sentirmi ancora, vero

mi arrampico sul mondo
seguendo la principale
il debole si vergogni
qui si cibano le iene.

così iena colmo il vuoto
con quello che trovo,
carcasse, voragine nell’essere
il bisogno di sentirmi amato,
di sentirmi ancora, vero,
debole fragile uomo.

Giacomo

dipinto di Jean Metzinger 1913

Da un’altra prospettiva…

Suona la sveglia.
Un braccio si allunga per spegnerla. La mano trova il cubo, schiaccia un pulsante, il suono cessa.

Tra le mura di un castello antico è scoppiata la guerra. Corro da una parte all’altra come messaggero, su per i viali ghiaiosi, a lato dei muretti di pietra bianca, attraverso i prati ben tenuti dei terrazzamenti della parte est. Poi un suono strano comincia a suonare, e comincia la fine del mondo. Qualcosa accade, tutto viene inghiottito, risucchiato in un vortice. Forse vengo risucchiato solo io. Non so. I miei piedi non trovano più l’appoggio e in una frazione di secondo vengo sbalzato in un altro posto. Mi sveglio in un corpo che sta spegnendo una sveglia, in una mattina di primavera, a Trento.

Il mio corpo si stiracchia, si mette seduto, poi si alza. Si spoglia nudo per poi rivestirsi con dei nuovi indumenti. Il mio corpo scende le scale, la mano apre la porta del bagno, il mio corpo si gira, la mano richiude la porta. Il mio corpo fa la pipì. Poi il mio corpo va in cucina, beve un bicchiere di acqua, riempie il bollitore con dell’altra acqua e la mano preme il pulsante dell’accensione.

Mi ricollego a questa vita con facilità, come se fosse da sempre che accade. Mi ricollego a questa vita, ogni mattina, come se fosse normale routine, abitudine chiara, nitida, come se fosse logico che accada, un’ovvietà. Apro gli occhi e mi riallaccio a questo scorrere del tempo, come se fosse l’unico esistente. Tra i miei ricordi, a differenza dei miei sogni, non c’è traccia d’altro se non di momenti che ho vissuto piuttosto recentemente e con questo corpo, quello assonnato che ha appena spento la sveglia. Eppure in questa breve esperienza di vita fatta ho già appreso che prima o poi arriverà sicuramente un momento in cui non riuscirò più a governare questo corpo, non riuscirò più a muoverlo. Cosa mi accadrà in quel momento? Se il mio corpo morirà io potrò continuare a vivere? E dove?

Giacomo

Dal libro che non c’è…

Urlo di dolore e di rabbia dentro una cella buia e fredda. Perché? In un preciso momento accade qualcosa: una goccia cade sulla mia testa. All’improvviso.
In quel momento mi rendo conto della condizione misera in cui si vive. Soffro. Non riesco più a raccontarmi le solite storie. Cosa succede? Il mondo non mi piace più? Un senso di insoddisfazione implacabile nasce dentro di me. Da quel momento in poi una sete profonda mi arde la gola. E come un animale assetato fiuto nell’aria alla ricerca di una sorgente per placare quella sete mai provata prima. Ma la strada mi è ignota. I miei sensi non sono sufficienti per trovare l’acqua.
Ma ecco che qualcos’altro si muove. Tutto l’universo mi offre una possibilità. E’ in quel momento che posso trovare una guida. Qualcuno che mi indichi la strada. E’ proprio allora che sbatto il muso contro la realtà. La strada per la sorgente non è comoda. E’ un sentiero poco battuto. Stretto. Pericoloso. Poco visibile. Talvolta invisibile. La mia realtà si sgretola come un mosaico che cade a pezzi staccandosi dal muro. Nessun punto di riferimento apparente, nessuna certezza.
Cosa fare adesso? E’ meglio ritornare in quella cella? Là non piove, il pasto è garantito, il letto non è troppo duro, e mi posso anche riposare. E’ una prigione ma non si sta troppo male. Nel cortile ci sono tantissime persone e ognuno ha il proprio numero di cella. Grazie a quel numero ognuno è diventato qualcuno.
All’aperto, invece, in balia delle intemperie non so cosa mi riserverà la strada ancora da percorrere. Il pane quotidiano bisogna guadagnarselo e capita spesso di non incontrare nessuno per molto tempo. Qui non ho un numero, non ho etichetta, non occupo sempre lo stesso posto. Qui non sono nessuno, sono solo me stesso, nudo come madre mi ha fatto. Eppure…
Eppure la luce del sole ed il suono del vento fra le fronde degli alberi ha sostituito la mia buia e umida cella e sono contento di ammirare questo paesaggio ogni giorno. Quando si incontra un viandante è un uomo o una donna con l’iniziale maiuscola. Dolci sono i frutti che posso cogliere lungo il viaggio. Questa è la Vita. Non potevo saperlo prima di averla vissuta.
Ci sono dei giorni però in cui il dolore dei piedi per il lungo cammino e il peso dello zaino mi annebbiano la vista. Mi sorge allora il pensiero di lasciare quel sentiero polveroso, stretto, incerto. Ripenso alla mia cella. Laggiù non avevo male ai piedi ma il mio spirito moriva lentamente.
Voglio sorridere ad ogni giorno che mi viene donato. Voglio lavorare su me stesso, sul mio carattere, sulle mie debolezze, aspettative, difetti. Voglio camminare e rialzarmi ogni volta che cado. Cado ogni volta che mi arrabbio con qualcuno rispondendo male; cado ogni volta che faccio qualcosa in modo meccanico, senza rendermene conto; cado quando sono schiacciato dal dubbio, dalle domande senza risposta.
Voglio confrontarmi, combattere e lottare veramente per i miei sogni, per i miei desideri, per ciò in cui credo, per essere finalmente me stesso! Voglio vivere intensamente, gioire e godere della vita consapevolmente. E’ dura ma non potrebbe essere altrimenti.

