Torino bucata

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A Torino ci sono i buchi nell’asfalto, anche in centro, anche in pieno centro. Proprio buchi-buchi, non buchetti. Buchi talmente buchi che è meglio evitarli, quando si passa. Mi fanno tristezza, quei buchi, come i buchi nei bilanci del Comune: hanno messo troppo asfalto dove non ci voleva e ora non ne mettono a sufficienza, dove ci vuole.

A Torino c’è anche un signore con le spalle curve, l’ho visto seduto in punta a una sedia, in punta a un tavolo, concentrato per occupare poco spazio, per stare scomodo anche così, seduto. Forse è piemontese, e ha paura di disturbare (hanno sempre paura di disturbare, i piemontesi).

A Torino c’è poi una donna con i capelli un po’ bianchi e un po’ grigi che aspetta il pullman, alla fermata. Tiene in braccio un bimbo con il viso da vecchio, la voce acuta, le mani in tasca, lo chiama “amore”. Né il bimbo né la donna sanno tra quanto passa. “Come facciamo a saperlo?”, chiede il bimbo; “Come faccio a saperlo?” chiede la donna. La donna ha un anello al dito che ogni tanto stringe e ogni tanto balla. Dipende dalle dita: a volte son gonfie, a volte no.

Arianna

Foto: Torino 2015

Il vizio della lamentela

“Con tutte ‘ste tasse, dovrebbero garantirci i servizi della Norvegia! E invece… lasciamo perdere, guarda, e ringraziamo di avere ancora un lavoro”
“La nostra cooperativa per ora regge, ma secondo me il colpo di grazia, che affosserà anche noi, deve ancora arrivare”
“Sai, avevo anche pensato a un figlio… ma poi mi son sentito in colpa. In che razza di società lo faccio vivere?”
“Dalla prima elementare in poi, è uno smantellamento continuo della voglia di fare, dell’entusiasmo di imparare. A mia figlia piaceva andare a scuola; adesso invece non vede l’ora che arrivino le vacanze”
“Guardo i miei ragazzi e penso… ‘aiuto!’. Loro sono tutti baldanzosi ‘mi iscrivo lì, così poi…’, ‘mi iscrivo là e ho la strada spianata’. Ma quale strada spianata! Se mi chiedessero un consiglio non saprei proprio cosa dire, tutte le porte mi sembrano chiuse. E la cosa più grave è che non abbiamo ancora toccato il fondo: le cose possono soltanto peggiorare”

La serata più allegra, finisce immancabilmente su discorsi tristi, scoraggiati, di chi sta peggio di prima, e teme che in futuro rimpiangerà il presente, che pur non sembra roseo. Il vizio della lamentela è contagioso, basta che una persona cominci, e subito un’altra le fa eco, poi un’altra, e un’altra ancora. Certo: le ragioni non mancano. Che fare, dunque? Siamo destinati a lamentare le nostre disgrazie, arrabbiati e impotenti?

Arianna

messaggi promozionali preterintenzionali

Cos’è questo esaurimento della scrittura? Come se la stessi abbandonando, come se non sapessi più come si fa a volerlo fare. E se mi stesse abbandonando lei, se le parole non volessero più farsi scrivere dalle mie mani (o le dita, fate voi)? Tutto quello che digito è per me solo un esercizio di stile. È disponibile un mio nuovo libro di poesie, il secondo e credo l’ultimo: raccoglie le righe che non erano state incluse nel primo, righe scritte e finite, niente di nuovo. Non ho creato niente, ho solo vomitato quello che avevo digerito, come un pasto mai veramente goduto. Così esaurisco il mio archivio creativo? Cos’altro ho da dire? La notte serve a scrivere romanzi, cantavano i Bluvertigo stamattina nelle mie orecchie, ma ho perso il dominio sulle ore piccole, c’è solo il riposo e la pace del letto. È questo il sacrificio della vita adulta? Travolti dalla necessità filosofica di darci un impegno quotidiano remunerativo, siamo costretti a tralasciare (tradire?) la nostra parte creativa per godere dei benefici di una vita salutare? Allora è vero che l’artista è quello con le occhiaie e che l’arte applicata al tempo è tormento fisico e mentale. Forse non ci sono istruzioni per l’uso (Perturbazione) e nessuno si ricorderà di me, se non per quello che scrivo, come il cronista dei Mambassa. Forse fare non è tempo, è solo azione senza durata, ha bisogno di fermare. Guardo quell’altro mio blog e vedo sempre più musica e meno parole.
Forse ho solo bisogno di ascoltare, ancora per un po’.

