Ci riempiamo la bocca

Ci riempiamo la bocca
nei pranzi della domenica
di grassi animali
e parole
come meglio, migliorata, neanche
a paragonare.

Prima peggio:
ma ora?
Abbiamo la forza
di perdonare i più fortunati
che si lamentano
del caldo e del freddo, della gente
senza rispetto?

Davvero possiamo
lasciar andare la rabbia
e il desiderio
dolente
d’una famiglia la domenica,
con due figlie adulte?

Foto: Torino (Cavallerizza) 2017

 

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Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017

 

Il punto in cui fa male

C’è un punto, da qualche parte,
qui con me, in cui
ti sei accoccolato
ti sei acciambellato
hai fatto il nido
hai fatto la tana
te ne stai lì, fermo
a tremare di paura
a piangere di rabbia
per il dolore del mondo
che ti attraversa come spilli.

Restiamo appiccicati, a premere
forte
le nostre parti morbide, aperti
come ferite, ad ascoltare
il suono delle mie mani
che ti accarezzano i capelli:
fruscio di vento tra le foglie.

 

Foto: Nadia Lambiase

 

Conversazioni

A questo dolore

Hoi An 2016Pensavo di aver finito, con te.

Ci siamo detti tanto, non era
tutto?
Quanto spazio ancora
quante notti?
Ah, dici,
sono io
che ti tormento?
Ma guarda!
Se appena gratto
subito trovo
te: arrabbiato come prima.

Non voglio
Non voglio

Devo.
E’ successo
è stato
più preciso che possibile
– e io c’ero.

Foto: Hoi An (Vietnam) 2016

Abbastanza

FuocoChiedo “come stai”, dice “abbastanza”, chiedo “abbastanza cosa”, dice “abbastanza bene”, chiedo “perché solo abbastanza”, dice “meglio, ma non ancora”, chiedo “perché”, dice “beh, ci va tempo, sai, il dolore… non sempre…”,  dico “hai ragione”, penso “abbastanza è molto”, dico “abbastanza è molto”.

Abbastanza, va più che bene.

Ché il dolore non è una linea retta, verso l’alto o verso il basso. Una linea spezzata, un’ellisse, un mezzo cerchio, un punto, una matita sospesa nell’aria, che non lascia tracce e poi – di colpo – si scaraventa sul foglio, lo buca.
Il dolore, e poi la vita, va bene abbastanza, va benissimo.

Per un poco ancora, siamo state insieme.

Arianna

Foto dal Blog 66° Nordur 2.0

Un tempo triste

Sogno d’un tempo in cui il volto di mia madre, a volte, sembrava giovane, o forse semplicemente meno stanco, liso. Un tempo in cui queste rughe, precise come cicatrici, stavano appena appoggiate e i polsi potevano mostrarsi, senza bracciali. Un tempo in cui il passo andava deciso, con il peso un po’ qua e un po’ là. Esattamente un po’.

Sogno d’un tempo in cui la voce di mio padre, a volte, si scioglieva in uno sbuffo rilassato. Un tempo in cui si parlava d’altro, del lavoro, dei soldi, cose senza importanza rispetto, eppure sembrava. Un tempo in cui il dolore stava, come fosse accanto, non davanti, a chiudere il possibile, d’una vita senza. Un tempo in cui il passato, e poi certo il futuro, però il presente, il presente si faceva sopportare.

Sogno d’un tempo triste, che pure oggi pare felice, perché – ah, chi mai l’avrebbe detto? –  più felice di questo, del tempo d’adesso.

Arianna

Fotografia di Nadia Lambiase

Prendi un altro

Un fatto, m’han detto, ma dai, che roba, è successo, un dolore, che vuoi, chissà dentro, mi spiace, e dire, tu pensa.

Ti spiace?
Mi spiace, certo, mi spiace.
Sollevata, però, sospiro: “A me, a noi, non capiterà”.

Poi, il nome.
Mia figlia, mia madre, io.

La disgrazia, di colpo, tragedia.
E guarda quanti, lì a guardare!

Ah, perché proprio io?
Se solo un altro, un altro qualsiasi!

Sarebbe diverso?
Sì, sarebbe diverso.
Per me, sarebbe meglio.

Arianna

Il vulcano Puyahuè

Il vulcano Puyahuè

Acquerello di Niccolò Da Ronco

A ciascuno il suo (dolore)

Il dolore scava muri profondi, che assomigliano ai muri alti, ma sono alti al contrario. Ritaglia porzioni di mondo rassicuranti, perché abitate da una persona soltanto, al limite accompagnata da un pesce rosso (muto) e da una pianta grassa (capace di sopravvivere – com’è noto – senz’acqua e senza cure).

Il dolore si frammenta, come le facce d’un prisma che riflettono ciascuna la sua parte di luce, e la sua parte soltanto. Può derivare da eventi condivisi, ma poi si trasforma in un vissuto personale, che separa e divide: nessuno può capirti, nessuno. E tu, del resto, non puoi capire gli altri. Siete tanti, ciascuno solo.

Il dolore tira fuori il peggio, incattivisce, e riesce a convincerti che sei scusato di tutto: “con quello che ho vissuto io…”. Ed è forse questa la lotta: resistere al richiamo del dolore, il tuo, che s’impone come più profondo, più grande, l’unico “vero”. E’ un richiamo che vuole toglierti la voglia di sbirciare oltre i muri, di là. Per scoprire che ogni tanto succede qualcosa dall’altra parte.

Arianna

Famiglia

Quando uno di casa, intimo, viene a mancare, muore,
crea un vuoto così grande e naturale
che chi resta, per forza di cose,
è come attratto da una forza centripeta
su quell’assenza.
La mancanza svela il possibile,
mostra l’insperabile.
Su quel vuoto ci si riconosce famiglia.

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In coda,
per entrare all’interno del Giardino del Requiem eterno.
Come quando c’è la coda al supermercato.
Come quando in ospedale c’è sovraffollamento per le nascite.
Cappotti grigi e neri in attesa tra auto e corone di fiori,
ciascuna che racchiude un dolore privato,
una mancanza,
un vuoto che non si colmerà più.
E sulla soglia di ingresso,
tra chi entra e chi esce,
l’incrocio di sguardi tra sconosciuti
portatori di dolori diversi
abitati dall’unico dolore.
Ci si riconosce famiglia.

Nadia