Patto di coerenza fb

Leggendo aggiornamenti facebook indago le esistenze. Mi interessa soprattutto vagliare una ipotesi: quella che il proprio profilo fb stia diventando parte integrante del sé.

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Come se la nostra superficie, quello che mostriamo di noi, non sia più solo la pelle, ma anche la nostra epidermide virtuale, il nostro profilo, si chiama esattamente così.

Tutti gli esseri umani necessitano ormai di una certa coerenza tra il proprio sé e lo specchio virtuale fb. E quando si leggono le notizie, quella coerenza si dà per scontata anche negli altri. C’è un patto di coerenza, alla base. Da dove viene? Da dove viene il patto di coerenza tra il nostro interno e il nostro esterno in generale? Perché abbiamo deciso di applicarlo anche al profilo fb?

Giulio

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E.g.

Spesso non basta il contenuto, perché la forma abbia lo stesso effetto.
Fatemi degli esempi.
La forma non basta, ci vuole del contenuto. Una antica retorica e basta.
Fatemi degli esempi.
La forma basta, il contenuto non importa.
La verità, alla fine, è sempre che non gli piaci abbastanza.

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Due volte in un mese. La pioggia dalla stazione a casa. Entrambe le volte, le scarpe sbagliate.

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Il nuovo concetto di accettazione: ti aggiungo su Facebook. La logica del numero è sempre in agguato.
Onori.

Gianmarco

L’outlet del frammento

Leggo un interessante articolo del New York Times datato 20 febbraio 2011. Parla del rapporto fra diversi tipi di comunicazione web 2.0: Facebook, Twitter e i blog. In sostanza, si dice che il blogging declinerà, abbattuto dai social network che tanto possono comunicare in maniera più rapida e a un maggior numero di contatti, spesso fidelizzati dal fatto di appartenere a una rete di conoscenze personali, non lasciati all’iniziativa singola di accedere o meno a un contenuto blog. Se prima i blog erano «the outlet of choice» per coloro che desideravano esprimere se stessi e condividersi, ora Facebook e Twitter sembrano essere mezzi più efficaci per raggiungere lo stesso obiettivo: in un universo limitato a poche battute, l’istantaneità dell’espressione (lo status o il tweet) è il nuovo paradigma, che soppianta l’espressione elaborata tipica del blogging. Questo ha a che fare con la velocità e con la fluidità, ma soprattutto, a mio parere, con il tempo e con il modo di viverlo tipico delle nuove generazioni, assidue frequentatrici di “effebbì” e Twitter. Il tempo (e le esperienze che racchiude) è qualcosa di frammentario e frammentabile e ogni frammento è degno di essere condiviso, diffuso, dato; è una versione del multitasking, che già aveva cambiato la nostra concezione del rapporto fra cosa e quando. Se il multitasking ci permette di concentrare più esperienze nello stesso frammento temporale, i social network ci offrono la possibilità di ricollocare ogni esperienza nel frammento temporale cui l’abbiamo assegnata e di condividere questo metodo con il resto della nostra rete-mondo. Non c’è (o non si vuole più che ci sia) il tempo fluido della lettura di «lengthy posts». Persino quando vogliamo condividere un link (che è già di per sé una forma di contrazione temporale) su Twitter, il sistema lo trasforma in uno shortlink, una stringa anonima che non ci dice nulla sul contenuto cui stiamo per accedere. Non c’è più bisogno dei blog per connettersi al resto del mondo, la vera necessità è quella di pubblicare rapidi commenti su piccoli frammenti di esperienza, sintesi fra il tempo che scorre e l’esperienza che si raggruma intorno all’istante. La possibile verità è che non sia finita l’era del blogging, bensì che il racconto di sé sopravviva sotto altre forme, o meglio piattaforme. Twitter e Facebook sarebbero allora una forma evolutiva del blog classico, che ci porterebbe ad annunciare l’avvento di un web 3.0 (a meno che non si sia già al 4.0…) in cui le forme della comunicazione si integrano e si dividano socialnetworkianamente il lavoro. Alla fine, anche noi, dopo esserci presi il tempo di scrivere le nostre righe, le linkiamo sulla bacheca o le twittiamo… Noi ci prendiamo il tempo, poi lasciamo che sia il tempo a prendersi il resto, nel suo fluire viscoso di frammenti ed esperienze.

