Smania di luce

Cartier getta diademiDSC_0033

oscuri nella notte

e la mela rimane

con la scorza ferita

acerba e incompiuta

là in alto, e vivifica

le figure spettrali

di persone che vanno

come fieri fantasmi

o mannari alle lune

del lusso e degli schermi

e dita sopra e asettico

pulito di niente,

come una mètro stanca

metallica e chiara

di igienico splendore

abbandonata nel buio

d’una via sotterranea.

Incartati nei pixel

gioielli di natale

ed un brusio meccanico

tra le solite note

che si muta in urlo

di possesso e di spesa.

Sono quasi un naufrago

ammarato sbagliato

al formicaio asfaltato

dei ricchi e dei poveri,

del consumo sfrenato

di diamanti e di i-phòne.

fotografia:  luci  natalizie e maxischermi a Hongkong

Giulio

Come l’acqua sulla Luna

C’è un motivo per cui la cultura dell’ecosostenibile fatica a decollare, e non ha a che fare semplicemente con la forza del connubio capitalismo-consumismo. L’ecosostenibilità ha fatto breccia nelle nostre case con una legge che ha vietato l’uso delle buste di plastica della spesa, ad esempio,  sostituendole con quelle in materiale biodegradabile, come già si era fatto con il mater-bi, che poteva essere gettato nell’organico o abbandonato nella terra destinato  a diventare humus. Non mettiamo in dubbio sulla giustezza del volgersi al comportamento “a impatto zero” o comunque sensibile al futuro del pianeta, vogliamo solo considerare un fattore che forse può spiegare la difficoltà che si incontra a diffondere tale comportamento.
Quello che noi vediamo e associamo all’ecosostenibilità o al comportamento ecologicamente positivo è qualcosa di fondamentalmente fragile. La sporta di carta si rompe e se piove devi correre a casa. Quella in mais spesso si rompe, battuta dal peso dei nostri consumi. La carta igienica ci irrita. L’ecosostenibilità ha costruito la sua immagine sulla fragilità, contrapponendola alla resistenza, tipica della società dei consumi: i prodotti, le cose della società capital-consumistica, sono oggetti che durano nel tempo, garantiscono l’eterna utilità, anche se poi, liberandocene, rimarranno a eterno residuo inutile in qualche discarica (nel migliore dei casi, potremmo dire). La società dei consumi si è sviluppata intorno a un’idea di persempre, non mettendo mai in dubbio la sostenibilità del percorso. Quando mangiamo qualcosa, lasciamo un involucro vuoto. Possiamo riutilizzarlo nella nostra quotidianità, affidarlo al circuito del riciclaggio – quando possibile, o anche solo liberarcene: rimarrà comunque un residuo del consumo avvenuto, una testimonianza. Il residuo è la prova della resistenza del consumo. Noi siamo affascinati dalle cose che durano nel tempo, perché abbiamo un’ambizione di eternità, che deriva forse dalla nostra natura, alimentata dall’avvento dei monoteismi e dal radicamento di una cultura concordataria (il metodo capitalistico di soddisfare il bisogno di persempre è così legittimato dal riconoscimento del primato religioso nella soddisfazione dello stesso bisogno: un trompe-l’oeil).
La cultura dell’ecosostenibile ha così fatto della fragilità un valore, un paradigma: predica il ritorno a una modalità lenta, vulnerabile di vivere il rapporto con l’ambiente che ci circonda; ridona dignità a ciò che si trova fuori di noi, in altre parole gli ridà potere; ma nella cultura della resistenza, il potere è prima di tutto umano, individuale e pone l’Ego cartesiano al centro di ogni processo decisionale e di ogni mutamento: io ho il controllo sul resto, sull’ambiente, posso decidere cosa farne e come. Non valgono discorsi sul futuro del pianeta: finiranno le risorse? Troveremo l’acqua sulla luna, prenderemo il gas dagli anelli di Saturno e il petrolio, che ne so, da Mercurio. Lo faremo noi, che abbiamo il controllo, il potere. Che viaggiamo veloci, fisicamente e virtualmente.
Non è contemplata la fine del consumo in senso capitalistico, l’idea di fine, di termine o di limite è solo un’idea provvisoria. D’altra parte il grande nemico del nostro tempo non sono le malattie, la morte? L’ecosostenibilità presenta l’idea di fine come un’idea presente nella natura delle cose, unendola a quella di rigenerazione, sconosciuta a noi capitalconsumisti: tutto ha un solo inizio e prosegue su una curva infinita che si perde nell’orizzonte della discarica, perché la rigenerazione, il ritorno sotto altre forme, necessita di tempo che è la risorsa scarsa per eccellenza, l’unica che non siamo stati in grado di controllare e che non potremo trovare da nessun altra parte nell’Universo.
Quello che l’approccio ecosostenibile potrebbe provare a fare è mutuare l’ambito della resistenza e sposare, in un matrimonio di pura convenienza e facciata, i valori di cui è impregnato (essendo figlio della cultura dei consumi, come il vegetarianismo…) e ribaltare le prospettive, offrendo un’alternativa dello stesso orizzonte, non orizzonti alternativi. Prima che anche l’acqua sulla Luna finisca.

Gianmarco

Lanterna verde

«Certo che risparmieremmo denaro e ridurremmo rifiuti installando una di quelle cose che ti permettono di bere l’acqua del rubinetto già depurata, magari anche frizzante»
«O anche una di quelle caraffe, sai, lì al supermercato ce n’è una che tu ci metti l’acqua, c’ha il filtro, così»
«Potremmo anche comprare delle bottiglie di vetro da riempire, magari con l’acqua depurata da quei cosi che ti dicevo prima».

L’ambiente è una cosa importante, che futuro lasceremo ai nostri figli? Già quello che abbiamo noi fa abbastanza, diciamolo sì, schifo. Le bottiglie di plastica sono tante, sempre troppe. E ci sono posti dove la differenziata ha raggiunto livelli ridicoli. Inopportuni. Perché c’è chi la fa e chi non la fa, chi se ne frega e alla base di tutto c’è sempre troppa poca educazione. Ci sono isole felici di ecologismo e isole felici di rifiutismo. C’è molto da fare, ma lo vogliamo fare?

«E se però così, togliamo lavoro a chi le fabbrica, le bottiglie?»

Questo è il problema del boicottaggio: che il mondo è un sistema complesso in cui spesso ciò che può essere considerato un bene comune futuro è un male comune presente; e ormai le interconnessioni non si possono disunire, è tutto troppo ineluttabilmente un unico sistema.

Allora, dov’è il cambiamento? Nel sacrificio del presente per il bene del futuro?  E quanto siamo disposti a sacrificare?
Personalmente non mi sento di boicottare la grande multinazionale per un’ideologia anticonsumistica che sento profondamente anacronistica, fallimentare nell’azione. Non mi sento di boicottarla in nome del popolo sfruttato nel paese in via di sviluppo, perché se anche calano i suoi profitti, l’interconnessione le permetterà di trovare altri terreni di fertile sviluppo; e io ci avrò solo guadagnato una coscienza a posto e il licenziamento di molti. Non sarà il mio boicot individuale o il nostro boicot collettivo a decidere le sorti di quella multinazionale, sia del cioccolato o della benzina, bensì eventuali decisioni sovranazionali, internazionali.
Meglio comprare l’acqua in bottiglie di plastica, allora, che…

«Arrivano da sorgenti vicine al punto vendita, così i costi sono minori. E poi le bottiglie sono in plastica riciclabile».

Gianmarco