Antroproduzione: inibizione della sessualità

THE AIM WAS NOT MERELY TO PREVENT MEN
AND WOMEN FROM FORMING LOYALTIES. ITS
REAL UNDECLARED PURPOSE WAS TO REMOVE
ALL PLEASURE FROM SEXUAL ACT. NOT LOVE SO
MUCH AS EROTICISM WAS THE ENEMY

1984 – Orwell

Come dimostrarono le ricerche svolte all’interno del secondo reparto del CEFALEO (*1), negli anno ’90 persistevano nella popolazione Europea valori medi del CdC anche superiori al 40% e quindi non soddisfacenti. Il target imposto dalla Commissione di Finanziamento del Centro era ancora ampiamente disatteso (tale obiettivo prevedeva il raggiungimento di un valore medio di CdC<0,25 entro l’anno 2000).

Il dott. Smithson insieme alla sua equipe propose una ulteriore modifica della condizione dell’essere umano, agendo questa volta sulla componente sessuale. La sessualità degli esseri umani era infatti ancora quasi completamente non controllata e questo portava spesso a reazioni imprevedibili e quindi pericolose nei soggetti analizzati. Fu possibile dimostrare come, senza la regolazione di tali spinte, vi potessero essere casi di totale perdita del controllo sui campioni analizzati (*2).

Era necessaria una standardizzazione del desiderio sessuale all’interno di alcuni “modelli” ben definiti, facili da riprodurre e le cui caratteristiche potessero essere difficilmente raggiungibili dalla popolazione. Considerando le politiche di sovralimentazione e di cinestasi già messe in atto e l’aumento esponenziale dell’IMC (*3) si pensò che tale modello dovesse basarsi sulle caratteristiche sotto elencate. Per l’uomo fu pensato un modello legato alla prestanza muscolare e a tratti del volto marcati, mentre per la donna fu realizzato un modello di bellezza le cui caratteristiche principali erano la magrezza a fronte di seni importanti, i tratti del volto non marcati, capelli lunghi e occhi vacui.

La sperimentazione di tale progetto, denominato Barbie dal coautore della ricerca che costruì il modello femminile dott. Jhon Barbie, diede risultati sorprendenti. Tali modelli di bellezza furono introdotti nell’immaginario collettivo del campione: per i più piccoli vennero costruite bambole che riproducevano le caratteristiche dei modelli, mentre per gli adulti gli stessi modelli venivano proposti attraverso il Rettangolo di Philips, mode, manichini, nonché cartelloni. Furono presi in considerazione i più importanti canali di comunicazione visivo-emotiva.

In questo modo fu possibile ridurre fortemente l’interesse sessuale del campione in età post-puberale. Uomini e donne, abituati alla ricerca di un modello fittizio, non riconoscevano più nel sesso opposto la risposta alle proprie necessità sessuali e per questo motivo rimanevano indifferenti l’uno all’altro. Si notò inoltre che l’appetito sessuale della donna tendeva così a spegnersi, mentre nell’uomo veniva sfogato tramite puerili tecniche di masturbazione, appositamente costruite e fornite insieme ai modelli stessi. Per facilitare questo sfogo venne somministrata una dose sempre più massiccia di pornografia quotidiana (si passò dai 2 min/gg nel primo trimestre, fino a 15 min/gg dopo 10 mesi di sperimentazione).

Questa politica, una volta approvata dal primo reparto, fu implementata dal ’93 in poi su larga scala e quindi proposta attraverso tutti i canali che la Commissione aveva messo a disposizione del CEFALEO. In questo modo i valori di CdC si abbassarono ulteriormente nella fascia di persone di età compresa tra i 18 e i 35 anni, raggiungendo valori pari al 30% nell’anno 2000 e mancando quindi di soli 5 punti percentuali il risultato atteso. La Commissione rimase comunque soddisfatta anche se l’obbiettivo non fu completamente raggiunto, poiché il risultato riguardava proprio quella fascia di popolazione che maggiormente in passato aveva mostrato di poter mettere in crisi i Sistemi di Potere preesistenti.

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Note

(*1) Centro Esperimentale per la Frammentazione e l’Apatizzazione non Lesiva dell’Essere Ordinario. Il CEFALEO fu fondato nel 1984 a Milano, ma nei cinque anni successivi, grazie a importanti finanziamenti europei per la ricerca, aprì altre quattro sedi europee ed una negli Stati Uniti.

(*2) Smithson G., Barbie J. et al., Principi di sessualità ordinaria per giovani in età post-puberale, 1992).

(*3) l’IMC è l’indice di massa corporea. E’ un dato biometrico, espresso come rapporto tra il peso e l’altezza di un individuo ed è utilizzato come un indicatore dello stato di peso forma.