Gianmarco

Liberamente in libero corpo

C’è una cosa che non capisco.
Ed è questa: perché alcune mie “amiche di Facebook” giocano a imitare le modelle, pubblicando foto che le ritraggono in pose ai limiti del pornografico? E perché altre “amiche” ma, soprattutto, “amici di Facebook” si prodigano in prevedibili apprezzamenti, moltiplicando i “mi piace” e i commenti su quanto “figa”, “gnocca”, “bona” o più tradizionalmente “bella” sia la fotografata? Perché ci riduciamo a utilizzare Facebook come vetrina per mostrare culi, seni, gambe nude ma anche pettorali, addominali scolpiti, scimmiottando veline e tronisti? Il fatto di mettere in mostra pezzi del nostro corpo deriva dal bisogno di venire rassicurati che sì, suscitano l’effetto sperato, piacciono? Se così è: perché continuiamo a drogare questo bisogno (indotto) invece di provare a liberarcene?

“Sei solo invidiosa, perché non hai bellezze da mostrare”, potrebbe dirmi qualcuno. È vero: anche a me piacerebbe poter esibire un corpo simile ai tanti che appaiono in televisione, negli inserti pubblicitari, sui profili Facebook. Però non voglio assecondare questo desiderio. Non voglio passare i miei pomeriggi in palestra, comprare creme anticellulite o rifarmi il seno. Vorrei invece liberarmi dalla dittatura del modello (modella) da seguire e vorrei smetterla di relazionarmi al mio corpo in maniera strumentale. Il corpo come mezzo per ottenere stima, apprezzamento, riconoscimento, forse anche – ci illudiamo – una pallida parvenza d’amore. Un bel culo, un bel seno, belle gambe, bei pettorali come chiave per aprire la porta del successo sociale e chiudere quella della solitudine, del senso di inferiorità, dell’insoddisfazione. Ma la felicità non è direttamente proporzionale alla bellezza. Se anche riuscissimo nell’impresa di assomigliare al modello, non diventeremmo per questo più felici. La bellezza del corpo non dura per sempre, invecchieremo tutti, ci ammaleremo. Inoltre, pensare la bellezza al singolare è un inganno: ciò che esiste sono le bellezze, molte e diverse, a cui però dobbiamo fare spazio. Perché non proviamo a smantellare i meccanismi che ci incatenano a un certo modello da imitare e da desiderare? Perché non proviamo a cercare la felicità anziché una sola, predefinita bellezza, nella consapevolezza che quest’ultima non è condizione necessaria né sufficiente per raggiungere la prima?

Se vogliamo, possiamo liberarci. E potremmo cominciare da qui. Cancelliamo (donne e uomini) dai nostri profili Facebook quelle foto che ci ritraggono in pose seducenti, come fossimo veline o tronisti, ed evitiamo (donne e uomini) di elogiare i corpi che più somigliano al modello dominante. Poi, quando saremo un poco meno inquinati, proviamo a cercare la bellezza laddove ci dicono che non c’è: nei corpi vecchi, malati, troppo grassi o troppo magri, deboli, sfiniti. “Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia” (e viceversa).

