Spirito vivo che si rivela in una forma

Il compito dell’artista non è di scrutare in cerca di una lontana vita moribonda, il suo compito è la creazione vitale. Non fa per lui un lavoro con espressioni a malapena comprese, senza contenuto; deve piuttosto lavorare con sicurezza, esprimendo se stesso chiaramente ed in modo distinto all’interno del mondo delle forme della propria arte. A questo fine egli deve guardare nel cuore di questo mondo e possederlo interamente. […]

L’essenza caratteristica dell’arte sta precisamente nella rivelazione di un contenuto spirituale – l’Idea – attraverso un’incarnazione nella materia. […]

Senza la calda luce di un cuore infiammato d’amore non c’è arte. Ma ardore senza luce, passione senza avvedutezza, azione senza chiarezza – ciò può solo consumare e mai creare. L’arte vera non è mai il prodotto di una fredda officina, ma nemmeno il frutto di una incandescenza demoniaca. Arte è ragione in apparenze sensibili; la ragione è la sua premessa ed il suo contenuto.

Adolf Bernhard Marx

Adolf Bernhard Marx (1795 - 1866)

da “Die Lehre von der Musikalischen Komposition, Praktisch-Teoretisch”, Leipzig, 1868 (7a edizione)

P.S. Ringrazio il mio professore di armonia per averci proposto questa splendida lettura.

Giulia

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Sul perché si fa quel che si fa

Alzi la mano chi, fra di voi, non ha mai pensato di scrivere un romanzo. Immagino poche mani all’aria. Io ci ho provato più volte, ogni volta che sentivo il bisogno di trovare un altro modo di dire le cose, vuoi perché i modi tradizionali erano stati già spremuti al midollo, vuoi perché pensavo che non ci fosse un modo efficace di esprimere le mie inquietudini, le mie riflessioni, le mie paranoie. Incominciavo, scrivevo una di queste cosiddette cartelle, poi salvavo il file e lo dimenticavo o lo cestinavo al momento: la pagina bianca e il ticchettio sulla tastiera avevano assolto il loro compito. Non c’era mai un grande progetto dietro a quello che scrivevo, e d’altra parte non mi piace pensare che la libera espressione abbia bisogno di un progetto, di una scaletta. Scrivere in maniera sistematica, creare una storia, una curva temporale coerente, come quella che un romanzo richiede, si è sempre scontrato con l’istantaneità della mia creatività. La mia creazione è puntuale, i vari pezzi possono essere inanellati in sequenza temporale, ma vivono ciascuno il loro spazio di vita: io sono l’unica cosa che li tiene insieme. Io sono il loro referente. Così, l’unico scopo del mio scrivere è sempre stato quello di tirare fuori, di oggettivare su una lastra bianca l’espressione di un istante; l’unico bisogno è sempre stato il bisogno di vedermi scritto, di leggermi, di archiviarmi. Credo che in fondo sia una cosa di carattere. Sono troppo riflessivo, cerco di risolvere i miei problemi da solo, li ingurgito, li voglio digerire io, metabolizzarli, ed espellerli come scorie, una volta che l’acido li abbia lavorati, e il corpo abbia assorbito tutto quello che possa essere utile per andare avanti. Quello che resta è quello che scrivo, spesso restano riflessioni non commestibili, gropponi non digeribili, il grasso sotto la griglia, che bisogna pulire. Più volte ho provato a scrivere un romanzo, ma soffro di una grave malformazione: la sintesi. La sintesi non si addice allo scrittore di romanzi, tantomeno al saggista o a chiunque abbia in mente il progetto di creare un mondo di più di poche pagine fronteretro. Per questo, mi pare di poter credere, mi sono spesso rivolto alla poesia. La poesia ti permette di mantenere uno sguardo libero sulle tue scorie e di trattarle nella maniera più istantanea e sintetica che possa desiderare: la poesia non richiede un grande progetto, è una espressione tanto immediata quanto densa di quello che vuoi comunicare. Nel romanzo il testo deve essere diluito, dipanato, deve essere pieno. Il che è diverso dall’essere denso. La poesia è come una goccia di pece che esce da un imbuto: la sua creazione è lenta, ma poi cade giù e si spalma sul foglio. Allora scrissi molte poesie, poi smisi di farlo. Non so perché le abbandonai, forse mi sembrò di aver raggiunto un livello troppo elevato di sintesi e densità. Allora mi dedicai al blogging, una forma di scrivere che ha a che fare con la vita, aggiornabile, che non ha bisogno di un grande progetto narrativo, e può librarsi in zone che la poesia non può raggiungere. Il post è qualcosa che si scrive nel linguaggio più personale che si possa concepire, anche quando lo si voglia rendere illeggibile, o pesante, mantiene la leggerezza che deriva da quella stupenda mancanza di filtri che c’è tra la mano e la tastiera. Forse un giorno lascerò anche il blogging, non lo so. Per ora soddisfa un mio bisogno, comune al romanziere che non sono stato e al poeta che non ho voluto continuare ad essere: scrivere per qualcuno, essere letto, anche solo potenzialmente leggibile. Il blog rimane lì dove lo hai creato ed è accessibile a tutti, ancora prima che il romanzo esca dal cassetto o che la poesia venga colata dall’imbuto.

Gianmarco