Giulio

Sogliole di sopportazione

L’esperienza del dolore è di difficile descrizione narrativa.
Diciamo che ho mal di schiena. Precisando, qualcosa che si avvicina allo slittamento o fuoriuscita della materia che separa gli elementi di una struttura portante.
Qualcosa su cui è troppo facile fare poesia.

* * *

Dov’ero finito? A Ferrara: un workshop di rigenerazione urbana attraverso installazioni nello spazio urbano. In mezzo agli architetti, c’ero io. La creatività è possibile. Si può fare.
Scopro anche che la creazione è un processo istantaneo supportato da un sottoprocesso costante. Qualunque cosa tutto questo significhi per voi.

* * *

Valorizzare l’esperienza del passaggio.

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“Sei innamorato?”
“Ogni giorno”.

Gianmarco

iBlog

Sul perché si fa quel che si fa

Alzi la mano chi, fra di voi, non ha mai pensato di scrivere un romanzo. Immagino poche mani all’aria. Io ci ho provato più volte, ogni volta che sentivo il bisogno di trovare un altro modo di dire le cose, vuoi perché i modi tradizionali erano stati già spremuti al midollo, vuoi perché pensavo che non ci fosse un modo efficace di esprimere le mie inquietudini, le mie riflessioni, le mie paranoie. Incominciavo, scrivevo una di queste cosiddette cartelle, poi salvavo il file e lo dimenticavo o lo cestinavo al momento: la pagina bianca e il ticchettio sulla tastiera avevano assolto il loro compito. Non c’era mai un grande progetto dietro a quello che scrivevo, e d’altra parte non mi piace pensare che la libera espressione abbia bisogno di un progetto, di una scaletta. Scrivere in maniera sistematica, creare una storia, una curva temporale coerente, come quella che un romanzo richiede, si è sempre scontrato con l’istantaneità della mia creatività. La mia creazione è puntuale, i vari pezzi possono essere inanellati in sequenza temporale, ma vivono ciascuno il loro spazio di vita: io sono l’unica cosa che li tiene insieme. Io sono il loro referente. Così, l’unico scopo del mio scrivere è sempre stato quello di tirare fuori, di oggettivare su una lastra bianca l’espressione di un istante; l’unico bisogno è sempre stato il bisogno di vedermi scritto, di leggermi, di archiviarmi. Credo che in fondo sia una cosa di carattere. Sono troppo riflessivo, cerco di risolvere i miei problemi da solo, li ingurgito, li voglio digerire io, metabolizzarli, ed espellerli come scorie, una volta che l’acido li abbia lavorati, e il corpo abbia assorbito tutto quello che possa essere utile per andare avanti. Quello che resta è quello che scrivo, spesso restano riflessioni non commestibili, gropponi non digeribili, il grasso sotto la griglia, che bisogna pulire. Più volte ho provato a scrivere un romanzo, ma soffro di una grave malformazione: la sintesi. La sintesi non si addice allo scrittore di romanzi, tantomeno al saggista o a chiunque abbia in mente il progetto di creare un mondo di più di poche pagine fronteretro. Per questo, mi pare di poter credere, mi sono spesso rivolto alla poesia. La poesia ti permette di mantenere uno sguardo libero sulle tue scorie e di trattarle nella maniera più istantanea e sintetica che possa desiderare: la poesia non richiede un grande progetto, è una espressione tanto immediata quanto densa di quello che vuoi comunicare. Nel romanzo il testo deve essere diluito, dipanato, deve essere pieno. Il che è diverso dall’essere denso. La poesia è come una goccia di pece che esce da un imbuto: la sua creazione è lenta, ma poi cade giù e si spalma sul foglio. Allora scrissi molte poesie, poi smisi di farlo. Non so perché le abbandonai, forse mi sembrò di aver raggiunto un livello troppo elevato di sintesi e densità. Allora mi dedicai al blogging, una forma di scrivere che ha a che fare con la vita, aggiornabile, che non ha bisogno di un grande progetto narrativo, e può librarsi in zone che la poesia non può raggiungere. Il post è qualcosa che si scrive nel linguaggio più personale che si possa concepire, anche quando lo si voglia rendere illeggibile, o pesante, mantiene la leggerezza che deriva da quella stupenda mancanza di filtri che c’è tra la mano e la tastiera. Forse un giorno lascerò anche il blogging, non lo so. Per ora soddisfa un mio bisogno, comune al romanziere che non sono stato e al poeta che non ho voluto continuare ad essere: scrivere per qualcuno, essere letto, anche solo potenzialmente leggibile. Il blog rimane lì dove lo hai creato ed è accessibile a tutti, ancora prima che il romanzo esca dal cassetto o che la poesia venga colata dall’imbuto.

Gianmarco