Perché sono tornata

Per caso, e per amore, è capitato, qui gli affetti, gli amici più cari.
Per rabbia, nei confronti dell’Italia che va come sappiamo, e io lontana, non ci provavo nemmeno, a cambiare le cose (qualcosa), provavo solo a scappare, solo per me.
DSC_0058_2Per rabbia nei confronti degli italiani che vanno all’estero e poi si vantano di com’è tutto più bello, più facile, più meglio, e disprezzano chi resta, perché evidentemente meno brillante, intelligente, capace, perché – dicono – “se vuoi, puoi, partire, invece che stare, a lamentarti”.
Per rabbia nei confronti degli italiani che vogliono star bene, e se ne fregano di chi rimane, di chi – magari nel piccolo, magari a fatica – ci prova, anche per gli altri.
Per rabbia nei confronti degli italiani che si vergognano di fronte agli svizzeri, ai francesi, ai tedeschi, e quando ti presentano pare quasi una scusa: “Sì, beh… è italiana anche lei”.

A volte me lo chiedo, se ho fatto bene.
Certo sarebbe meno dura, se anche chi va, e non torna, chiedesse: “Cosa posso fare?”.
Perché qualcosa, anche da lontano, volendo, si può.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

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Conversazioni maliane 1/2

Un amico maliano, che vive in Francia da anni ma vorrebbe “un jour ou l’autre” tornare in Mali:

Mi deprimo, sai… ogni volta che torno… mi deprimo. Nel mio paese quando ti viene a trovare qualcuno, la prima cosa che fai è dargli da bere. Subito. E’ normale, è un paese caldo. Ma da qualche anno, ogni volta che vado a trovare la mia famiglia (quando vado cerco di vedere tutti, o quasi tutti)… beh, ogni volta hanno la tv accesa, a tutto volume, non si accorgono nemmeno che sono arrivato. Se provi a parlare, non senti quello che sta dicendo l’altra persona. E spesso sono io che chiedo di abbassare il volume, loro non ci pensano.

E che programmi guardano?

Ma che ne so, cazzate, tipo telenovelas sudamericane, o programmi… stupidaggini… reality francesi, roba così. E alla fine c’immaginiamo che qui son tutti ricchi, come quelli della televisione, e ci mettiamo in mare. In massa.

Beh, ma è un diritto spostarsi alla ricerca di migliori condizioni di vita, no?

Migliori condizioni di vita? Ma tu hai idea di come vivono, qui? Stanno in foyers, 4-5-6 per stanza, non escono mai perché una volta scaduto il visto turistico sono sans papiers, non possono tornare a casa, non possono lavorare… è un casino. Poi qui fa freddo, è buio, non sono abituati! Se sapessero come vivono i loro fratelli, i loro cugini… e invece appena IMG_2290scoprono che abiti in Francia pensano che tu sia ricco, non si rendono conto che magari non riesci neanche a pagarti l’affitto. Io mi nascondo in Mali, sai? Mi vesto malissimo, molto peggio di loro, cerco di non dare nell’occhio… però le ragazze lo capiscono che vivo in Europa, vedono la mia pelle più chiara, il modo di parlare… e subito vogliono farsi sposare, perché s’immaginano chissà che.

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

Tipologia

Tipo che… Oggi a Barcellona nevica.
Tipo che… Non succedeva da trentacinque anni.
Tipo che… Sono qui da una settimana e mi sembrano anni.
Tipo che… Ho ripetuto anni e nonostante ciò suona bene.
Tipo che… Prima di scrivere la frase precedente ho dovuto cambiare le impostazioni della tastiera.
Tipo che… Qui hanno tutti gli accenti acuti.
Tipo che… È come dire che se la pensano acuta.
Tipo che… Talmente tante cose, che non hai più di che scrivere.
Tipo che… Non puoi scrivere di tutto, sempre.
Tipo che… Succede che con troppi stimoli ti ritrai e assumi un atteggiamento blasé.
Tipo che… Conosco Simmel.
Tipo che… L’atteggiamento blasé è quello che ti permette di non essere un turista.
Tipo che… Ti permette di essere un flâneur.
Tipo che… Ho letto molto Bauman.
Tipo che… Diverse cose.
Tipo che…

Gianmarco
o il vostro corrispondente da Barcelona

Che palle

Che palle
palline palloni bocce boccini palloncini mongolfiere aquiloni
noi giovani belli intelligenti web network inglese
buttati di qua e
di là
Ginevra Bruxelles Londra Parigi Tokyo Los Angeles Pechino Sydney
dove vento rimbalzo reazione all’azione
vai esci muoviti non restare qui incastrato tu che
puoi ma
vuoi?

Arianna

Eppur si muove

Questo non sarà un manifesto rivoluzionario. O forse sì. O forse è solo uno strumento di condivisione.
La lotta si compone di fasi.
Nella prima fase, si costruiscono i corpi dei militanti. Ci si esercita, nel caso in cui si pensi ad una rivoluzione fatta con i corpi.
Poi si passa a costruire un codice comprensibile solo a coloro che condividono la lotta. Un alfabeto, o uno strumento di espressione. Anche un blog. Insomma, si pensa alla comunicazione rivoluzionaria. Questo è un passo molto importante per chi, come me, vuole una rivoluzione fatta con il pensiero. Il pensiero per strada.
La fase tre è la guerriglia, e si possono scegliere diverse forme di. Si possono prendere in ostaggio persone, o anche cose, o si possono gambizzare persone, o anche cose (che dovranno avere, evidentemente, delle gambe). Io vorrei semplicemente prendermela sul personale e iniziare ad essere cattivo e a falciare le gambe con il linguaggio, liberare il prato dalle erbacce senza pietà.
Le fasi successive sono la latitanza e la prigionia. La latitanza è la fase principale della lotta. Significa sparire, scomparire alla vista, diventare un mito della rivoluzione, dirigere da lontano, stare a guardare, organizzare il ritorno. Lontano. La lotta esprime il suo potenziale nella distanza. Per questo bisogna cercare di andarsene da questi luoghi, affondare le unghie nelle opportunità fuori.
Infine, farsi prendere, farsi imprigionare. La prigionia è l’essenza della lotta. In essa si esprime tutto il potenziale rivoluzionario della militanza. Chi è costretto a restare, è il totem della rivoluzione. Il simbolo ultimo della militanza rivoluzionaria, il seme del cambiamento.

Almeno, così dicono.

Ho creato un linguaggio che mi appartiene e che mi identifica. Milito quotidianamente attraverso i canali che mi sono concessi e che mi sono concesso. Sto lavorando sulla latitanza. Non garantisco il ritorno e la prigionia.

Io ci provo, comincio da qui.

Gianmarco