Arianna

Persone che potresti conoscere: Aristotele

L’aristotelica natura sociale dell’uomo sembra rivelare la sua vera potenza quando l’individuo si ritrova in una condizione di solitudine in cui constati il bisogno imprescindibile di condividere i propri pensieri sulle minime inezie del quotidiano, ossia quando egli si renda conto della necessità della comunicazione con un alter significativo. In una tale condizione, ci si scopre logorroici, ci si rivolgono discorsi complicati, immaginando di essere ascoltati da quell’alter la cui mancanza annulliamo, così come neutralizziamo l’associazione fra il parlare da soli e il disagio mentale, seppure temporaneo. Questo è possibile per il semplice fatto che non parliamo mai realmente da soli. Rispondiamo a email sintetiche con prolissi racconti che tendano ad esaurire gli argomenti contemplabili, catene di periodi, sequenzei di discorsi già fatti con se stessi e ricollocati nell’esperienza dell’alter di turno. Si cerca una qualsiasi modalità di connessione alle proprie reti sociomatiche, ecco allora il punto, o uno dei punti: la trasformazione delle nostre vite in esplicite reti di un sistema onnipresente e onnipotente, sempre accessibile, disponibile, raggiungibile, aggiornabile e modificabile secondo le nostre preferenze – ma che conserva preziosi momenti in cui ci sovrasta e sorprende; la trasformazione esplicita dell’esperienza delle nostre vite in rete di vite interconnesse, questo ci ha privato della capacità – o liberato dal bisogno – di saper stare semplicemente soli con noi stessi. La condizione solitaria non racchiude più in sé significati, diviene solo residualità, situazione marginale se non addirittura repressa: attraverso la rete che ciascuno può visionare, commentare, aggiornare e quindi modificare. Il singolo è in grado di controllare i contenuti delle esperienze degli alter, o meglio i contenuti che gli alter hanno deciso di condividere, e commentare, sia esso un commento inerente al contenuto o del tutto avulso, e in questo secondo caso il contenuto principale è solo pretesto per la comunicazione.

L’animale sociale è tale solo in virtù della sua necessità di attivare canali di comunicazione sul maggior numero di contenuti, ossia è sociale se afferma la sua presenza e l’interdipendenza, se vogliamo chiamarla anche connessione, sul sistema di vite che riesce a costruire partendo dall’esperienza di sé e dalla narrazione che sceglie di farne. Così Aristotele si riconnette a Facebook.

Gianmarco

Faccialibro ed i verdoni

Me ne andavo esplorando il misterioso mondo di Faccialibro, quando questo pomeriggio mi sono imbattuto in un giochetto, in una applicazione davvero carina, in cui ci si costruisce la propria cittadina. In sostanza, bisogna fare soldi e con quei soldi costruire case, edifici di ogni genere e quant’altro. Interessante innanzitutto lo schema della vita proposto. Si possono costruire edifici per accrescere la popolazione, altri per accrescere la felicità (materiale) della popolazione stessa, altri ancora per decorare la cittadina. E’ tutto qui, anche nel digitale la gente abbisogna di “panem et circensem” come nell’antica Roma. Ma c’è una cosa anche peggiore e cioè che i soldi virtuali si possono comperare…con i soldi veri! Tramite Visa, paylpal o quant’altro, è possibile acquistare soldi in un mondo fittizio depauperando il proprio conto in banca. E’ buffo. La vita reale è sempre più fittizia e la vita virtuale sempre più reale. E’ come se questi due mondi avessero qualche tempo fa iniziato a convergere ed adesso la differenza non sia poi così netta.

Con il mio lavoro ottengo del denaro (un numero in banca più alto, che non è da nessuna parte e non corrisponde a nulla). Questo denaro però lo posso prendere ad una macchinetta e con quello, se vado dal macellaio, mi da la carne! Per certi aspetto questo ha dell’incredibile, sebbene venga percepito come normale. Ma peggio. Quello stesso denaro che posso utilizzare per comperare della carne, che mi serve per mangiare e vivere, lo posso utilizzare anche per il piacere, per il cinema, per andare a battone, per ubriacarmi con gli amici…insomma, per fare il pieno di emozioni. Questo è il punto: ci cibiamo di emozioni. Di vario genere, ma sempre emozioni. Allora capite bene che, se una realtà virtuale è capace di donarmi emozioni senza passare attraverso la materia e cioè senza darmi, fisicamente, nulla, io sono disposto per quelle emozioni a comperare denaro in un gioco su facebook, utilizzando il mio denaro contante. Il giorno che sarà possibile collegarsi ad un dispenser di piacere con un cavo piantato direttamente nel plesso solare, quel giorno spenderemo i nostri soldi per questo.

Questo Faccialibro non lo sa, questo lo sanno però coloro che guadagnano sul nulla. A chi vanno infatti i miei soldi quando compro denaro, irreale a non coniato da nessuna banca, su facebook? Chi li guadagna? Cerco le risposte. Certo è che, nel frattempo, se il faccino che indica lo stato di benessere del mio popolo fittizio è triste…quasi quasi…il denaro virtuale lo compero. Così qualcuno mi pianta un palo nel culo, con una musichetta innoqua ed una faccina disegnata a mo’ di cartone animato, assai triste.

Giulio