La montagna

Quassù: un altro mondo – libertà.
Abbracciami Natura,
busso alla porta del tuo giardino,
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre,
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

Giacomo

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Il cantico dei drogati

Perché non hanno fatto 
delle grandi pattumiere 
per i giorni già usati 
per queste ed altre sere.

Cade lieve la neve, sui nostri cuori. La neve che cade, nel suo candore, affranca gli esseri dalla pesantezza del giorno. Così la sera si mostra in una luce diversa, immacolata e per tutti leggera. Alla panchina c’è calma e dio scende dal cielo. Tocca terra e si scioglie nell’anima degli ultimi, prima del rientro nei dormitori.

Le parole che dico 
non han più forma né accento 
si trasformano i suoni 
in un sordo lamento. 


Arrivi, ti riconosco dal passo e da come ti richiudi nelle spalle, da come ti rintani dentro al piumino smanicato. Alla luce del lampione i tuoi occhi castani brillano di vacuo, di sostanza mancata, eppure mi affascinano. Parli di te, della tua pazzia, delle tue droghe, del carcere. Parli anche di Dio. Mi chiedi: credi in Dio?

Quando scadrà l’affitto 
di questo corpo idiota 
allora avrò il mio premio 
come una buona nota. 

Pensi al suicidio. Vuoi morire. Non riuscendo a cambiare, è comprensibile che tu voglia morire. Quando il futuro è divorato alla radice, nella mente, dal tarlo ossessivo dell’assenza di prospettiva, della stasi, la morte è una soluzione plausibile. Ci hai già provato, in carcere, ma ti hanno sollevato quando la corda già stringeva. Infatti, sei qui che me ne parli.

Chi mi riparlerà 
di domani luminosi 
dove i muti canteranno 
e taceranno i noiosi.

Prima di andartene mi fai ascoltare una canzonetta. Mi passi l’auricolare e mi dici “l’ascolto anche dieci volte al giorno, mi mette allegria”. Ascolto quelle note elettroniche, quelle note dance semplici, eppure allegre e per un istante mi immergo, sprofondo dentro di te, nelle tue carni, nella tua mente rovinata dalle dipendenze. Io sono te e ascolto quella musichetta dieci volte al giorno, quando sono malinconico e senza speranza, quando i problemi mi schiacciano. Mi torna un po’ di buon umore.

Tu che m’ascolti insegnami 
un alfabeto che sia 
differente da quello 
della mia vigliaccheria. 

Vorrei dirti: provaci. Prova a fare un solo passo, prova solamente a muoverti. Vorrei giurarti che basterebbe quel passo per redimere ogni tuo peccato, che Dio sentendo la tua suola muovere da terra si volterà verso di te e ti eleverà al di sopra dei giusti. Vorrei dirti che non hai peccato, che è solo accaduto. Che non hai colpa. Pacatamente, te lo dico.

Hai davvero un sorriso ampio, oltrepassa il confine della tua sofferenza.

Giulio

Parole da “Il cantico dei drogati” di De Andrè, che ho cantato rincasando.

Immagini dal sito http://www.nasa.gov

 

Babylon

Legge che governa,
ora il vassallo
si atteggia da Re:
l’economia impera.

Il Re attonito
lascia che accada
è sceso dal trono
non se n’è accorto.

Come può l’uomo
governare Dio?
Come può l’economia
regnare sull’uomo?

La natura
sbalordita
osserva
questo
assurdo,
il denaro
ne si atteggia
a padrone.

Giacomo

Affezionati e bastardi…

Una coppia di miei cari amici si sono sposati. Hanno fatto il salto, poche settimane or sono. Li ho visti in chiesa, vestiti di bianco, con il viso raggiante.

Mi sentivo, lo ammetto, un po’ in colpa quel giorno, per via degli scherzi che avevo combinato la sera prima, a loro insaputa, in casa loro, con l’aiuto di alcuni amici affezionati e bastardi (bonariamente bastardi, come me).

Mi ha colpito parecchio questo matrimonio, devo dire. Diverso da tutti gli altri a cui ho partecipato. Sono i miei primi amici che vedo sposarsi e la cosa mi ha fatto riflettere.

Lui, lo sposo, ha la mia età, siamo cresciuti assieme, con le pistole ad acqua, i dadi e i giochi di ruolo e ora eccolo, un uomo con l’anello al dito, sereno, contento. Hanno trovato casa e stanno cominciando a fare dei progetti.

E’ accaduto così in fretta che non me l’aspettavo, mi ha còlto impreparato. E mi son sentito di riflesso un bambino, che pensa ancora a giocare con il duplo (vi ricordate vero cos’è il duplo? per chi ci ha giocato da poppante è indimenticabile!). Mi viene così da pormi un po’ di domande su me stesso, sulla mia vita, sui miei progetti.

A che punto sono io?

La cosa che più mi ha toccato è la riposta che mi hanno dato quando gli ho chiesto come hanno fatto a farsi una promessa così importante, così a lungo termine. Com’era possibile, mi domandavo, essere così certi del proprio amore da giurarselo per sempre? Così sicuri di quello che il loro cuore proverà tra 30 anni? Mi sembrava tanto meravigliosa quanto assurda, la naturalezza e semplicità con cui si sono uniti all’altare, che ci sono rimasto di sasso. Davvero.

