Lasciarsi toccare

Come molti neo-genitori, ho seguito un breve corso di massaggio infantile.
Ecco qualche appunto sparso sul tema.

I neonati integrano più facilmente nel proprio schema corporeo le parti che vengono toccate, nude. E se anche per noi grandi funzionasse un po’ così? Forse anche nel nostro caso esistono soltanto le parti di noi che lasciamo – almeno ogni tanto – esposte allo sguardo altrui, e al contatto. Le parti che invece teniamo sempre nascoste, sempre protette a un certo punto smettono di esistere perfino per noi stessi.

Toccare è sempre reciproco: chi tocca è anche toccato, inevitabilmente. Se massaggio il mio bimbo, la sua pancia è toccata dalla mia mano, e la mia mano dalla sua pancia. E’ dunque un’esperienza intima per entrambi, ché anche toccare espone, non solo lasciarsi toccare.

Il contatto è generativo: una mano e una pancia che si toccano sono qualcosa di nuovo e di più della mano e della pancia prese singolarmente. Allora occorre curare sia il momento dell’avvio del massaggio (chiedendo il permesso prima di massaggiare) sia il momento della fine (staccando delicatamente e lentamente le mani, in modo che la transizione sia graduale).

Il massaggio produce sempre un effetto, anche se non immediato. Più una pancia (o una gamba, o una schiena…) è massaggiata, più – in qualche modo – “matura”.

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Tra le labbra

La senti?

La mia mano che s’inerpica su

e come scava…

la sua galleria tra

il jeans e la tua pelle.

Come si muove, come spasima

alla ricerca del primo contatto,

stritolata

tra il tessuto e le carni

ansiosa e inarrivabile meta

finalmente

per la prima volta

la sfioro:

e mentre le prime molecole del mio dito

accarezzano

il margine delle tue labbra,

io sono lì

completamente

dedito

alla scoperta

del tuo universo.

Su quel letto non nostro

la stanza era piena di luce.

Luce e dolore

e la cerniera dei tuoi jeans.

Vedo ancora quella luce.

E tu, amore

ricordi

la mia mano?

Giulio

Lavorando con i bimbi…

…vivo dei momenti che mai mi sarei aspettato. I bambini sono un mondo diverso, le leggi che lo regolano lontane dalle nostre. C’è più di tutto. Più emozione, più cattiveria, più stupore, più affetto, più sbadigli, più franchezza e sfacciataggine. In questa settimana mi sono capitati proprio due momentini in cui mi sono chiesto “Perché sta accadendo? Perché sto ricevendo questo dono non ricercato?“. Provo a raccontarvi i due episodi, per me fulgidi diamanti di umanità intesa nella sua accezione più alta: fascino misterico dell’essere umano.

Il primo con un ragazzo del liceo a cui do lezioni di fisica. Ha alcuni problemi caratteriali. Pensate che a volte arrivo a casa sua e mi grida contro: “Vattene, Via! Fila in camera, ho detto!”. Non mi guarda mai negli occhi, il suo sguardo vaga altrove, in mondi che non conosco ed in cui egli vive. Se mi soffio il naso durante la lezione si arrabbia, non mi ascolta spesso ed in generale, risucchia la mia energia come un gorgo. Mercoledì ero fuso, ma ci sono andato lo stesso, sapendo però di non avere energie sufficienti per reggere il confronto con una persona tanto difficile. Pioveva; invece lui era contento. Mi sorrideva di tanto in tanto e poi come se nulla fosse, circa a tre quarti della lezione, dispersi dalle parti del Ciclo di Carnot, mi ha appoggiato la fronte alla spalla, così, in un momento come un altro ed è rimasto. Per dieci secondi. Uno, due…dieci. Io non ci ho pensato, ho solo percepito quel contatto. Mi sono commosso perché quel contatto era una confidenza, era la rottura di una barriera, l’apertura di una porta proprio quando pensavo non fosse possibile. Mi ha ricordato quella scena del film Rainman, in cui Hoffman appoggia la fronte al fratello, alla fine. Affetto.