Gianmarco

Per il resto, tutto bene

Come va, eh, certo, cosa vuoi, la crisi, sì, beh, la crisi, disoccupato, sì, ma l’affitto per ora, ti dico, per fortuna i miei, non posso lamentarmi, in effetti, progetti, ma sai, in fondo, certo, sarebbe meglio, è andata così, poi, certo, la crisi, chi più, chi meno, bisogna essere ottimisti, c’è sempre chi sta peggio, forse è anche colpa mia, in fondo, avrei dovuto studiare ingegneria, mio padre già me lo diceva, ti scegli il futuro, domani, domani che poi adesso, comunque, dai, per il resto, tutto bene, il weekend esco, sì, certo, con gli amici, anche in settimana, per distrarmi, è importante, altrimenti, ma no, comunque, guarda, davvero, in fondo, per il resto, tutto bene.

Arianna

La Grecia e altre storie

Un amico greco mi racconta che dalla pensione dei suoi genitori (non altissima già di partenza) sono stati detratti 200 euro. 200 euro in meno ogni mese, mentre i prezzi (dal cibo alle medicine) continuano ad aumentare.
“E’ così… ma non si lamentano, perché sanno che in futuro la situazione sarà ancora peggiore”.
“Ma dovete protestare!”
“Beh, sai, i miei genitori hanno più di 60 anni ormai, non scendono certo in piazza”.

***

Mi rattrista notare che, nei momenti di crisi, prevale sempre l’egoismo, e la semplificazione. Abbiamo davvero poca fantasia.
Quante volte ho sentito dire: “I greci, gli italiani… fatti loro! Hanno speso troppo! I tedeschi lavorano di più, per questo se la passano meglio”.
Come se le responsabilità (e i guadagni) fossero davvero condivisi. Neppure le perdite lo sono, del resto: le paga solo chi non ha conti in Svizzera.
D’altra parte, il ben-avere europeo non poteva durare a lungo, fondato com’è sulla miseria delle persone tenute fuori dalla fortezza. Tuttavia: perché sempre i (relativamente) ultimi devono rimetterci?

***

Documentario Debtocracy caldamente consigliato: se un debito è immorale (contratto all’insaputa della popolazione, non nel suo interesse ecc.), non bisogna pagarlo. Ecuador docet.

Arianna

Default, capitalismo, povertà,

Dal feudalesimo al colonialismo.
Dall’imperialismo al capitalismo.

Oggi direi che viviamo nell’economismo.
L’economia comanda e le sue leggi governano tutto. Le scelte politiche sono estremamente influenzate dai loro risvolti economici, tant’è che i politici sono uomini d’affari, gestori di appalti, imprenditori, e scambiano favori con altri imprenditori, fanno leggi ad hoc, e si favoreggiano l’uno con l’altro. E così dal grande al piccolo nella vita di ogni persona le scelte vengono fatte in misura del rendiconto economico e sempre più la morale e l’etica vengono calpestate dalle leggi dell’economia. L’economia permette sovrabbondanza e sprechi in certe nazioni e povertà fame malnutrizione in altre. Le guerre nascondono tutte macchiavellici scopi economici e non è raro scoprire la multinazionale che fa i soldi da uno scontro piuttosto che da uno sterminio. L’inquinamento ambientale è una voce di spesa valutata e predetta  sui conti economici delle più grandi aziende. Ci siamo talmente abituati a questo sistema che ci sembra normale che in inverno un manichino vestito di tutto punto stia al caldo dietro una vetrina e un barbone malconcio muoia di freddo sul marciapiede davanti.  Esiste persino un libro che conta le morti causate dal nostro sistema economico.