La risposta che mi hanno dato mi ha lasciato a bocca aperta. E’ bellissima, e ve la voglio riportare.

Mi hanno detto che è probabile che non si capisca il matrimonio se non si sente la vicinanza con Dio. In tal caso è facile che esso (il matrimonio) appaia tanto sconsiderato quanto azzardato. E’ chiaro, mi dicevano, che da soli non si va da nessuna parte, e proprio per questo occorre credere in Dio, affidarsi a Lui. Come un fiore che per non seccare deve essere messo in un vaso pieno d’acqua così il matrimonio deve essere rimesso a Dio, che lo contenga e lo alimenti. Solo così è possibile fare la promessa, perchè forgiata “da” e “in” Dio, e per questo diventa  un legame che esula e trascende la debolezza e la pochezza umana spesso causa di odio e divisione. Con la fede si conferisce così all’amore il potere di vincere su tutto e di durare per sempre.

Fede come sentire, come gesto, come afflato interiore. Oltre lo schema di un dogma religioso, oltre le barriere dei nostri diversi credo. Sentire Dio che esiste come entità, oltre cristianesimo o buddismo aggiungerei io…, sentire veramente la sua presenza viva nel cuore e a lui affidare la nostra forza, le nostre scelte, il nostro futuro.

Ringrazio allora qui pubblicamente questi due sposi, perchè hanno saputo commuovermi, e perchè gli voglio proprio un gran bene e non so se gliel’ho detto come meritano. Ecco.

Giacomo

Fottuto Natale

Tutto va di qua e di là al contempo, a Natale. Fottuto Natale. Le persone vanno di qua, le emozioni di là, i giovani a bere, i vecchi a sperperare il denaro, i bimbi a scrivere lettere, le zie a procurarsi i regali. Tutti comperano tutto, fottuto Natale. C’è il Presepe, sai, con le figurine dei tempi di Gesù. C’è il Figlio di Dio che nasce nell’odore di merda di bue e c’è quel ciccione sorridente baloccoso: il Babbo Coca Cola Company. C’è il Trenino per i turisti e le zingare che si bruciano le mani nel freddo. C’è la stalla, l’amore, la famiglia, il calore del fuoco e c’è anche la solitudine, il freddo gelido che ti trapassa le emozioni, inorganiche, come non nostre. C’è la gioia mescolata con l’indifferenza, nel caffè al mattino. C’è il sorriso vero e subito dopo quello falso, apparecchiato per pranzo.

C’è tutto, in questo stramaledetto Natale. C’è così tanto che nessuno capisce più un cazzo di niente, se vuole amare, odiare o scopare, se vuole regalare o ricevere, se vuole vicinanza o lontananza dal mondo e dalle persone. C’è un orgia smodata di roba, appiccicosa come la maglietta quando corri con venti strati addosso e poi ti fermi e ti sale un brivido per la schiena.

Possibile che abbiamo mischiato con tale incoerenza ogni sfaccettatura dell’uomo? Dalla più elevata spiritualità alla più bassa mercificazione della materia. Il sacro e il profano, Dio con le Troie. Per questo impazziamo, a Natale.

Giulio

Genuflessioni

Dov’è il dio?
Nelle solerti mani di chi sigilla la cassa?
Nei vigili che vietano la sosta vicino alla camera?
Dov’è il dio?
Nell’incenso speso sotto le navate?
Nelle mani strette in formule predisposte?
Dov’è?
Nella liturgia che ci vuole convincere della negazione delle cose?
Nel chiedere perdono per peccati mai commessi?
Nell’invocazione dell’elenco di santi mai sentiti?
Dov’è il dio?
Nella chiamata a sé?
Nel consolarsi dall’ignoto?

Io, non ci credo.

Gianmarco

Il viaggio come pratica estetica

(…) Appena entrato, capì che era ormai da tempo finita, per lui, l’epoca delle camerate. Chiuse la porta, percorse la lunghezza del rifugio e si trovò ad un’alta finestra. La città si offriva ai suoi piedi per la seconda volta, ma la lasciò giacere lì, come sempre era rimasta, pronta ad accogliere le grida entusiaste di qualche fotografo d’occasione. Già una volta, la volta prima, l’aveva camminata nella sera di una domenica, alla ricerca di un’ispirazione qualunque, e l’aveva trovata ostile, nemica, pronta solo a lasciargli esplorare la propria solitudine da viaggiatore improvvisato.
Come da abitudine, usò il bagno. Era un modo per fare casa in ogni luogo, appropriarsi di quel servizio nei primi minuti del soggiorno. Delimitare il territorio, gridare dagli orifizi la proprietà fisica dello strumento. La seduta, pensò, è sempre un ottimo modo per approcciare gli spazi, per approssimarne l’esperienza futura: gradì l’enorme specchio, le ceramiche, la doccia, le saponette. Tutto lì sarebbe stato suo per qualche notte.
A differenza dell’ultima volta, scelse di cenare nello spazio che si diceva ristorante, anche se non aveva fame. Non ambiva a farsi vedere, ma a far vedere la sua presenza, si sedette in mezzo a due tavoli affollati sfidando la socialità del tutto, e vinse la solitudine di una pizza al salamino. Intorno era Babele, e lui era il dio di quella vendetta. Tornò al suo spazio e si mise a scrivere le sue memorie: l’unico vero modo per dimensionare il dolore, scriverne. (…)

Gianmarco