Passeggeri o cittadini

IMG_5309Volo low cost Marrakech-Milano.
Succede una cosa straordinaria: italiani e marocchini diventano passeggeri, clienti della stessa compagnia aerea. Uguali diritti e uguali doveri.
Dobbiamo rimanere seduti nelle fasi di decollo e di atterraggio; possiamo alzarci, andare in bagno, quando la spia luminosa delle cinture di sicurezza è spenta. Lo spazio per borse e zaini è il medesimo, possiamo disporne tutti.
Arrivati all’aeroporto di Milano, altre identità prevalgono su quella che ci accomunava: cittadini UE di qua, cittadini non UE di là.
La nostra fila si smaltisce in fretta. Mentre ci dirigiamo verso l’uscita, sentiamo un poliziotto sussurrare al collega: “Non far venire i marocchini di qua, eh! Facciamoli aspettare, a quelli”.

Nessun dubbio: stiamo di nuovo coi piedi per terra.

Foto: Marrakech 2016

 

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Difendersi dal caos della vita

“Certo, è un disagio per i pendolari… ora che hanno reintrodotto il controllo dei passaporti tra Danimarca e Svezia ci metto 40 minuti in più per andare al lavoro… In effetti la gente si è mobilitata soprattutto per questo. Pochi hanno manifestato anche per i migranti”

“Sì, beh, del resto la situazione cominciava a diventare ingestibile… ho delle amiche che lavorano con i migranti, mi hanno confermato che accoglierli tutti come li accogliamo qui – senz’altro meglio che in Italia – era impossibile. Non si riusciva a dare un alloggio a tutti”.

Quindi: se non c’è posto per tutti, bisogna diminuire il numero dei richiedenti asilo. Logico, no? Meglio non accogliere piuttosto che accogliere male. Meglio difendersi dal caos e continuare a vivere felici, con uno Stato sociale generoso e tutto che funziona alla perfezione (peccato solo per quei disagi negli spostamenti tra Malmo e Copenhagen…).
Il disordine mal si addice ai climi freddi; lo conosciamo bene noi, invece, che veniamo da Paesi meno sviluppati, meno civili, dove la gente non parla neanche inglese.

Eccola qui. La tanto lodata Scandinavia.

Almhult

Foto: Almhult 2016

Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

La grande rabbia e l’amore

La grande rabbia, che ti sbuca dalle mani, come se d’un tratto aprissi le palme e fuori ne sgorgasse la pressione dell’ingiustizia. E’ tutto sbagliato, ovunque. Solo gli esseri umani mantengono una propria umanità, ma a momenti. In altri momenti l’hanno smarrita già, oppure l’hanno semplicemente dimenticata, per un po’. Tutto il resto è sbagliato. La società, la politica, la finanza, la guerra, la disuguaglianza, l’ambiente, l’immigrazione, l’edilizia, la scuola, il lavoro, l’alcol e le droghe, la sessualità, la religione. E’ tutto potentemente distorto, volgarmente contraffatto da far venire il vomito. Poi ci potremmo dire molte cose, autogiustificarci, perdonarci o defilarci nelle responsabilità.

Ma, a me, sbuca la rabbia dalle mani, mi viene da piangere di fronte all’enormità della deviazione che abbiamo intrapreso, come umanità, dal senso dell’esistere su questo pianeta. Se chiudo gli occhi e ripenso ai passati nascosti, a quelli non divulgati, alla bellezza estetica di certe vite lontane…

…l’unico desiderio che prende forma, è quello di ritirarsi, di astenersi. L’unica protesta che mi viene davvero in mente è quella di disertare questa umanità, per amore. Per amore della stessa. Nel frattempo sono ancora qui, a fare. E pur sapendo che anche altri, mi sento solo, ché siamo troppo pochi.

Giulio

Prove dell’esistenza dei poveri

“Da noi i poveri non esistono”
“Come, scusa, non esistono?”
“Non esistono, non ce n’è”
“Non ci sono poveri?”
“No. Perché comunque la casa ce l’hanno dai tempi in cui la dava a tutti lo Stato, la disoccupazione è bassissima… ah beh, poi certo, se ti ammali e non hai una famiglia… i disabili, i mutilati… quelli sono tutti per strada”.
I poveri non esistono, quindi, perché non consideriamo degni di nota alcuni tra gli esistenti.
E allora la semplice esistenza è in certi casi una protesta, in quanto confutazione della non esistenza.
Una prova dell’esistenza non solo dei poveri, ma anche della povertà, non solo dei miseri, ma anche della miseria.

