Cominciamo ad essere coerenti?

I tempi sono cambiati in modo repentino.
Vent’anni fa la gente si sposava finite le superiori, a ventiquattro anni avevano già un figlio, qualcuno due o tre. Il lavoro era solitamente a contratto indeterminato, si potevano fare mutui e comprare casa, fare progetti a lungo termine, fondi pensione, assicurazioni. Era difficile rimanere senza lavoro, l’economia era in espansione, e c’era fiducia nei mercati. Così si investiva, e l’economia girava.
Per contro i ragazzi studiavano poco e viaggiavano ancora meno, poche erano le strade che ognuno poteva scegliere per la propria vita, e nessuno, o quasi, si sognava di andare all’estero, casomai si programmava di spostarsi dalle valli alla città, o al massimo da una città ad un’altra.
Vent’anni appena sono passati e già tutto è cambiato.
L’economia è in contrazione, in pochi investono, nessuno più pensa a progetti a lungo termine, pochissimi fanno dei mutui e chi ne ha uno spesso non riesce a pagarlo, le banche pignorano beni, i contratti di lavoro sono tutti a tempo determinato, o Co.Co.Pro.
Succede però che i giovani negli ultimi anni hanno aperto la testa, hanno studiato e hanno visto una fetta di mondo, al giorno d’oggi sono tanti quelli che contano esperienze lavorative all’estero o che sanno due lingue. Eppure sono tutti senza lavoro, o con contratti da fame. Siamo al tracollo.
Fare una famiglia diventa difficile, perché spesso prima di avventurarsi in progetti così grandi si cercano qualche certezza in più, una casa, un lavoro, cose così, ma questo periodo storico non è un periodo di certezze, quelle non te le lascia avere.
Questa è l’era dell’incertezza.
Fare progetti a lungo termine?
E per quale motivo?
Domani è domani, e in questa economia il domani forse non sarà come ce lo si aspetta! Probabilmente non ci sarà neppure l’euro, o l’Italia come la conosciamo oggi. Figurarsi quale sicurezza posso avere nel mio lavoro se il mio stato in primis rischia il tracollo assieme a tutta l’europa.
Il lavoro?
Oggi ce l’ho, domani chissà.
Per quanto ne so potrei trovarmi da qui a un anno a lavorare in Tasmania.
Aprire un mutuo?
Non ci penso nemmeno.
Pensare alla pensione?
Ma ci credete ancora a queste favole?
Noi abbiamo smesso da un pezzo.
E sapete qual è la cosa più incredibile?
E’ l’incongruenza di questa situazione che diventa quasi paradossale.
Quest’estate sarò un mese disoccupato perché mi scade il contratto (sempre se poi a settembre vengo rinnovato.) Mi hanno detto di chiedere la disoccupazione.
Io però potrei anche sbrigarmi e trovare lavoro per quel mese.
Spiegatemi perché lo stato rende più conveniente stare a casa a poltrire invece che darsi una mossa e trovare un lavoro. Spiegatemi perché. Mi hanno detto: ma è importante per avere la continuità dei contributi inps!
Avevo già le carte in mano, e mi son sentito una contrazione allo stomaco strana.

Che cavolo sto facendo, mi son chiesto? Io non ho bisogno di questi soldi, io non chiederò la disoccupazione, chi se ne frega della continuità inps! lavorerò un mese in più quando sarà l’ora se dovrò! Se accettassi questi soldi mi sentirei un perdente meschino, corrotto e corruttibile, come tutti quelli che tanto disprezzo e critico.
Che vadano questi soldi a chi ne ha bisogno, ai terremotati, alle piccole imprese.
Qualcuno potrebbe dire che sarà qualcun altro ad intascarseli, a rubarli questi soldi, qualcun altro mi dirà che il mio gesto non gioverà a nessuno, perché è tanto piccolo che non cambierà la vita e non verrà notato.
Eppure ancora io non posso.
Ho degli ideali a cui non riesco a rinunciare.
Se vogliamo e crediamo in una rivoluzione dobbiamo cominciare da noi stessi, piccoli gesti.
Cominciare ad essere coerenti.
Io comincio da qui.
E voi?

Giacomo

Le parole, vi prego, le parole

Sul fenomeno free press.

