Da un’altra prospettiva…

Suona la sveglia.
Un braccio si allunga per spegnerla. La mano trova il cubo, schiaccia un pulsante, il suono cessa.

Tra le mura di un castello antico è scoppiata la guerra. Corro da una parte all’altra come messaggero, su per i viali ghiaiosi, a lato dei muretti di pietra bianca, attraverso i prati ben tenuti dei terrazzamenti della parte est. Poi un suono strano comincia a suonare, e comincia la fine del mondo. Qualcosa accade, tutto viene inghiottito, risucchiato in un vortice. Forse vengo risucchiato solo io. Non so. I miei piedi non trovano più l’appoggio e in una frazione di secondo vengo sbalzato in un altro posto. Mi sveglio in un corpo che sta spegnendo una sveglia, in una mattina di primavera, a Trento.

Il mio corpo si stiracchia, si mette seduto, poi si alza. Si spoglia nudo per poi rivestirsi con dei nuovi indumenti. Il mio corpo scende le scale, la mano apre la porta del bagno, il mio corpo si gira, la mano richiude la porta. Il mio corpo fa la pipì. Poi il mio corpo va in cucina, beve un bicchiere di acqua, riempie il bollitore con dell’altra acqua e la mano preme il pulsante dell’accensione.

Mi ricollego a questa vita con facilità, come se fosse da sempre che accade. Mi ricollego a questa vita, ogni mattina, come se fosse normale routine, abitudine chiara, nitida, come se fosse logico che accada, un’ovvietà. Apro gli occhi e mi riallaccio a questo scorrere del tempo, come se fosse l’unico esistente. Tra i miei ricordi, a differenza dei miei sogni, non c’è traccia d’altro se non di momenti che ho vissuto piuttosto recentemente e con questo corpo, quello assonnato che ha appena spento la sveglia. Eppure in questa breve esperienza di vita fatta ho già appreso che prima o poi arriverà sicuramente un momento in cui non riuscirò più a governare questo corpo, non riuscirò più a muoverlo. Cosa mi accadrà in quel momento? Se il mio corpo morirà io potrò continuare a vivere? E dove?

Giacomo

L’outlet del frammento

Leggo un interessante articolo del New York Times datato 20 febbraio 2011. Parla del rapporto fra diversi tipi di comunicazione web 2.0: Facebook, Twitter e i blog. In sostanza, si dice che il blogging declinerà, abbattuto dai social network che tanto possono comunicare in maniera più rapida e a un maggior numero di contatti, spesso fidelizzati dal fatto di appartenere a una rete di conoscenze personali, non lasciati all’iniziativa singola di accedere o meno a un contenuto blog. Se prima i blog erano «the outlet of choice» per coloro che desideravano esprimere se stessi e condividersi, ora Facebook e Twitter sembrano essere mezzi più efficaci per raggiungere lo stesso obiettivo: in un universo limitato a poche battute, l’istantaneità dell’espressione (lo status o il tweet) è il nuovo paradigma, che soppianta l’espressione elaborata tipica del blogging. Questo ha a che fare con la velocità e con la fluidità, ma soprattutto, a mio parere, con il tempo e con il modo di viverlo tipico delle nuove generazioni, assidue frequentatrici di “effebbì” e Twitter. Il tempo (e le esperienze che racchiude) è qualcosa di frammentario e frammentabile e ogni frammento è degno di essere condiviso, diffuso, dato; è una versione del multitasking, che già aveva cambiato la nostra concezione del rapporto fra cosa e quando. Se il multitasking ci permette di concentrare più esperienze nello stesso frammento temporale, i social network ci offrono la possibilità di ricollocare ogni esperienza nel frammento temporale cui l’abbiamo assegnata e di condividere questo metodo con il resto della nostra rete-mondo. Non c’è (o non si vuole più che ci sia) il tempo fluido della lettura di «lengthy posts». Persino quando vogliamo condividere un link (che è già di per sé una forma di contrazione temporale) su Twitter, il sistema lo trasforma in uno shortlink, una stringa anonima che non ci dice nulla sul contenuto cui stiamo per accedere. Non c’è più bisogno dei blog per connettersi al resto del mondo, la vera necessità è quella di pubblicare rapidi commenti su piccoli frammenti di esperienza, sintesi fra il tempo che scorre e l’esperienza che si raggruma intorno all’istante. La possibile verità è che non sia finita l’era del blogging, bensì che il racconto di sé sopravviva sotto altre forme, o meglio piattaforme. Twitter e Facebook sarebbero allora una forma evolutiva del blog classico, che ci porterebbe ad annunciare l’avvento di un web 3.0 (a meno che non si sia già al 4.0…) in cui le forme della comunicazione si integrano e si dividano socialnetworkianamente il lavoro. Alla fine, anche noi, dopo esserci presi il tempo di scrivere le nostre righe, le linkiamo sulla bacheca o le twittiamo… Noi ci prendiamo il tempo, poi lasciamo che sia il tempo a prendersi il resto, nel suo fluire viscoso di frammenti ed esperienze.