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Milano è deserta – si dice . A Milano son tutti in vacanza: i negozi e i bar chiusi, le email “out of office”, i telefoni degli uffici che squillano a vuoto. Eppure il tram in direzione periferia è pieno, di gente che in vacanza, evidentemente, non ci va. Alle sei e mezza due uomini dall’accento straniero, uno giovane e uno vecchio, si urlano contro. Perché stai in mezzo, non fai passare la gente. Ma che cazzo dici, non sono mica in mezzo. E scommetto che non hai nemmeno il biglietto, non fanno passare gli italiani (proprio così, ha detto “gli italiani”) e non hanno il biglietto in tasca. E a te che cazzo te ne frega. Dov’è lo Stato, dov’è il governo, qui ognuno fa quello che gli pare, non rispettano i vecchi, e non hanno il biglietto, e nessuno che apra bocca.
Anch’io sono stata zitta.
Ma agli increduli posso dire: “I poveri esistono. Ho le prove”.

Arianna

Foto: Atene, quartiere di Exarchia, murales dedicato ai poveri e ai senzatetto

Una casa al mare

Ha comprato una casa al mare.
Finalmente.
Dice un po’ distante ma il mare è più bello.
Ci sono già i turni per andarci: fratelli genitori nipoti zii amici.
Dice vicino a Pozzallo. In Sicilia.
Un po’ lontano ma il mare lì, è un’altra cosa.

E di qui si va al mare, e di là si attraversa (stipati) quel mare, che è sempre lo stesso ma anche diverso, ché a Pozzallo è più bello.
E di qui non c’è posto neppure per i morti (l’han detto alla radio).
Han detto non c’è posto per i morti, nemmeno per quei trenta che proprio oggi son morti. Nemmeno per trenta. Morti. Per centinaia, migliaia di vivi, manco a parlarne.
E di là vengono di qui. E di qui i ragazzi partono e tornano, solo d’estate.
E di là la guerra e il sogno di un’Europa come l’America da qui. Tempo fa.
E di là donne, uomini, vecchi e bambini. Tanti bambini.
Han detto troppi, han detto non c’è posto.
E di qui bambini pochi, tardi, a fatica. A volte costa tantissimo.
Addirittura, a volte, una donna o due in più, l’utero, nove mesi di vita.
E di là non si fa in tempo a dire ed è nato, un altro bambino, è nata, un’altra bambina.
E di qui i vecchi lentamente, a volte male, muoiono in un modo che sembra tutta morte quella vita sdraiata.
Tanti vecchi, e tanti malati, vorrebbero morire prima, ma di qui non si può.
E di là non si fa in tempo a diventare vecchi, e non si fa neanche in tempo ad ammalarsi, che subito si muore.
Tanti vorrebbero diventare vecchi, ma di là non si riesce.

E non è che giusto di qui e sbagliato di là o sbagliato di qui e giusto di là.
Ma solo non si capisce più, giusto o sbagliato, sbagliato tutto e niente, chi più e chi meno, quale senso, nascere, morire.
Di qui o di là.

Arianna

Foto: Sicilia 2010

Il lavoro che piace

Nel discorso ai neolaureati di Standford, Steve Jobs li esorta a fare ciò che amano. A trovare, dunque, o inventare, se ancora non esiste, il lavoro che piace.
Ecco, questa idea che non si debba lavorare solo per lo stipendio è molto diffusa, per lo meno tra i privilegiati che si pongono la domanda del: “Che lavoro mi piacerebbe svolgere? Per cosa mi sento portato?”.
Da un lato, per carità, bellissimo fare un lavoro che piace, visto che il lavoro occupa gran parte del tempo che passiamo da svegli. Dall’altro, però, mi pare che si corra il rischio di scavare solchi sempre più profondi tra chi lavora “per passione” e chi lo fa “per soldi”. E di catalogare le persone, e il loro grado di felicità, anche sulla base della professione che svolgono. Perché, diciamocelo, ci sono alcuni lavori che nessuno (o quasi nessuno) sceglierebbe “per amore”, se avesse la possibilità, appunto, di scegliere.

Tutto ciò per dire che l’altro giorno ho conosciuto una ragazza, e come spesso succede, ci siamo chieste reciprocamente che cosa facciamo nella vita. Lei fa le pulizie nelle case. E io sono rimasta lì, in silenzio per un attimo, perché mi sembrava di non poterle porre la classica domanda: “Ti piace? Ti trovi bene?”. Mi sembrava ovvio che non le piacesse. Poi però gliene ho fatta una simile: “E com’è? Come ti trovi?”. Mi ha raccontato un po’ di cose relative al suo lavoro, ma sembrava tutto sommato abbastanza contenta.
E io mi sono vergognata del mio imbarazzo iniziale.

