Eppur si muove

Questo non sarà un manifesto rivoluzionario. O forse sì. O forse è solo uno strumento di condivisione.
La lotta si compone di fasi.
Nella prima fase, si costruiscono i corpi dei militanti. Ci si esercita, nel caso in cui si pensi ad una rivoluzione fatta con i corpi.
Poi si passa a costruire un codice comprensibile solo a coloro che condividono la lotta. Un alfabeto, o uno strumento di espressione. Anche un blog. Insomma, si pensa alla comunicazione rivoluzionaria. Questo è un passo molto importante per chi, come me, vuole una rivoluzione fatta con il pensiero. Il pensiero per strada.
La fase tre è la guerriglia, e si possono scegliere diverse forme di. Si possono prendere in ostaggio persone, o anche cose, o si possono gambizzare persone, o anche cose (che dovranno avere, evidentemente, delle gambe). Io vorrei semplicemente prendermela sul personale e iniziare ad essere cattivo e a falciare le gambe con il linguaggio, liberare il prato dalle erbacce senza pietà.
Le fasi successive sono la latitanza e la prigionia. La latitanza è la fase principale della lotta. Significa sparire, scomparire alla vista, diventare un mito della rivoluzione, dirigere da lontano, stare a guardare, organizzare il ritorno. Lontano. La lotta esprime il suo potenziale nella distanza. Per questo bisogna cercare di andarsene da questi luoghi, affondare le unghie nelle opportunità fuori.
Infine, farsi prendere, farsi imprigionare. La prigionia è l’essenza della lotta. In essa si esprime tutto il potenziale rivoluzionario della militanza. Chi è costretto a restare, è il totem della rivoluzione. Il simbolo ultimo della militanza rivoluzionaria, il seme del cambiamento.

Almeno, così dicono.

Ho creato un linguaggio che mi appartiene e che mi identifica. Milito quotidianamente attraverso i canali che mi sono concessi e che mi sono concesso. Sto lavorando sulla latitanza. Non garantisco il ritorno e la prigionia.

Io ci provo, comincio da qui.

Gianmarco

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