Roma

Vi mandano via:
è una questione di spazio. Ma
loro non sanno, loro,
dalle camicie bianche e tese
dalla pelle oliva e negra
dai cuori torba e agnello, loro
non sanno che
lo spazio è più grande
immenso: infinito. Che
lo spazio si piega, si curva, li inghiotte.
Li porterà via, come acqua nell’Autunno
di un cesso, via dalla storia,
i politici del pitone. Li masticherà,
maciullerà, dimenticherà. E sarà sangue,
gioia, un attimo: e poi nessuno saprà più dire
il loro nome.
E noi staremo là sopra, ancora, come
sempre. Ancora sopra a quel
carro: a ridere
e a bere. Con la ruota in mano, e il sole
sotto la suola. Senza rivolgergli
neppure il saluto
Lacio Drom. Noi i loro fasci
li inghiottiremo,
masticando piano.

AlexGonella

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Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Chi ha paura dello sfigato?

Oggi non mi sono piaciuta. Per niente.
Chiacchieravo con un collega, ad un certo punto si avvicina un’altra insegnante, che non gode di una buona considerazione sociale all’interno della scuola. Gli altri insegnanti e gli allievi mi hanno fatto capire che è un po’ “strana”, forse non è il suo mestiere, oppure sta attraversando un periodo di sofferenza, non so, ma si vede che non sta bene. Non è una brava insegnante, a quanto sembra. Inoltre, non è una bella donna (secondo i canoni dominanti) e poi è impacciata, vestita con abiti che sanno di vecchio, tristi. Insomma, interpreta il ruolo della “sfigata”.
Ora: come mi sono comportata io nei suoi confronti?
L’ho ignorata. Ho continuato a parlare come se lei non ci fosse, non ho cercato di coinvolgerla nella conversazione fino al momento in cui lei ha attirato a sé l’attenzione in maniera esplicita, rivolgendosi direttamente al collega, per parlare della classe in cui entrambi insegnano.
Domanda scomoda: mi sarei comportata diversamente con una persona non etichettata come “sfigata”?
Risposta ancora più scomoda: sì.
Domanda difficile: perché?
Risposta possibile: perché ho paura di trovarmi nella sua condizione e perché voglio essere considerata positivamente all’interno della scuola e in qualche modo devo aver pensato che parlare con lei non sarebbe stato interessante o, peggio, che avrebbe reso anche me un po’ “sfigata” (non è detto che io non lo sia, del resto).
Conclusione: c’è molto lavoro da fare…

Arianna

Escludere per essere inclusi

Mi sono sorpresa a pensare: “Beh, sono stata brava, hanno preso me su X persone”. Ma quanto siamo miseri, poveri e meschini? Fondiamo la nostra autostima o la stima che nutriamo per gli altri sul fatto di essere stati “inclusi” (in un’azienda, in un percorso di studio a numero chiuso ecc) a detrimento di altri. Proprio così: per ogni incluso ci sono X esclusi e l’inclusione necessita dell’esclusione per venire valorizzata, apprezzata, ammirata. Ma ha senso investire tutte le nostre energie migliori per farci includere e, di conseguenza, per escludere tutti gli altri? Non sarebbe più sensato investirle affinché sempre meno persone siano escluse?
Il punto è: Più persone riusciamo a escludere per la nostra inclusione, più ci sentiamo fighi.
Mi sento male. Improvvisamente mi diventa chiaro che faccio parte anch’io di tutto questo. Chi ci pensa agli esclusi? Che sto facendo per loro?
Siamo forse troppo preoccupati di appartenere alla categoria degli inclusi per occuparcene. Anzi, li evitiamo perché gli esclusi ci ricordano che avremmo potuto trovarci nella loro condizione. È per un battito d’ali là dove c’era una corrente più favorevole o per un sorriso quando stavamo per mollare che siamo seduti a una scrivania, abbiamo dei colleghi, un computer, uno stipendio. Altri sono là fuori ma distogliamo lo sguardo, per non vedere la contraddizione che resta: è indifferente se siamo noi o altri ad occupare un posto di lavoro, all’università, sul lettino di un ospedale. Il problema più grosso non è questo. Il problema è: non ci sono opportunità di lavoro, studio, cure mediche per tutti. E questo problema resta, anche se non ci riguarda in prima persona.

Arianna