La recensione di sé

Come si può tradurre il concetto di foursquare? Partiamo dall’antropologia urbana: le mie origini si situano in un agglomerato umano della provincia di Catania, Sicilia. C’è un punto della città dove si incrociano ortogonalmente due vie che attraversano la città da nord a sud e da est a ovest. Questo punto viene chiamato quattro canti e rappresenta il punto di incontro primitivo, originario, minimo fra le vite; il centro, anche non geometrico, della città: tutto si situa intorno e in relazione a esso, lo zero di un immaginario piano cartesiano. Questo avviene spesso in piccoli centri urbani ed è un’esperienza importante che ha a che fare con la conoscenza dei luoghi e con il contrasto all’indifferenza fra le presenze umane nei luoghi. Dalla criminologia all’educazione domestica alla fisica, tutti lasciamo delle tracce, dei segni di quello che facciamo: sono indizi, polvere e impronte, reazioni alla nostra semplice azione del vivere. Quello che manca è la consapevolezza dei contesti delle nostre azioni più routinarie, la collocazione. Strumenti come Facebook e Twitter ci permettono di condividere l’azione, ma non necessariamente di condividerne il dove. Lo scollamento fra le dimensioni del cosa, dove e quando rende il tutto un po’ sterile o, alla peggio, isterico. Ecco che nasce un luogo che racchiude tutti i luoghi delle nostre azioni, Foursquare per l’appunto, attraverso il quale permettiamo (imprescindibile atto di volontà, la concessione all’Altro) ad altri di sapere dove-siamo-quando-facciamo-cosa, di ricostruire i nostri percorsi e constatare la profonda ironia della scoperta di vivere gli stessi luoghi senza mai incrociarsi: ciascuno lascia una traccia di sé per gli altri, offre una descrizione di sé attraverso i luoghi che più gli appartengono. Abbiamo iniziato condividendo il pensiero (A cosa stai pensando? di Facebook), le notizie (Twitter), i gusti musicali e l’udito (il sempre più abbandonato Last.fm); sulla via della condivisione ora si situano anche il dove (Foursquare) e il senso della vista (Miso, ma ne parleremo un’altra volta). Di cosa si tratta se non di una specializzazione settoriale della condivisione? Ciascuno di questi strumenti si focalizza su una dimensione del sé espressivo; combinati, non hanno niente di diverso da un blog classico in cui ci si racconti in maniera estesa. A questo punto, è solo una questione di scegliere come offrirsi agli altri e cosa divulgare di sé. Non se ne può fare a meno, tutti lasciamo tracce di quello che siamo, facciamo, calpestiamo.

Gianmarco

Fero, -s, tuli, latum, ferre

Niente. Volevo condividere alcuni pensieri.

Che, almeno nelle lingue che conosco, i verbi più irregolari sono quelli che si usano di più: essere, avere, andare, vedere, dire, mangiare (in italiano questo no, lo so), venire, i verbi servili volere, dovere, potere, e altri. Insomma, sono verbi da regola, da uso regolare, ma sono irregolari nella regolarità.

Che per quanto possa capirne, la pubblicità la fanno i pubblicitari e quelli che la pensano, ma soprattutto la fanno i destinatari, perché qui ad esempio le pubblicità di una nota compagnia telefonica rossa sono geniali e se non lo sai che è la pubblicità di quello, fino alla fine è una storiella divertente da dire “il piacere della pubblicità”, e così per altri intermezzi di altri prodotti.

Che l’aloe cura tutti i mali, tranne la dipendenza da essa. Cioè, tutto può essere droga, e sempre si tratta di misurare le dosi. Come i telefilm, che guardi per caso un episodio una sera che  ti annoi e non hai di che distrarti, e la settimana dopo reincontri il programma e ti dici “perché no?”, che è soltanto una tecnica di neutralizzazione (cfr. Matza, Becoming Deviant).

Che a volte hai bisogno di condividere i pensamentos più stupidi.

Gianmarco