Quei pezzetti del puzzle…

E si vola
alla ricerca di un pezzo di puzzle
uno dei pezzi che ti mancano,
che hai disperso chissà dove.

Come se nel vivere
tu stessi costruendo un quadro
incastrando tanti piccoli pezzetti
tra loro, come se il vivere
fosse una continua raccolta,
se mai ce ne ricordassimo,
di quei pezzetti che ci compongono.

E poi, da adulti, ne si cercasse
il capo di questa matassa,
ne si cercassero i pezzetti mancanti,
ci si chiedesse perché siamo come siamo
e cosa ci sia successo affinché…
ci si chiedesse davvero,
onestamente, guardandosi negli occhi,
-Conosco me stesso?-
e scoprendo di non saper granché,
di non saper perché siamo tristi
o sempre scontenti,
di non saper perché siamo nervosi
o sempre sulla difensiva,
di non saper perché siamo paurosi
o sempre insicuri di questo e di quello,
pur essendo stati protagonisti per tutto questo il tempo,
pur essendo noi che abbiamo vissuto tutti gli istanti della nostra vita,
ci si chiedesse finalmente
il
perché
non sappiamo tutte queste cose,
(e chi potrebbe saperle allora?)
che questo corpo che vestiamo
non ha ancora capito chi è
e
perché
è,
non ha ancora capito a chi deve ancora le sue scuse
e chi deve invece perdonare,
che questo corpo che vestiamo
è stato un automa per troppo tempo
e che è giunto il momento di conoscerlo meglio.

Così si prende il volo,
dentro se stessi,
in quell’universo buio che conteniamo,
l’enorme
vasto
spazio
in cui precipitiamo con gli occhi chiusi,
l’infinita
nostra
essenza
che tanto lontana da noi sembra essere,
eppure, è proprio dietro la porta,
al di là dello steccato,
vicina di casa forse,
forse addirittura in casa nostra,
forse
in cantina.

Giacomo

Come sughero sul vasto mare

Siamo tappi di sughero. Se c’è una cosa insopportabile, per un tappo di sughero come me, è incontrare nel mezzo dell’oceano altri tappi di sughero. Non che non apprezzi la compagnia, il problema è un’altro.

Io sono un tappo di sughero, sono una mente che galleggia sopra un mare di inconscio, di pulsioni, di istinti. Galleggio e basta. Non affondo, certo, ma non è che abbia una meta precisa. E non sopporto gli incontri.

I tappi di sughero che incontro si credono barche. Non c’è niente di più insensato che vedere un tappo di sughero che “naviga” nell’oceano e mi fa: “Ciao barca (riferendosi a me!), vai anche tu in questa direzione?”

Lo guardo perplesso, come fosse un tipo un po’ tocco. “Direzione? Ma quale direzione! Qua si va tutti alla deriva!”,  e l’altro tappo giù a ridere. “Ma se sto andando nelle Americhe!! Mi basta issare le vele e flush, Nuovo Mondo, arrivo!”. Scarso contatto con la realtà, forse. Non me lo spiego.

Io mi sento invece un tappo di sughero, senza bottiglia né messaggio da conservare. Mi sento disperso, mi sento che se un’onda arriva, arriva, non ci posso fare nulla, se non restare a galla. Ed è già molto.

Ridacchio quando sento di persone pronte a prender con la mente le redini del’emotivo. Con la mente, con la mentucola. La mentucolina. Come prendere il mare col secchiello della sabbia.

Io sono un tappo che ride.

Giulio