Un calcare prezioso e piscio d’oro

Abumar è incastonato sulla panchina, come un calcare, prezioso per i cercatori d’oro che in piazza cercano eroina. Oppure è una ruggine che nemmeno la polizia ripulisce, per l’età e per l’infamia e quindi resta incrostato lì tra la panchina e la palazzina liberty, estate e inverno. Infame è chi fa un giro in pantera e mentre gira canta, canta i nomi degli altri, degli spacciatori clandestini e innocenti che finiranno in carcere e sui giornali.

Intorno a lui rampolli tunisini, ragazzi adusi allo spaccio che si scambiano palline nascoste in bocca o nel culo dei cani. Normali cani da passeggio con l’eroina nel culo. Quando arriva la pantera, evaporano di rugiada sorpresa nel mezzogiorno. Veloci come chi ha del fumo in tasca o una busta malcelata tra le pieghe del corpo, con la plastica bagnata dal sudore, con la pastica che strozza i pori.

Abumar è clandestino ed è da quindici anni il mio vicino di strada – di casa sarebbe un dire inopportuno – attende il suo documento che arriverà da Baghdad. Sputa e dice “fenculo Baghdad” e da come lo dice si vede che la conosce, si vede che è la sua casa.

Quando la gente passa di lì, di lui sente l’acre odore minerale del piscio. La gente pensa che schifo e quando dice che schifo non sa che quello è piscio iracheno, cristallino oro liquido di un uomo che ha perso tutto. Che schifo. Non sa, la gente, dei suoi figli in Canada, e di sua moglie che lo aspetta. E che lo aspetterà.

Giulio

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La rabbia dei poveri

Ottocento 
Novecento 
Millecinquecento scatole d’argento 
fine Settecento ti regalerò.

Se ne sta lì, con lo sguardo basso, e dice “sono incazzato, sai” con un accento così lontano, così clandestino, così… pieno di rabbia. Si arrabbia. La sua vita è una miseria. Dentro la galera è una miseria, fuori una miseria, al punto che quasi ti vien voglia di andare a chiedere di tornarci dentro e di scontare quel che manca subito, senza aspettare. Tornare a casa non è possibile, “troppe persone a cui spiegare che non ce l’ho fatta”, prima bisogna mettere da parte un po’ di soldi. “Voglio indietro i contributi, ho lavorato dieci anni regolare e prima di andare voglio indietro i contributi che ho versato”. Non me lo dici, ma so che spacci. “Ma poi, non so, c’è qualcosa nella mia testa… che non funziona. I medici non lo capiscono, quando mi prendono i pensieri ho voglia di far male alla gente o di suicidarmi.” Sorride, con il sorriso della verità. Vero e amaro. E ancora vero.

Figlio figlio 
unico sbaglio 
annegato come un coniglio 
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio. 

“E’ possibile, tuttavia, è già successo, che una persona sappia una cosa che nessun altro sulla Terra sa.” Quando dice quella cosa, tutti gli danno del pazzo, ma lui sa che è così, è proprio così e non ci sono ragioni. Non ci sono nemmeno persone. “Persone? Quali persone? Mi ricordo, delle persone nel vecchio mondo, quando tutto era luce, quando esistevo. Non come adesso, che sono morto, e che le persone non esistono, sono dei fantocci, simili ai vecchi loro stessi, eppure diversi per i piccoli particolari… tu ad esempio: tu eri simile. Ma un po’ diverso, parlavi in modo più pacato. Quando sogno, sogno del vecchio mondo. Ma qui tutto è falso, tutto è morto, nessuno mi è davvero vicino.” Ti abbraccio e ti bacio sulla fronte. Avrei voglia di piangere, di scrollarti di dosso la malattia, di farti tornare a sentire ciò che non ha mai smesso di esistere. “Non sei male, come fantoccio del vecchio te stesso. Sei più dolce però.” Fai una smorfia, amara, come di chi sa come vanno le cose.

Und einige krapfen 
frùer vor schlafen 
und erwachen mit walzer 
und Alka-Seltzer fùr 
dimenticar.

Mettere l’apparecchio acustico a diciotto anni non è facile. “Mi fa male alle orecchie e in più sai che c’è? Ci sento peggio di una volta. Con l’apparecchio sto perdendo quel poco di udito che mi rimane. Forse quel medico bravo, quello specialista trova una cura. Forse, lo spero.” L’apparecchio con la pila nuova fischia come un fischio di un fischietto, ma piano. Forte solo nell’orecchio. “Mi fa venire il mal di testa e al lavoro mi da fastidio: in fabbrica sento ogni cigolio, ogni scricchiolio di ogni macchinario.” Mentre parliamo, mi leggi il labiale, a compensare con la vista quello che la tua vita (acerba e minuta) ti ha tolto. Battere la testa e perdere le orecchie, per un po’ di velocità sulla neve. Poi ti decidi e da un cofanetto estrai due fagiolini di plastica, praticamente non si vedono. “Gabriele” bisbiglio quasi senza voce. Alzi gli occhi e mi guardi. Ora mi senti davvero.

Quanti pezzi di ricambio 
quante meraviglie 
quanti articoli di scambio 
quante belle figlie da sposar.

Le storie dei poveri, mi fanno rabbia. Rabbia. RABBIA. Gli ultimi saranno i primi, eppure mentre raggiungono il podio vengono calpestati e ricalpestati dai passi di tutti i penultimi, i terzultimi, i quartultimi, i quintultimi, i sestultimi, i settultimi, gli ottultimi, fino a quando non so più come si dice. Passati al setaccio e svuotati della forza di vivere e di provarci. Tutto questo mi fa rabbia, soprattutto quando succede proprio qui, dietro l’angolo di casa, dove tutti vedono e non vorrebbero vedere e quindi non vedono. Va tutto bene. Eppure.

Le uniche parole che sento davvero reali sono “rabbia” ed “eppure”.

Cantami di questo tempo 
l’astio e il malcontento 
di chi è sottovento 
e non vuol sentir l’odore 
di questo motor 
che ci porta avanti 
quasi tutti quanti 
maschi , femmine e cantanti 
su un tappeto di contanti 
nel cielo blu.


Citazioni da “Ottocento” di De Andrè.

Giulio