Gianmarco

Voglio solo Vivere

A volte si vive. Non si guarda l’orologio fino alla fine, quando ci si volta indietro e si guarda la strada percorsa. Quanto tempo e’  passato? Tanto, troppo, e’ volato. Eppure, guardando indietro, mi sembra di aver vissuto un anno concentrato in qualche mese. Cio’ che ho vissuto poco tempo fa si colora di giallo ocra, del colore delle vecchie foto, di decine di anni. E’ stato appena 5 mesi fa, ma mi sembra siano passati anni. Perche’? Tanto e’ successo che mi sono ubriacato di vita, ho collezionato tanti ricordi, talmente tanti che hanno occupato cio’ che mediamente era riempito da qualche anno di respiri. Eppure mi ricordo di quando il tempo non passava mai, quando non bevevo dalla vita e guardavo il tutto scorrermi accanto senza toccarmi, con noia, non collezionavo ricordi e alla fine, quando mi giravo e guardavo indietro non avevo nulla in mano, solo aria e qualche mosca. Quale incredibile differenza di intensita’ di vivere mi ha attraversato. Quale maestosa rivelazione il dissetarsi di vita, dalla coppa dell’Esperienza. Fare esperienze, tante, nuove, novita’ per la mia sete, tante senza fine, ancora, ancora, non sono mai sazio, non sono mai dissetato. Voglio solo Vivere.

Giacomo

Foto (by Mr Meezy): Marion Bay, Tasmania

La nuova scena di questa vita che mi accade

La sorella di Bred ha avuto un bambino, e lui, invece, parla con un tono davvero lento, cadenzato, profondo, con uno stranissimo accento degno di questi Tasmani. Mi piace ascoltarlo, ma non capisco tutto di quello che dice.

Tom beve solo soda e gli piace cazzeggiare. Pero’ e’ davvero simpatico.

Matt invece ha fatto ruotare la pressa con le porte aperte, uva dappertutto. Poi e’ rimasto depresso per due giorni di fila.

Chris e’ ovunque, un grillo che salta da un posto all’altro. Quando torna a casa fa il duro e non va a dormire subito, lo ritrova Sam quando si sveglia, lo ritrova addormentato in qualche posto, un giorno sull’amaca, un altro su una sedia, un altro sul divano.

Matty parla, ma secondo me si mangia tutte le parole, non capisco un tubo di quello che mi dice. Io sorrido e dico di si, solo che lui e’ l’enologo…

Ho firmato il contratto di lavoro finalmente, la casa e’ lungo oceano. Una figata.

Night shift significa lavorare di notte, cominciare alle 5 di pomeriggio e finire alle 6 di mattina, tornare a casa, andare a dormire, alzarsi e andare a lavorare. Giusto il tempo per la colazione e salutare il sole.

Sam ha finalmente fatto una connessione Internet. Nel suo vagabondare ha passato un paio di notti in cantina con noi, nella sala di ristoro, o come si chiama, a guardarsi film tutta la notte, o meglio, solo uno ripetuto tante volte, perche’ ogni volta si addormentava, poi si svegliava, tornava indietro al punto in cui si era addormentato, ricominciava, si riaddormentava… Insomma, un lavoraccio che gli ci e’ voluta tutta la notte.

Alle 6 del mattino, aspettando che la pressa finisca il suo ciclo, qui si gioca a football, e i lampadari della cantina hanno paura.

A mezzanotte facciamo pranzo, o cena, o quello che e’, comunque si mangia.

Mi commissionano i caffe’, come se essendo italiano possa farli meglio con la macchinetta automatica che c’e’ in cantina.

Il frigo e’ sempre pieno di birra e drink vari, Claire invece ci fa un meal al giorno, per 10 dollaroni, un affare, almeno lo alterno ai panini.

Daniel e’ tutto il giorno dietro al filtro tangenziale e oggi mi ha rubato un bidone che serviva a me per i miei lieviti.

Andrew e’ alla sua prima esperienza, e pulisce tank tutto il giorno.

Ho visto un sacco di opossum, almeno una trentina, ma nessuno in buone condizioni. Le interiora erano sparse, in ogni caso, sullo sfondo stradale, quindi non posso ancora vantare l’esperienza. Appena ne vedo uno vivo mi potro’ fare un’idea un po’ piu’ precisa di come e’ fatto questo animale.

Cosi’, particolari, cose che accadono, la vita che scorre. E tutto il quadro prende forma di nuovo, la nebbia si dirada e si coimincia a vedere la nuova scena di questa vita che mi accade.

Giacomo