Il secondo con un bimbo davvero casinista durante una Battaglia Spaziale con Merenda al Museo. Interpretavo lì il prof. Edwin Asteroid, alla ricerca delle merende scomparse in una caccia al tesoro contro il tempo. Il mio pubblico: quattro bambini, due dei quali ancora incapaci di leggere. Ed uno proprio a metà del percorso, tra le grida ed i “forza bimbi, che sennò Lord Fener si mangia tutte le merende!” uno si avvicina e mi dice “Prof, io voglio restare sempre con lei” e mi si butta in braccio. Mi abbraccia. Me, uno sconosciuto fino a mezz’ora prima, che ora sta traghettando quattro bimbi verso una merenda e la conoscenza di base di alcuni concetti come luce, gravità e vuoto. Uno vestito da prof. Edwin Asteroid con la giacca e le bretelle rosse. Stop, un’altra volta. Affetto.

Perché? Imparo dai piccoli e dai diversi.

Il nome proprio

Vorrei conoscere
il nome
dei fiori le foglie di ogni frutto il nome
proprio.
Il nome di ogni pietra albero e di ciascun
seme
nella terra o nel vento  di tutti
gli uccelli gli insetti di quei cani
nel  parco.
Il nome di questa ragazza che ride delle donne
amiche nemiche lontane vicine di quelle
che ho invidiato sfiorato di tutte
e ciascuna a cui non ho chiesto
“Come ti chiami?”
Il nome degli uomini sul mio autobus
treno sul precedente successivo
di poco di tanto
di quelli
che ho consigliato amato a volte 
ferito.

Il nome di chi mi guarda
dal fondo  dello specchio
chiama
un nome forse
mio.

Vorrei conoscere il nome di ogni esistente il nome
proprio.
E poi chiamare ciascuno
dire “Ciao”.

Arianna

Le relazioni silenziose, persone in strada

Prendo spunto per questo articolo dalle mie interazioni con gli esseri umani che non conosco. Gli esseri umani che incontro sulla mia strada, che mi sfiorano mentre passo, che incrocio, con cui sto seduto sui mezzi pubblici. Gli esseri umani con cui, per una frazione di secondo solamente, mi relaziono. O almeno cerco di relazionarmi. O più che altro, mi relaziono all’incontrario. Sapete perché all’incontrario? Mi sono accorto che spessissimo quando una persona che stiamo incrociando capisce di essere osservata non solo non ricambia lo sguardo, ma semplicemente gira un po’ la testa altrove, spesso verso l’alto. In questa specie di attenzione verso i fregi del nostro centro storico, verso ai particolari delle case antiche che le persone manifestano, vive un incredibile segreto. Per un solo istante, una minuscola frazione di secondo, nasce e muore un rapporto con uno sconosciuto, un rapporto che, anche se non verbale, anche se brevissimo, può darci moltissimo. Quanto ho imparato sugli esseri umani camminando per strada!

A volte ci si sorride. Capita circa così, soprattutto tra sessi differenti, ma non solo; sicuramente tra giovani, ma non solo. Ci si vede da lontano, si capisce velocemente che ci si incrocerà in un dato punto della strada e circa cinque secondi prima di arrivare a quel punto (l’avete mai fatto?) si inizia a guardare di lato, dal lato opposto, un po’ in alto o per terra verso il selciato. Non che il marciapiede in quel punto sia interessante, ma bisogna evitare lo sguardo altrui. Cinque secondi è un buon tempo. Se si iniziasse a guardare prima non sembrerebbe casuale, sembrerebbe un forzato non guardare chi arriva. Deve sembrare esistere un particolare che, guarda caso, ci attira proprio lontano dalla connessione con l’altro. Non ci si guarda quindi, però succede che ci si sorrida. Si sorride soprattutto tra giovani, soprattutto per imbarazzo nei confronti della scenetta fasulla che va in scena tra due attori sconosciuti. E’ una situazione quasi comica, ma quel sorriso, che osservo poiché tendo a cercare lo sguardo degli altri esseri umani, nasconde tutta quella relazione silenziosa. Una relazione che esiste.

