Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

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Il tempo non esiste

Riflessioni presa da un vecchio post pubblicato nel 2009.

Così cominciavo…

Vi annuncio un post assurdo, lungo e complicato, in cui mi diverto a sostenere e spiegare un’ipotesi alquanto bizzarra ma che forse forse contiene una briciola di verità. Se così fosse, la nostra concezione del tempo potrebbe cambiare radicalmente. 
Prendetevi del tempo per leggere con calma, buona lettura.

Il tempo non esiste.
E non esiste perché è relativo.

Esiste invece la nostra concezione di “tempo” e come noi lo viviamo.
Lo stesso momento se per me è molto veloce per un’altra persona può essere lentissimo.
E da cosa dipende?
Dipende da come viviamo lo stesso istante.

Vi spiego meglio il concetto con un esempio.
I sogni sono una realtà che nasce, si sviluppa e muore molto in fretta. Ci sono certi sogni che durando pochi istanti, secondi o minuti, e contengono l’intensità di ore se non giorni.
Perché questo?
Perché il pensiero è molto veloce, e la realtà dei sogni risiede nei pensieri e pertanto si muove a quella velocità.
Se volessimo dirla in altro modo il tempo è uno spazio nel quale la nostra mente viaggia a certe velocità, a volte percorre una determinata lunghezza in pochi secondi, altre volte ci mette tantissimo.
E’ qui il punto.
Se guardiamo il tutto da un punto di vista “tempo-centrico”, in dieci secondi di realtà la nostra mente può vivere, ad esempio, tempi variabili come da alcune ore ad alcuni secondi.
Se la guardiamo da un punto di vista “mente-centrica” lo scorrere del tempo mentale invece è sempre uguale, solo che a volte riempie alcuni minuti, altre diverse ore, altre ancora pochi secondi.

Se assumiamo quanto detto per vero possiamo affermare che la stessa vita misurata in un sistema “tempo-centrico” di 70 anni potrebbe durare in un’ottica “mente-centrica” tempi diversi, 40 anni come 150, giusto per fare numeri a caso.
Verrebbe da pensare che più viviamo nei nostri pensieri più il tempo si allunga e quindi viviamo di più.

In realtà io credo sia fondamentale il grado di consapevolezza nel vivere.
Mi spiego.

Se viviamo nei nostri pensieri, che sono molto veloci, ma non ne siamo consapevoli, in realtà perdiamo ciò che accade intorno a noi perchè intenti e dispersi in altri mondi. Non possiamo nemmeno affermare che stiamo vivendo quegli stessi mondi perchè non abbiamo scelto di farlo ne siamo consapevoli che sta accadendo.

Per capire questo basta provare durante la giornata a vedere quanto spesso ci perdiamo in pensieri solo per riempire un vuoto, senza averlo scelto, senza alcuna utilità.
Questo è il caso-esempio di vivere una vita di 70 anni come se l’intensità fosse di 40 perché perdiamo vita reale costantemente. E’ come se fossimo un colabrodo.
Il passo successivo in questo caso sarebbe quello di smettere di pensare, di perdersi nei pensier ei diventare presenti nello scorrere del tempo “reale da orologio” per intenderci e vivere la vita almeno nella sua interezza di 70 anni (chiudendo i buchi del colabrodo).

Il passo successivo credo sia quello di ritornare a formulare pensieri, ma in modo consapevole, scegliendo in modo presente di vivere il pensiero e di vivere in modo presente lo stesso pensiero (che non è uguale anche se sembra una ripetizione).

Ciò sarebbe la vera chiave per allungare la vita.
L’elisir dell’eterna giovinezza.

Se poi gli scienziati ci dicono il vero sulla differenza di velocità tra pensiero e realtà, cioè che un secondo nel pensiero è migliaia di volte più veloce di un secondo reale, allora possiamo vagamente immaginare di quanto si potrebbe allungare la nostra vita in una visione temporale “mente-centrica”.

L’incredibile ed il difficile da comprendere è che esiste qualcosa di ancora più veloce del pensiero, ossia le emozioni, le impressioni. Se “l’impressione emotiva” è a sua volta migliaia di volte più veloce del pensiero possiamo davvero solo tentare di immaginare come si evolverebbe in questo caso la durata del tempo, nella concezione temporale “mente-centrica”, qualora si raggiungesse la piena consapevolezza e presenza nel mondo delle nostre emozioni.

Fantascienza?
Forse no.

