pancia piena alla fine del pranzo al ristorante, senza badare a quanto salato possa essere il conto. Nella finzione sono questi i puniti, i primi passano guai, poveri diavoli, redimendosi alla fine passando dalla parte dell’onesto impegno  quotidiano nel recupero del buono che avevano sacrificato o mai coltivato, ma che di sicuro c’è sempre in ognuno di noi. Tutto sommato, una solita commedia dei buoni sentimenti, ossia una bieca commedia all’italiana, vanziniana, che nonostante i bei ritratti di italianità e quel pizzico di denuncia, si ritrova banalmente paternalista nel tentativo di insegnarci le buone maniere, che alla fine del film non possono che apparirci, comunque, irrimediabilmente perdute e irrecuperabili in una vita italiana che è tutto fuorché meravigliosa.

[La vita è una cosa meravigliosa (2010), di Carlo Vanzina]

Gianmarco

Correre con le forbici in mano

Le parole sbagliate

Questo non ha a che fare con la filosofia, né con la semiotica o con l’arte del parlare. Non ha a che fare con la politica, tantomeno con la religione. Ha a che fare con qualcosa di più grande che in teoria dovrebbe inglobare, come in una sfera di sottile trasparenza, tutto: l’etica, o meglio un’etica. Cos’è mai? Dico che secondo me si tratta di un sistema di principi sedimentati di modalità di celebrare l’opportuno e separarlo dall’inopportuno. Insomma, per me è qualcosa di molto largo, fluido, non codificato, come un sapere appreso a livello di esperienza genetica, storica, non trascendente in sé, però diciamo che è più della somma o si qualsiasi altro algoritmo fra tutte le piccole etiche individuali. Ognuno sa o crede di sapere o forse davvero sa come discernere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato per sé, e ognuno lo fa quotidianamente, perché l’etica è qualcosa che ha a che fare con le scelte, e le scelte sono quotidiane, quindi questa etica pervade ogni ambito della vita individuale. Poi ci sono delle persone che in teoria si dice che ci rappresentano o che parlano in vece di altri, e allora abbiamo i capi di stato, fra questi ce n’è uno che ultimamente la sta davvero facendo fuori dal vaso, e mi chiedo come non ci si renda conto di come talune affermazioni siano contrarie all’etica, e alla morale, in una parola contrarie ad una sorta di buonsensocomune, come le persone non rabbrividiscano. Per esempio ora è il momento di parlare di preti e pedofilia, e molto è sotto i riflettori o sopra il fuoco del barbecue mediatico. Da un lato mi viene da dire: inquisizione per inquisizione, tutto torna, eppur si muove o eppur si muore? Poi dico vabbé, non possiamo sempre star lì, siamo superiori. Poi se ne escono con concetti del tipo: questa ossessione per i preti pedofili porta a una persecuzione come quella antisemita. Ah. Scusa? Non lo hai detto, vero? Cioè, non hai paragonato le indagini o le inchieste su un crimine di tale portata con la persecuzione arbitraria di un popolo, vero? Ho sentito male, o hai proprio sbagliato paragone? Come vai a dormire, dopo questa affermazione? Poi mi ricordo che dicono anche che omosessuale vuol dire pedofilo, e leggo che ci sono farmacie che si rifiutano di vendere, non dico la pillola del giorno dopo o cose così, ma un presidio sanitario nazionale obbligatorio, i preservativi, per motivi religiosi, e altre amene oscenità. Allora io mi chiedo questa famigerata morale cattolica, ad esempio? Questa etica cristiana?

Fiammiferi e taniche di benzina

Dunque in queste sere in compagnia del mio dueño ci siamo fatti delle serate cinema in casa e abbiamo visto i due capitoli finali della trilogia Millennium e devo dire che non sono male. Tutto qui. Poi, per tornare al discorso precedente, ci siamo anche visti Il libro di Eli, che credo che in Italia sia uscito con il titolo Codice Genesi, comunque è questo Denzel Washington che in uno scenario postapocalittico lotta con della gente per portare in salvo sto libro che altro non è che la Bibbia, tipo la ultima Bibbia rimasta sulla Terra, e tutti la vogliono perché questo libro ha questo potere insomma di soggiogare i deboli arrivando al loro cuore e allora mille vicissitudini e carino. Tutto qui.

Un’anima dissenterica

Non sono stato molto bene questa settimana. Qui è stata, è ancora, insomma, settimana santa, e la Spagna cattolica Spagna la festeggia ogni giorno con processioni e cose che io mi sono perso. E vabbé. Ho potuto riflettere molto sull’espressione l’esperienza del dolore. E ho capito che di solito ci si riferisce al dolore esistenziale, al disagio dell’anima, ma nessuno parla mai dell’esperienza del dolore fisico. Quando si dice ho vissuto un dolore, si pensa sempre al dolore mentale come conseguenza di una vicenda relazionale, o comunque non corporea. Ci ho pensato perché il mio animo da Umberto Eco mi fa spesso dei brutti scherzi. In questo idioma, più che nel nostro, l’espressione per dire che qualcosa ti fa male è hacer daño, quindi una cosa che ti fa male (fisicamente o meno) è qualcosa che ti procura sempre un danno. Il concetto di danno ha a che fare con la tangibilità del dolore, la differenza fra danno e male è quasi la differenza fra rischio e pericolo. E ha a che fare con una filosofia di fondo in cui l’essere umano è considerato sempre come unione inscindibile (per questo hai un termine per entrambi i casi) di corporeo e non corporeo. Non so, lo trovo interessante. Come interessante è tutto il discorso dei verbi di trasformazione, che è lungo, ma se chiedete a chi vi insegna spagnolo come si dice diventare, entrerà in panico perché dovrà preparare una intera lezione. Dico solo che ci sono quattro verbi che si differenziano per due variabili, la temporalità (cambiamento momentaneo o duraturo) e la volontà (cambiamento volontario o accidentale).
Questo ha a che fare con la filosofia, con la semiotica e con l’arte del parlare.

Gianmarco