Fannulloni per forza (Leggo) – Giovani italiani ignoranti e pigri (Metro) – Istat: un giovane su 5 non lavora né studia (City)

Sono tre modi diversi di presentare dei dati statistici. La statistica è utilizzata sempre con finalità accusatorie, evidenziando il dato più negativo, indipendentemente dalla percentuale. Quando si dice che il 46% dei cittadini tra i 25 e i 64 anni ha al massimo la licenza media, ricordiamoci che il 54% (più della metà) ha un titolo di studio superiore alla licenza media. E quando si dice che il 21% dei giovani fra 15 e 29 anni non studia né lavora, beh, innanzitutto c’è un 79% che fa il contrario, e poi soprattutto che una persona non lavori (ancora) a 15 anni è un dato abbastanza rassicurante, e che non studi (più) a 29 anni, altrettanto, almeno un po’, per chi lo capisce. Che poi siano risultati poco soddisfacenti rispetto alle medie europee, è un altro discorso (di statistica descrittiva). Il dato più preoccupante riguarda la retrocessione della situazione femminile nel mercato del lavoro, quello sì che deve far pensare, in primis a una regressione del modello di relazione fra i sessi, che poi ha eco nella vasta gamma di immagini di attualità.
Ma per tutti è più importante, sempre, cavalcare l’onda del malcontento, come se fosse utile alla giovane generazione che siamo sentirci dire, dalle prime o terze pagine dei giornali, che siamo fannulloni invece che senza opportunità, che siamo pigri e ignoranti e via dicendo. Grazie per l’aiuto, continuate a sparare sulla Croce Rossa.
Il Paese affonda e lo fa non perché Quello va con Quelle, ma perché parliamo solo o quasi di questo, mentre affondiamo.

Gianmarco.

 

La monnezza del pensiero che genera poesia

I rifiuti sono negazioni che rimuoviamo volontariamente dalla nostra vita; o anche involontariamente, per superficialità, inerzia, dimenticanza, paura. Oggetti che riteniamo di non poter più utilizzare, scarti della vita, marcescenze che ci infastidiscono, scomodo surplus che ingombra il cammino e sporca la vita.

Questo avviene anche con il pensiero: ci insegnano oggi che per vivere bene occorre sbarazzarsi delle riflessioni scomode e compromettenti, responsabilizzanti, scandalose, vergognose, depressive. E’ fastidioso guardare in faccia le parti più brutte nostre e del nostro mondo, ci vuole un gran coraggio, ed è più comodo evitarle facendo una strategica pulizia o lasciare che siano gli altri a smaltirle.

Eppure la poesia e la speranza per me nascono soprattutto da qui, dal rifiuto, dallo scarto, dal rigurgito, dalla smorfia di disgusto di dolore di rabbia nei confronti del presente:

1967 – Dino Buzzati, Urlo

Grazie allora a chi parla di mafia e narcotraffico,  dell’isolamento dei portatori di handicap, di immigrazione e razzismo, di tossicodipendenza, di eutanasia, aborto, omosessualità, di un’Italia indebolita da un cattolicesimo inutile; grazie a chi denuncia la propria condizione di lavoratore precario o di disoccupazione, a chi si sdegna dell’attuale immagine della donna e dell’abuso dei minori,  a chi comprende e rende noto che se gli studenti in manifestazione agiscono con violenza fanno solo il gioco voluto dai nostri politici al governo.

Parliamo assieme di tutto questo, parliamone a lungo. E poi ripartiamo da qui: perché da qui nasce l’idea di un sogno comune di poesia, da qui nasce lo sforzo per riproporre la dignità nostra e del nostro paese. Se non prendiamo coscienza del mostro che ci vive ogni giorno accanto nelle nostre vite quotidiane, esso ci ingloberà nelle sue viscere più profonde. Lentamente la nostra vita di persone alienate diventerà un’abitudine e per sempre ci abitueremo alla pubblicità battente degli schermi televisivi nelle stazioni dei treni e delle metropolitane, allo spaccio nel parchetto dietro casa, alle pasticche in discoteca, all’ubriaco lasciato solo il sabato sera accasciato per terra, ai cinquecento euro di stipendio mensili. E se lentamente un pomeriggio d’inverno ci scenderà una lacrima di malinconia sulla guancia, non sapremo nemmeno più ricordare che cos’è che ci manca.

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace — uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordigno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.

Giulia

Poesia di Eugenio Montale

Ah, ecco

Ieri notte, preso dallo sconforto per la disoccupazione galoppante, e dall’entusiasmo per i progetti con l’amica attualmente oltralpe, ho mandato curricula (è il plurale, please) e candidature a chicchessia per qualsiasi genere di lavoro trovassi sotto la categoria disperazione in appositi motori di ricerca.