In ogni caso, credo che la battaglia essenziale sia quella della libertà DAL lavoro (reddito minimo garantito, riduzione dell’orario di lavoro…), perché l’ingiunzione al lavoro che piace mi sembra creare ancora più disuguaglianze e schiavitù, anziché libertà: “visto che ti piace, allora puoi lavorare sempre”, “visto che ti piace, non pretenderai mica che ti paghino pure!”.

Voi che ne pensate?

Arianna

 

 

 

Colpa tua (sempre e comunque)

Venerdì sera, una coppia di amici di amici, genitori di un bimbo di un anno e mezzo.
Lei (riferendosi al compagno): “Ma sapete che lui non cambia mai i pannolini?”
Amico 1: “Proprio mai mai?”
Lei: “Mai! Cioè, per cambiarli dev’esserci una situazione di emergenza, tipo che io devo stare a 100 km di distanza!”
Lui: sorride leggermente imbarazzato
Amico 2 (rivolto a lei): “E’ colpa tua”
Lei: espressione di sconforto e stupore
Amico 2: “Sì, è colpa tua. Sei tu che l’hai abituato così”.

Ora, proviamo a ragionare: se il maschilismo è un problema di asimmetria di potere che si dispiega nella società nel suo complesso, e se risulta dunque irriducibile alla psicologia individuale di donne e uomini presi singolarmente, bisogna sì cambiare ciascuno in prima persona ma al contempo modificare il contesto micro e (prima o poi, si spera) macro sociale. Allora sarebbe forse il caso di cominciare proprio nel micro, sanzionando negativamente gli uomini che adottano comportamenti maschilisti.
Mi sarebbe piaciuto, per esempio, che l’Amico 2 avesse esclamato (rivolto a lui!) qualcosa del tipo: “Ma non ti vergogni?” oppure “Non ti facevo così maschilista!”.
A forza di ricevere messaggi di questo tipo, forse, quel papà svogliato qualche pannolino ogni tanto l’avrebbe cambiato.

Arianna

Conversazioni maliane 2/2

L’altro giorno ho chiamato mia madre; mi ha chiesto “Sai che tua sorella ha partorito?” “Quale sorella?”… ed era la mia sorella maggiore! Ti rendi conto? E’ il settimo figlio! Mi sono talmente incazzato che non l’ho neanche chiamata. Di solito si danno dei soldi, o almeno si chiama per fare delle benedizioni al bambino, per augurargli una lunga vita…

Come mai ti sei incazzato?

Eh, perché continua a sfornare figli, ma non ha neanche finito di costruirsi la casa, è ancora in affitto! L’anno scorso a causa del colpo di stato e dei disordini non ha ricevuto lo stipendio per diversi mesi, abbiamo fatto tutti dei sacrifici per darle una mano… però ora basta! Ancora un altro bimbo da mantenere?

E il marito?

Il marito è un cretino, guarda, io proprio non lo sopporto. Un paio d’anni fa aveva fatto un grosso affare, aveva un po’ di soldi… e invece di finire la casa, ha pensato di prendersi una seconda moglie! Dopo un anno però, quando le cose cominciavano ad andare male, lei ha divorziato, perché ha capito che non era ricco per davvero. Vabbè, le donne materialiste esistono dappertutto… ma lui! Ti rendi conto di come ragiona? E poi ogni tanto mi chiama – sempre per chiedermi dei soldi, ovviamente – “fratellone fratellone”…
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Ma perché tua sorella non divorzia?

Mah, sai, è la prima moglie, e poi una donna divorziata non è ben vista… ci sono ancora queste idee così. Per esempio, se una coppia non ha figli, si dà subito la colpa alla donna, e si consiglia al marito di prendersi un’altra moglie. Molto più giovane, naturalmente. Mia madre ogni volta che torno mi propone qualcuna, ma sempre giovanissime, minorenni addirittura. E, quando le faccio notare che sono delle bambine, lei ribatte: “Meglio, così le plasmi come vuoi”. Capito? Ed è mia madre che lo dice!

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

Il limite al tutto

fxcam_13466617006102E’ che uno le cose le sa, in teoria, e magari – nella pratica – se le ripete pure. Però poi c’è il famoso limite, al famoso tutto. E a volte uno ci rimane male anche se non vorrebbe, ché non ne val la pena (al massimo ci si può indignare e poi cercar di cambiare le cose, ma rimanerci male no, dai….).

E invece.

Oggi mi sono sentita povera, e per questo svalutata, senza dignità.
Sebbene sappia, e siam d’accordo, e va bene.

Un’entità collettiva spenderà per un biglietto aereo più soldi di quanti ne spenda in 6 mesi per il mio miserrimo rimborso spese.

E c’è un limite. E c’è un tutto.

Arianna

Foto: Blog 66° Nordur 2.0