E’ proprio a causa di questo divario enorme di velocità che durante il nostro vivere quotidiano percepiamo l’impressione dell’emozione, che è istantanea, come un qualcosa di estremamente intenso e potente, proprio perché racchiude dentro di se un tempo “mente-centrico” della durata magari di svariati millenni. L’emozione, in questo caso, sarebbe un piccolo universo in noi contenuto e generato che, anche se non vissuto in modo presente, è comunque talmente denso da scuoterci nel nostro profondo.
E’ come se l’infinito in termini temporali non fosse il prolungarsi del “tempo-orologio” all’infinito, ma i livelli che la nostra coscienza può raggiungere all’interno dello stesso tempo-orologio.
E’ come se il tempo si espandesse in se stesso, ma sarebbe più corretto dire che è la nostra sensibilità di vivere che si espanderebbe all’interno del “tempo-orologio”.
In questa prospettiva la nostra definizione di tempo cadrebbe, perché non esisterebbero più nessun punto fisso, nessuna scala per misurarlo, nessun sistema uguale per tutti e uguale nel tempo. Parlare di tempo-orologio sarebbe parlare di un qualcosa che sostanzialmente non esiste perché tutto sarebbe relativo ed esiterebbe solo il nostro tempo-mentale.
Inoltre tornando ad esaminare il mondo delle emozioni e ciò che ci può insegnare, l’emozione-universo (la chiamo così vista la sua densità e vastità spazio-temporale in una visione mente-centrica) scuoterebbe la nostra essenza nel suo profondo e nel suo inconscio perché ci avvicina, per sua natura di Essere, al Senso in Essa contenuto.
Come il profumo del fiore si rivela al nostro naso anche quando non ne siamo consapevoli, ed ha il potere di commuoverci, allo stesso modo l’esistenza delle emozioni ci tocca e ci avvicina al capire quei concetti che tanto ci sono sembrati astrusi fin da quando ci sono stati nominati.
In effetti la nostra mente non è in grado di capire cosa significhi: vita immortale, eternità, spazio infinito…
Non è in grado di capire perché ferma ad una visione “tempo-orologio-centrica” del mondo.
Tuttavia l’emozione scuote in continuazione lo spirito avvicinando la sua comprensione della non-esistenza del tempo-orologio e la comprensione della Vera realtà per il solo fatto di Esistere e di mostrarsi. E’ infatti comune la sensazione che un emozione particolarmente intensa, per quale che sia, duri in eterno. Basti pensare a come ci possiamo sentire perduti in un’eterna sofferenza qualora siamo identificati in un’emozione particolarmente negativa, o che sembri un’eterna felicità quando accade il contrario.
Stiamo in realtà vivendo frangenti spazio-temporali vicini all’immortalità.
L’emozione ci permetterebbe quindi una sorta di brevissima illuminazione, una sorta di “prequel” se vogliamo chiamarla così, sul come sarebbe il vivere in maniera Presente le nostre emozioni, sul significato che potrebbe avere per noi capire che il tempo-orologio non esiste, che il tempo-realtà è relativo alla capacità di essere presenti della nostra coscienza e che può trascendere la velocità del tempo-orologio accelerandola o rallentandola a piacimento.

Giacomo

Marinaio

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In balia delle emozioni

il marinaio è naufrago,

palla da biliardo

sul tavolo non suo,

complice del suo ozio

l’esser là senza remi.

Perchè sei partito,

mi chiedo, se stai come me?

Oggi dormo randagio:

non ho un tetto

e tutto mi piove.

Giacomo

Il vino che piangeva

Era l’ultimo giorno di lavoro in cantina. Già negli ultimi tempi  si respirava un’atmosfera particolare, tutto sembrava aver perso quell’entusiasmo e quella vitalità che avevano contraddistinto l’autunno. Gli sguardi erano spenti, le galline non beccavano più e persino i sassolini depositati lungo i marciapiedi non venivano toccati. Quella mattina però tutti furono sorpresi da un singolare evento. Le botti di legno, accuratamente riposte, impilate nella barricaia, gocciolavano in maniera insolita. Non si trattava di vino però, pareva che piangessero. Vennero chiamati esperti, luminari per chiarire il singolare evento ma nessuno ne venne a capo. Da quel giorno il vino di quelle botti non fu più lo stesso e conquistò il mondo non perché fosse il più buono ma perché sapeva emozionare come nessun altro.

Si ringrazia dello scritto
Federico Marchinu

Pontelandolfo la campana suona per te

Una canzone che avevo sentito per una sola volta diversi anni fa, in un live su un vhs, ritrovata per caso su YouTube. Una di quelle canzoni che si infilano fra le maglie della mia razionalità e arrivano a toccare il nocciolo più emotivo. Non so perchè una serie di note e le parole sopra riescano a scatenare improvvisamente delle emozioni così intense. Credo che mi sia capitato la prima volta con “Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d’estate…” di Francesco Guccini, mi si inumidiscono gli occhi ogni volta che sento l’attacco di quella strofa. Ma le dolorose storie passate sono patrimonio della vita di tutti, è facile pensare che non sia la canzone in sè ma il ricordo personale che ci si abbina a muovere i sentimenti. Però poi qualche anno fa mi ritrovavo a lacrimare ascoltando “Il Carmelo di Echt” di Battiato e riflettendoci non era la storia in sè, comunque tragica, a commuovermi così impetuosamente ma proprio la musica. E infine stamattina vengo sollevato da “Pontelandolfo la campana suona per te, per tutta la tua gente, per i vivi e gli ammazzati, per le donne ed i soldati, per l’Italia e per il re” e qualcosa nella mia pancia viene sballottato come i bauli che si trasportavano nelle navi durante una tempesta. Non mi sono mai interessato del Risorgimento, parliamo di brigantaggio, di un massacro di soldati piemontesi e una successiva rappresaglia brutale come ce ne sono state tante nel corso della storia… questa non è una commozione di tipo razionale, non è un ragionamento, è qualcosa di incomprensibile legato a quel crescere della musica, a quei colpi di campana che mi esplodono in testa sempre più forti ogni volta che la ascolto. Il perchè questo succeda è per me un mistero.

Niccolò