Una nota agenzia di somministrazione lavoro, di quelle che per amicizia chiameremo tagliatori di teste, offre uno stage presso le loro sedi per apprendere l’alchemica arte del Candidate Management, che altro non è se non l’arte di far perdere una mattinata a qualcuno che poi starà lì all’incirca cinque minuti per sentirsi dire che il suo curriculum è poco collocabile. Probabilmente ti insegnano come dirlo, un po’ quello che deve apprendere come dire ai parenti del paziente che è morto. Questo stage si svolgerà nel primo semestre dell’anno prossimo venturo. Ma quello che nella loro bacata testolina ha generato la meraviglia è che pensano che chi si candidi abbia talmente tanta voglia di fare lo stagista presso di loro -come dire, provare a passare dall’altra parte della scrivania – da accettare di farlo per 210 (leggi: duecentodieci,00) euro al mese e buoni pasto di 5 euro per ogni giorno di effettiva presenza. Non ci paghi nemmeno le bollette, o ti van via in metropolitana e spesa alimentare e di candele (perché se non ci paghi la luce, ai moccoli ti ritrovi).

Cosa vuol dire? Che persino lo stage è diventato qualcosa che può essere fatto da chi se lo può permettere, da chi ha le spalle coperte, la famiglia che lo sostiene e via dicendo. Che poi, se tu mi dessi quei duecento euro per un mesetto di mio impegno, ancora ancora, ma me li stai dando per sei lunghi mesi. Ossia, a non spenderli, alla fine avrò 1200 euro da parte. In metà anno.

Non so voi, ma credo che ormai sia chiaro che ci sia qualcosa che non funziona, non funziona, non funziona. Non va, non va, non va. Forse che di stage non si vive, lo sappiamo tutti, ma che io per sei mesi della mia vita debba cercarmi altri lavoretti per integrare quella miseria, è una limitazione della mia libertà. Ma tanto, lo fa chi può farsi pagare il resto da qualcun altro. Io sono uno di quelli, lo ammetto, ma mi sento libero di non chiedere più di tanto l’aiuto a chi vorrebbe, secondo una logica peraltro paternalisticamente irritante, darmela, quella mano.

Non è finita. Mi hanno chiamato, e mi chiedono se sono realmente interessato: non nego, invento qualche parolona e qualche frase ad effetto. Allora mi comunicano che ci sarà un assessment che mi porterà via la mattinata, è consterà di dinamiche di gruppo.
Non so voi (e due), ma io questa cosa dei colloqui con i giochi la trovo urticante: dobbiamo essere tutti capaci di interagire al centopercento, tutti dobbiamo essere bravi collaboratori in quella mattina, fingere un’abilità che, a parere mio, non si può improvvisare. Essere amiconi problem solving.

Mi darò alla macchia?

Gianmarco

Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Il bosco coetaneo

Sapete com’è fatto un bosco d’abete rosso? Se salite per le pendici del Bondone, qualche chilometro da Trento, ve ne renderete conto. E’ fatto di piante… tutte alte uguali, grosse uguali, diritte uguali. E’ un bosco coetaneo, piantato tutto nello stesso anno, cresciuto insieme, su a prendere la luce, nella concorrenza, nella fame di divorare il cielo. Le fronde degli abeti sono verdi solo in alto, lontano. Scendendo giù tra i rami secchi l’occhio cade a terra, dove tra le foglie, rimane una magra ombra di sottobosco.

Il sottobosco muore, strozzato da chi, là in cima, si è preso tutta la luce. Nessun altro abete può crescere, nessuna pianta giovane ha possibilità di arrivare a quelle cime poiché la luce le viene concessa con il contagocce, quando una fronda vecchia ondeggia, per un attimo.

Ecco, la mia generazione è quel sottobosco. Quel sottobosco morente, che si dimena, che brucia ma fatica a salire verso l’alto, perché una generazione di vecchie piante, ormai quasi anziane, gli prende la vita, le opportunità, le possibilità. Una generazione avara, che ha dovuto ottenere da sola ciò che poteva ottenere e ora come Mazzarò non vuole cederla. “Roba mia viettene con me!”. Così fanno, i nostri abeti rossi, che sono anche i nostri genitori, dopotutto, o i loro amici.

A volte penso che l’unico metodo sia quello valido anche per le piante: il boscaiolo.

Giulio