Italiane a Parigi

Può capitare, un venerdì sera a Parigi, di trovarsi con due amiche, entrambe italiane, entrambe di Torino, a infrangere le norme della buona educazione. Ci si può così trovare, con due amiche torinesi, a parlare in italiano, sebbene allo stesso tavolo siedano francesi, e francofoni in generale.

Può capitare di cominciare a discutere di Italia, di italiani, di noi, di come ci sentiamo, dell’accento che resta e tradisce, dell’accento che resta e ci piace. Delle battute pungenti, del disagio, della rabbia, della nostalgia. Può capitare di cominciare a parlare di tutto questo, e non riuscire a smettere, con gli occhi lucidi, la voce rotta, le mani tra i capelli.

IMG_2304Può capitare che qualcuna confessi di non sopportare i francesi, quando dicono: “Ah venite tutti qui, eh?”; e può capitare che un’altra risponda:
“Beh, però è vero che siamo tantissimi…”; può capitare di parlare della voglia di tornare, della voglia di andare ancora più lontano, della vergogna per l’Italia… perché l’Italia ormai… ma ci rendiamo conto? Può capitare di dire che ce lo meritiamo, perché alla fine Berlusconi l’abbiamo votato noi, beh noi no, però gli altri, insomma qualcuno… qualcuno l’ha votato! Può capitare di rimproversarsi di essere troppo pessimiste, troppo ottimiste, di evocare il ritorno degli anni di piombo, la guerra civile, una rinascita. Può capitare di dire che i migliori se ne vanno, e poi che i migliori restano, i migliori son quelli che stanno lì a resistere, a sopravvivere, tagliandosi 400 euro al mese da uno stipendio già magro, perché in Comune han detto che o così o si licenzia. I migliori son quelli che provano a cambiare le cose nel posto in cui sono cresciuti, perché è il posto che conoscono meglio, e perché vogliono andare a trovare i nonni. I migliori son quelli che non abbandonano la nave che affonda, che si riufitano di lavorare per Mediaset, che fanno volontariato. Può capitare di dire che i migliori non siamo noi, che ce ne siamo andati, e che vorremmo tornare, ma quando torniamo vediamo più cose, e il confronto con l’altrove ormai noto ferisce.

E può anche capitare di dire chissenefrega dell’Italia, dell’Italia in quanto tale. Non siamo né fiere né dispiaciute di essere italiane. Non l’abbiamo scelto. Semplicemente, cerchiamo di fare del nostro meglio, nel luogo in cui viviamo. Certo, molte cose fanno schifo in Italia, e qui la vita è più facile, più equa, più civile. Ma in fondo bisogna tendere a ridurre le disuguaglianze, ovunque ci si trovi. Se si vive in un Paese che se la passa bene, bisogna ingegnarsi per distribuire quella ricchezza anche ad altri luoghi (ricchezza che, del resto, spesso poggia su gigantesche ingiustizie e sullo sfruttamento di altri Stati).

Chi emigra per stare meglio, e ci riesce, e dimentica le sofferenze di chi ancora arranca, è solo un egoista.

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

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Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Intervista a mia nonna 1/2

« Raccontami di quando il nonno Cesare è andato in America »
«Beh, è andato due volte in America. La prima volta da clandestino in Canadà, che mi pare che è sempre in America… giusto? Ecco, e poi dal Canadà è andato in America, ma poi quella volta lì è ritornato indietro, perché era clandestino. E’ ripartito quando io avevo due anni e mezzo, me lo ricordo ancora seduto al tavolo della cucina che faceva colazione, e mentre beveva il caffelatte piangeva. Piangeva perché doveva partire per l’America. E io gli dicevo: “Papà, mi porti la bambola quella grande quando torni dall’America?”. Aveva i parenti a Detroit e così è partito pure lui, è andato a vivere dove abitavano i suoi parenti. Ci è stato otto anni in America»
«E non è mai tornato?»
«Mai. Soltanto alla fine»
«Vi scriveva?»
«Certo! Sempre. Scriveva che in America a Natale mettevano le luci nelle case che si vedevano da fuori. Luci che si accendevano e si spegnevano da sole. “Ma come fanno ad accendersi e spegnersi da sole?!?”, ci chiedevamo noi. Poi qui c’erano le mosche, invece in America no, perché mettevano le zanzariere alle finestre e le mosche non entravano in casa. In America c’erano tanti italiani. Mio papà scriveva che c’erano proprio dei bar di italiani, delle strade con tutti italiani… anche una mia zia è andata in Arizona, che è sempre America, mi pare. Da qui sono partiti in tanti per l’America, ma non si fermavano tutti a New York, andavano anche in altre città, però sempre in America. Da Buscate invece andavano tutti in Francia, e noi da qui in America. Poi chi tornava dall’America si comprava la casa, il nonno ad esempio aveva comprato quella della zia Maria»
«E, dimmi, che lavoro faceva il nonno in America, esattamente? L’operaio?»
«Eh, in tanti facevano l’operario e molti lavoravano in miniera… ma tu dici cosa faceva mio papà?»
«Sì»
«Ah… No, il lavoro preciso non lo so. So che lavorava… beh, in miniera no però»

Arianna