Demetrio

Tutto questo non ha senso

Sapete che c’è? C’è che è difficile essere se stessi. Non basta dire sono me stesso perché si inneschi un qualche automatismo. Già c’è una contraddizione profonda, filosofica, nel bisogna essere se stessi. Se c’è imposizione, quale spontanea affermazione del sé può scaturirne? Non basta, si diceva, essere se stessi. Bisogna problematizzare, ossia mettere più corsivi. Quando si decide di essere se stessi, ci si dà un taglio: come vestire, cosa mangiare, come parlare, cosa dire, come e dove andare, da che parte stare, dove sedersi a tavola, che drink bere e via dicendo fino a cosa amare, desiderare, ma soprattutto chi. Quando si dà il taglio, si decide di accettare il desiderio nell’oggetto (soggetto) attraverso il quale si manifesta: non si sceglie di amare un genere o l’altro, si accetta di essere se stessi per quanto concerne la significatività degli altri rispetto a noi. Così, abbiamo messo a posto tutti i discorsi sul gay si nasce o si diventa? Io sono gay, per scelta solo se intendiamo questa scelta come risultato di un progressivo cammino di consapevolezza del desiderio, ossia – ad un livello superiore – se svincoliamo l’essere se stessi gay dal semplicismo dell’azione sessuale e ci volgiamo a considerarla pura e semplice manifestazione di un desiderio rivolto ad un certo tipo di oggetto del desiderio. Ovvero, udite! udite!, anche noi gay amiamo, odiamo, soffriamo, a noi gay piacciono delle persone e non piacciono altre persone; selezioniamo le amicizie, frequentiamo altre persone e a volte formiamo coppie durature o meno durature, e quando siamo single può capitare che abbiamo rapporti occasionali per puro piacere, o tradiamo e siamo traditi; ci ammaliamo tanto quanto, mangiamo le stesse cose, il nostro sangue può essere al massimo di quattro gruppi sanguigni, e via dicendo.

Essere se stessi gay è difficile, perché la facilità è solo delle cose riconosciute come degne di indifferenza. L’attenzione storica sul tema è una continua fonte di problematizzazione, di messa fra corsivi e parentesi, incisi. Si potrebbe problematizzare ciascuna delle azioni (o degli stati) che ho elencato prima, ma ci vorrebbe un’enciclopedia. Credo basti un dizionario, considerato che parole come amare, piacere, amicizia, coppia, tradimento, malattia ecc. sono comuni all’esperienza di molti, gay e non. O sbaglio? Sbaglio?

