Straniera tu, straniera io

Milano, San Cristoforo, stazione del treno.

Una giovane donna in chador nero solleva un passeggino con bimbo annesso, e scende di corsa le scale del sottopassaggio. Alla rampa successiva, da percorrere in salita, riesco ad offrirle il mio aiuto.
Il passeggino è pesante, mi chiedo come abbia fatto a trasportarlo da sola. Arrivate in cima le sorrido, cercando di mettere nel sorriso tante cose: come il fatto che, se vuole, possiamo parlare, abitiamo nello stesso quartiere, mi piacerebbe conoscerla.
Lei però fissa dritto davanti a sé, non incrocio il suo sguardo. Bisbiglia un “grazie” in tutta fretta e si mette a camminare spingendo il passeggino.
La osservo mentre si sposta di qualche metro sulla banchina, parlando al cellulare. Poco dopo la raggiunge un uomo, più vecchio di lei, che si mette al suo fianco e prende in braccio il bambino.

Sento un dispiacere spigoloso crescermi dentro, che si mescola a rabbia, e inizio a vedere cose che, in quella scena, non ci sono: vedo una donna di vent’anni venuta dall’Egitto dopo aver sposato un uomo che non conosce, originario del suo stesso villaggio. Vedo una donna a cui è stato detto di non dare confidenza alle italiane, perché sono senza religione, senza morale: escono da sole come prostitute, scoprono il corpo, si truccano. Vedo una donna venuta a Milano per fare figli e stare chiusa dentro al piccolo mondo degli egiziani immigrati qui.

Di colpo mi trovo a pensare che si parla tanto della paura degli stranieri, ma “straniero” è una categoria relazionale: se tu sei straniera per me, anch’io lo sono per te.
La paura è probabilmente reciproca.
Penso a come sia facile piantare un seme di guerra in una mente, un cuore umano. Basta dirsi: “Noi contro tutti”, e permettere che il noi diventi sempre più piccolo, sempre più stretto… fino a stare dentro ai confini dell’io.

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Foto: Lisbona 2017

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Dopo

Dopo
stare a spiarsi
attorcigliare consigli
che adesso
ma prima – dico –
prima: si capiva?

Dopo
stare a spiegarsi
cercare cosa
cose che
se pure – dico –
se anche: fa differenza?

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi

In fondo

Non fa una grande differenza. I palazzi stanno al solito posto, dritti come di consueto, e pure gli alberi (quei pochi) son gli stessi di sempre. Fiori non se ne vedono – è vero – ma neanche prima, in fondo.
Il traffico del centro sembra, in fondo, lo stesso, e ai lampioni identica pesa la fatica dei giorni, da sudare fino a sera. L’asfalto non piange quei piedi che han smesso di corrergli dietro, né i semafori conoscono la nostalgia dei passaggi andati.
Le maniglie non lamentano la perdita delle dita, che le stringevano con dolcezza, o rabbia. Cosucce – queste ultime – di cui, in fondo, nemmeno s’accorgevano. Alle sedie non manca il calore d’un tempo, né i letti si disperano per il vuoto troppo leggero, d’un corpo che non torna.
Soltanto una minoranza tra gli esistenti si affligge per le cose passate ad altro stato (se migliore o peggiore, in fondo, non fa differenza). Ma quei pochi farebbero bene a imitare i molti: la maggioranza vince e, in fondo, con ragione.

Arianna

Contro il metodo (comparativo)

差密

La differenza è nelle cose, la loro essenza è nella differenza fra esse. Le loro diversità le definiscono, le connotano e le denotano. Le raccontano. La ricchezza delle dissomiglianze: dalle somiglianze si impara poco. La matematica della verità impone che per conoscere il valore delle cose si debba trovare la soluzione alla loro equazione differenziale, che esprime la relazione fra una cosa e tutto ciò che ne deriva.

(da Ego Medesimo, Mie vecchie riflessioni, 2009)

Gianmarco