A volte ci si guarda fieri negli occhi. Capita così soprattutto tra maschi, ma non solo; sicuramente tra giovani, ma non solo. Ci si vede da lontano, ma si continua a guardare diritti, fieri, l’uno negli occhi degll’altro. Quando uno dei due capisce cosa sta accadendo, quando capisce che l’altro ha capito, generalmente gira i bulbi oculari verso un particolare ininfluente. Mi è successo oggi. Passavo davanti alla Banca d’Italia e fuori c’è il carabiniere con la mitragliatrice. Ho guardato la mitragliatrice, poi lui, lui mi guardava, ancora lui, ancora lì un attimo e poi…via di nuovo sulla mitragliatrice. Fuori tempo massimo, se viene superato un limite di tempo quello sguardo reciproco diventa un contato incomprensibile e per tutti privo di senso. Una relazione silenziosa che, tuttavia, esiste.

Altre volte le persone camminano a testa bassa, proiettate verso l’avanti, come corazzate da sfondamento, come tori pronti a caricare chiunque si metta sulla loro strada. Più le persone sono antiche, vetuste, logorate dalla vita, più camminano chiuse, guardando in basso, scure in volto o corrucciate. Capita così soprattutto nei vecchi, ma non solo. Queste persone sono disconnesse. Camminano ma sono completamente in un loro mondo, perse nei loro pensieri e nelle loro emozioni, completamente deficienti in termini relazionali. Un uomo od una donna che guardano in basso mentre camminano sono per me descrivibili con la metafora del fiore appassito, il cui stelo si è ripiegato e la corolla inevitabilmente è piombata a guardare faccia a terra. Questo è un segno involutivo, tanto che le scimmie, da cui siamo partiti, presentano questa stessa ritorsione della colonna vertebrale e del capo.

Anche i giovani sembrano così o meglio vogliono sembrare così. Il che è stupido. I giovani spesso fingono disinteresse per le persone che stanno loro accanto, fingono di non esserci, di pensare ad altro ed invece si relazionano continuamente. Anche la musica serve a questo. Serve a barricarsi dentro un proprio mondo, una personale atmosfera e da quella “sbirciare fuori” senza essere visti. E’ una difesa che però da fuori, almeno in me, è vista con timore. E’ lo stesso per gli occhiali da sole. Questi occhiali principalmente escludono gli altri dal proprio mondo interiore perché sbarrano la principale porta verso l’interno. Sapere che gli altri non sono in grado di distinguere chi sto guardando e come, fa di me un uomo forte, ma solo in apparenza. Ho scritto timore perché non mostrare i propri occhi e turare i propri orecchi simula distacco e disinteresse ed anche se questo è solo un modo per proteggersi, questo stesso modo modifica l’assetto mentale.

I vorrei chiedere ai più arditi di voi, ai più impavidi e coraggiosi, un tentativo. Provate a fare questo per una giornata solamente. Mentre camminate, provate a fissare gli altri esseri umani che incontrate diritti negli occhi. E guardate che effetto vi fa. E guardate cosa accade. Anche negli altri, ma soprattutto in voi stessi! Questo significa mettersi in gioco, entrare in relazione con degli sconosciuti e ricavarne però un approfondimento nella comprensione del mondo. Soprattutto aiuterete me e voi stessi a non andare verso un mondo in cui ci camminiamo l’uno di fianco all’altro, senza mai entrare in contatto. Penso ci sia grande bisogno di sentirsi e di sentire gli altri.

Giulio