Passeggeri o cittadini

IMG_5309Volo low cost Marrakech-Milano.
Succede una cosa straordinaria: italiani e marocchini diventano passeggeri, clienti della stessa compagnia aerea. Uguali diritti e uguali doveri.
Dobbiamo rimanere seduti nelle fasi di decollo e di atterraggio; possiamo alzarci, andare in bagno, quando la spia luminosa delle cinture di sicurezza è spenta. Lo spazio per borse e zaini è il medesimo, possiamo disporne tutti.
Arrivati all’aeroporto di Milano, altre identità prevalgono su quella che ci accomunava: cittadini UE di qua, cittadini non UE di là.
La nostra fila si smaltisce in fretta. Mentre ci dirigiamo verso l’uscita, sentiamo un poliziotto sussurrare al collega: “Non far venire i marocchini di qua, eh! Facciamoli aspettare, a quelli”.

Nessun dubbio: stiamo di nuovo coi piedi per terra.

Foto: Marrakech 2016

 

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Per la Francia

Un amico colombiano ha da poco ottenuto la nazionalità francese.
“Finalmente”, dice, “Così se mi mandano a Londra per lavoro non è più un casino”.
J. vive e lavora in Francia da più di dieci anni e parla francese perfettamente. Ma ciò non bastava. Doveva infatti dimostrare di lavorare “per la Francia”.
“In che senso, scusa?”
“Beh, hanno indagato sul mio conto… proprio sul mio conto in banca… e hanno visto che non mando soldi in Colombia”.IMG_2103

Ovvio: per essere cittadini d’una nazione bisogna, anzitutto, consumare sul suo territorio. E soprattutto evitare d’appianare (seppur in minima parte) le disuguaglianze in termini di condizioni di vita tra chi sta in Francia e chi, come la famiglia di J., in Colombia.

Vive la République.

Arianna

Foto: Avignone 2013

Un altro mondo esiste

Prendete una piccola scuola in Danimarca. Prendete una bambina e una ragazza, scalze, sedute alla stessa scrivania. Prendete tre adolescenti che dipingono nel corridoio. Prendete un’aula piena di strumenti musicali, con la porta socchiusa. Prendete una classe di tredicenni che ascolta i compagni leggere ad alta voce, e poi commenta col sorriso, uno per volta. Prendete una preside dagli occhi chiari. Prendete queste parole: “La nostra è una scuola aperta, vogliamo che gli allievi la percepiscano come un’unica stanza in cui imparare. Non li sgridiamo, cerchiamo di trattarli gentilmente e dialogare con loro, perché solo in questo modo si sentiranno bene a scuola, e diventeranno cittadini rispettosi in futuro”. Prendete dieci insegnanti felici, una cucina che odora di patatine fritte, disegni alle pareti, una palestra, un cortile con la sabbia, un’amaca, molti alberi.

“Come ti sembra la nostra scuola?”
“Un sogno”
“Lo pensi davvero?”
“Certamente! Noi siamo lontani, lontanissimi…”
“Hai visto che è possibile. Ora devi tornare in Italia e fare la rivoluzione”.
Sorrido. Rispondo: “Sì”. Sottovoce, però si sente.

Suona come una promessa.

Arianna