Quello che non vedo più è la problematizzazione, sempre più l’uscire allo scoperto, il coming out (ben diverso dall’outing, non mi stancherò mai di dirlo, n.d.R.), soprattutto nelle nuove generazioni, è vissuto con una leggerezza che ha una doppia faccia: da un lato, vivaddio, ci si può ora permettere di dire facilmente al mondo sono gay, il tema è sdoganato e il vocabolario pressoché diffuso; dall’altro lato, la leggerezza è spesso una superficialità nel conoscere il significato, il portato di senso che accettare di essere gay porta con sé e che l’essere se stessi gay continua a portare con sé. Voglio dire, quelli che passarono quando passai io, quelli che conosco o di cui conosco l’esperienza, hanno accompagnato la progressiva presa di coscienza del con una (a volte fragile e simbolica, ma pur sempre presente) progressiva ricerca del significato, senso, dell’esperienza di essere se stessi gay nella storia, con una prospettiva critica (almeno in nuce) sul rapporto fra l’essere se stessi gay e l’essere se stessi gay socialmente. Per il volgo, se guardiamo Milk di Gus Van Sant ci incazziamo, non per la storia di un personaggio di un film, ma perché quella storia ci richiama le connessioni fra la storia personale e la storia sociale di ciascuno.

Non voglio dire che se vuoi accettare di essere te stesso gay tu debba farti delle nottate in libreria o un abbonamento al canale dei documentari storici; ma è bene che tu sappia cos’è l’esperienza. L’unica cosa che ci rimane è la consapevolezza, la mancata problematizzazione – come è successo per l’eterosessualità dogmatica – ha portato al maschilismo, al patriarcale, al caimanesimo. Non problematizzare l’essere se stesso gay è un modo per lasciare aperta la porta alla violenza, alla discriminazione, allo schiacciamento delle idee su un piano puramente terreno. E non solo da parte di chi non è come noi, ma soprattutto all’interno di quella cosa che esiste e che non dovrebbe esistere e che noi chiamiamo: la comunità gay.

Non basta dire sono me stesso gay per esserlo sensatamente (cioè, per esserlo).

Gianmarco

Il sapore del maestro

Il maestro trasmette il suo sapere, ma anche il suo sapore.

Il sapere nutre: il maestro sa qualcosa.
Il sapore rende unico, inconfondibile ciò che nutre: il maestro sa di qualcosa.

Il sapere lo trovi presso i sapienti: sanno più di te.
Il sapore lo trovi presso i maestri: sanno, e sono più di te.

Il sapiente insegna ciò che sa.
Il maestro insegna ciò che sa, ma soprattutto ciò che è.

Il sapiente è il cioccolato: ti dà energia.
Il maestro è il cioccolato aromatizzato: ti dà energia, ma quel che resta  – e per molto tempo ancora – è l’aroma.

Le parole che pronuncerai saranno tue; il loro sapore, invece, quello del maestro.

Arianna

 

Ringrazio Ele per le preziose informazioni relative al cioccolato aromatizzato
(quello buono, artigianale)

Dovevo essere…

Dovevo essere… e mi ritrovo a fare il meccanico, togliendo la ruggine con un bruschino da piccoli pezzi di una sospensione di una Datsun 1.6 del 1971, in una fabbrica metalmeccanica di pezzi di acciaio per forni, nei sobborghi di Adelaide.

Dovevo essere… e mi ritrovo la notte di Pasqua avvolto in un sacco a pelo, su una spiaggia chilometrica, con un piccolo fuoco improvvisato, a dormire sotto le stelle.

Dovevo essere… e mi ritrovo a dormire di pomeriggio tre ore rubate nella casa di perfetti estranei.

Dovevo essere… e mi ritrovo in una macchina, alle 6 di mattina, dopo una notte di lavoro duro, fuori da un ostello, aspettando che apra e di poter essere finalmente accolto e dormire un poco.

Dovevo essere… e mi ritrovo seduto a gambe incrociate sul ponte di una nave, con uno stormo di gabbiani che mi circonda.

Dovevo essere… e mi ritrovo sempre da un’altra parte, a fare cose che magari non volevo fare, o non avevo intenzione di fare, o non avevo programmato di fare.

Dovevo essere?

E’ questo il mio viaggio, nel bene e nel male.

…questa la mia vita, la mia avventura.

Lascio che la vita scorra come vuole, mentre io, alzo le vele e mi metto al timone.

Giacomo