Per difetto

Un altro (o il primo?) capitolo della Grammatica del quotidiano, edizione AdC 2010.

I verbi difettivi sono quei verbi che non hanno alcune o tutte le voci di una coniugazione. In italiano sono un po’ e di solito sono quelli che mancano del participio passato e quindi di tutti i tempi composti, poi ci sono quelli che mancano (anche) del passato remoto. Alcuni esempi? Delinquere e competere non hanno il participio passato, sono azioni che si possono attuare solo nel presente (istantaneità), di cui si può raccontare con l’imperfetto (scenario di un passato o possibilità), o che si possono progettare o prevedere nel futuro. Anche discernere il bene dal male ha le stesse caratteristiche, anche se la forma futura non è molto utilizzata: la scelta etica è qualcosa di istantaneo, che si fa o si fece in un momento preciso della vita. Concernere manca anche del passato remoto: qualcosa concerne/concerneva qualcos’altro e basta, in questo/quel momento. La coerenza è una qualità puntuale, un punto su una curva.

Questo succede grammaticalmente parlando. E nella vita quotidiana? Proviamo a pensare a verbi (azioni o stati) che, pur non essendo difettivi dal punto di vista puramente grammaticale, in alcune voci della loro coniugazione perdono di significato. Tutto ciò ha a che fare con la critica sociale, forse, con la lotta e con la rivoluzione. Il verbo lavorare, per esempio, ha un che di fantasmagorico coniugato al presente. Molti di noi lo usano al passato (ho lavorato, lavoravo, lavorai, avevo lavorato o lavorassi o avessi lavorato…), perché manca la possibilità di parlarne al presente. Il futuro è poi una scommessa, un azzardo preceduto sempre da un se. La politica ci toglie la libertà di pensare modi e tempi delle nostre azioni, svuota di significato i progetti, e ci fa pensare al glorioso passato del si stava meglio quando si stava… meglio.

Compiti per tutti: giocare a trovare verbi difettati.

Buona critica a tutti.

Gianmarco

Annunci