A me sembra che i segnali d’allarme che il sistema non funzioni più sono tanti, troppi.

Gli stati ricchi fanno default.
E’ partita l’Islanda, poi la Grecia è stata salvata da un miracolo e continua a chiedere maxiprestiti per sopravvivere. L’Irlanda è messa malissimo, l’Ucraina molto male, Portogallo e Spagna pure, Slovenia e Slovacchia a seguire. E solo per citare alcuni tra gli esempi più gravi.
L’Italia ha appena avuto una crisi recentissima durante la settimana scorsa e ci siamo salvati dal default per un soffio, gli USA hanno un conto alla rovescia con scadenza il 2 di agosto per risolvere la questione e mettersi d’accordo sul tetto del debito se no faranno default pure loro.

Cosa sta accadendo?
Siamo giunti al termine?
Il sistema non funziona più?

Sto aspettando un cambiamento radicale, su vasta scala, che sconvolgerà le vite di tutti. E’ finita l’era del capitalismo. Oggi occorre rimboccarsi le maniche e studiare un nuovo modo di vita, sostenibile, equo, giusto, da capo, dal principio.

Non è possibile che accada questo:

Mentre noi pensiamo a questo:

Giacomo

La Crisi in Casa

Ieri dopo cena avevo voglia di completare il pasto con qualcosa di dolce. Avete presente no? Quando alla fine del pasto siete soddisfatti, ma.. manca ancora qualcosa…Allora scendo in cucina e tosto due fette di pane, pronto a riempirle di marmellata agli agrumi… quando il padre della famiglia che mi ospita qua in Irlanda (pagati, s’intende) mi riprende dicendomi “guarda che siamo tenuti a darti solo colazione, pranzo e cena, niente extra”. Ammutolisco, non so se ridere o arrabbiarmi, rimango in una situazione di limbo: non è la prima volta che succede… qualche settimana fa avevo tostato 4 fette di pane per colazione invece delle solite 2 ed ero stato ripreso dalla madre “Ti spettano 2 fette, non di più, sennò non ce n’è per tutti”.  Perplesso, arrabbiato e confesso anche un po’ divertito, torno nella mia camera bunker e mi metto a ricostruire i pezzi del puzzle… L’Irlanda era fino a poco tempo fa uno dei paesi più ricchi d’Europa, nel periodo 1995-2007, veniva orgogliosamente chiamata “The Celtic Tiger” e con una popolazione di poco inferiore ai 5 milioni (escludendo l’Irlanda del Nord) il paese aveva saputo crescere rapidamente nel mercato europeo grazie ad una politica di libero mercato a 360°: privatizzazioni, prestiti facili, fiducia nella crescita, edilizia rampante, stipendi altissimi, tasse insignificanti per le imprese ed investimenti nel settore delle nuove tecnologie. Tutto ciò ha portato ad un’espansione del credito e ad una bolla immobiliare, insomma niente di nuovo rispetto a quello che si è già visto in USA o in Spagna…
Camminando per le periferie della città e anche nel mio quartiere si possono notare decide di scavi abbandonati, edifici incompiuti e attività commerciali mai aperte. Non c’è più fiducia, ora i soldi mancano, nessuno li presta più e fallimenti e licenziamenti si moltiplicano. Si sapeva? Si poteva evitare? Forse…dicono molti irlandesi… Durante la manifestazione per le strade di Dublino contro il governo a cui ho partecipato, un anziano signore mi dice che già nel Settembre 2008 il governo irlandese aveva annunciato un periodo di recessione (per la prima volta dopo gli anni 80)…”Si sapeva” mi ripete, “tutti lo sapevano!” Infatti in quel periodo, controllando le statistiche il tasso di disoccupazione iniziò a crescere e le richieste di assistenza sociale a salire. La cosa curiosa, per molti irlandesi intervistati nelle strade è che la crisi sia andata di pari passo con una serie di scandali bancari che hanno visto coinvolti i membri del partito Fianna Fail, attualmente al governo. Tutti oggi puntano il dito verso il Taoiseach (primo ministro) Brian Cowen, prima ministro delle finanze e poi premier… insomma il personaggio chiave della crisi irlandese e il maggior indiziato. Il 21 Novembre 2010 Brian Cowen ha chiesto un prestito di circa 100 miliardi all’Unione Europea, ottenendone (se non erro) circa 85… La gente è indignata e prevede che gli interessi su un debito così grande saranno destinati a sopprimere qualsiasi possibilità di crescita e annienteranno le possibilità di risparmio ed investimento, provocando una riduzione dei posti di lavoro, un aumento esponenziale delle tasse e una crescente disoccupazione giovanile.
Ma quali saranno i maggiori problemi della popolazione irlandese? Anche se il lavoro è diminuito drasticamente e il salario minimo è sceso a circa 8 euro l’ora, avere un lavoro in Irlanda è ancora più remunerativo rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Europa continentale. L’umiliazione che i cittadini non riescono ad accettare è il rinuncio allo spreco al quale erano orgogliosamente abituati. Dieci anni di crescita smisurata e di stipendi alle stelle hanno “americanizzato” anche gli abitanti della verde isola, che viaggiano su comodi/dispendiosi/inutili SUV e cambiano casa e macchina ogni 5 anni, acquistano cibi surgelati che costano 5 euro a porzione e si ubriacano nei pub a suon di 5 euro per ogni pinta di birra. Pensate, in questi giorni la temperatura non è salita sopra lo 0, un freddo inaspettato e oggi il governo ha razionato l’acqua: acqua a largo consumo solo dalle 6 del mattino alle 6 di sera. A questo punto vi starete chiedendo qual è la relazione tra gli ultimi due fatti… Beh, per evitare che si gelassero le tubature, a titolo precauzionale, molte famiglie hanno lasciato i rubinetti aperti per quasi una settimana (giorno e notte)…anche in tempi di crisi è difficile rinunciare alle piccole comodità. Credo che sarà questo il vero problema per la società irlandese: la rinuncia al lusso, all’innecessario.
Torno così, in chiusura dell’articolo, alla famiglia che mi ospita. Ieri il televisore della cucina si è rotto (preciso quello della cucina perché in media ci sono 4-5 tv in una casa irlandese) … ed oggi è entrato un gigantesco schermo al plasma nuovo di zecca. Pare che il vizio di “investire” nelle nuove tecnologie non sia ancora sparito… si va cauti sul pane, ma si crede ancora nella tecnologia? Sarà un segno di ripresa?

Roberto

Un’altra lettura per la crisi

La mentalità antica si è formata da una grande superficie chiamata cattedrale: ora si forma su un’altra grande superficie che si chiama centro commerciale. Il centro commerciale non è soltanto la nuova chiesa, la nuova cattedrale, è anche la nuova università. Il centro commerciale occupa uno spazio importante nella formazione della mentalità umana. E’ finita con la piazza, il giardino o la strada come spazio pubblico di interscambio. Il centro commerciale p l’unico spazio sicuro e quello che crea la nuova mentalità. Una nuova mentalità timorosa di essere esclusa, timorosa della cacciata dal paradiso del consumo e, per estensione, dalla cattedrale degli acquisti. E ora, che abbiamo? La crisi. Non sarà che torneremo alla piazza o all’università? Alla filosofia?

José Saramago – aprile 2009

Me lo auguro, aggiungo io. Me lo auguro.

Giulio

Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna