Ci riempiamo la bocca

Ci riempiamo la bocca
nei pranzi della domenica
di grassi animali
e parole
come “meglio”, “migliorata”, “neanche
a paragonare”.

Prima peggio:
ma ora?
Abbiamo la forza
di perdonare i più fortunati
che si lamentano
del caldo e del freddo, della gente
senza rispetto?

Davvero possiamo
lasciar andare la rabbia
e il desiderio
dolente
d’una famiglia la domenica,
con due figlie adulte?

Foto: Torino (Cavallerizza) 2017

 

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Auguri

Non so come funzioni, con gli auguri.
Se uno può davvero
le cose
che più di tutto.
Oppure se, anche con gli auguri,
bisogna andarci cauti,
per non rischiare l’indifferenza del troppo.
Ché a quel punto diventano solo parole
così, tanto per.
Ecco, no, io vorrei farti un augurio bello
cicciotto, con un peso pesato,
performativo.
Vorrei dirti parole capaci
di realtà – come minimo –
immaginaria.
Con un po’ di paura
di ferirti, e poi irritarti,
o di irritarti, e poi ferirti,
ti auguro allora
una pausa
dalle voci cattive,
una pausa
dai pensieri, le crisi, la testa
piena, le gambe stanche, la rabbia
che ti rende a volte molto a volte poco
dura, pungente, attorcigliata.
Una pausa lunga
quanto basta
per farti sospirare e buttar fuori
tutto ma anche solo qualcosa,
un po’, insomma,
lontano,
quanto basta.
Una pausa per te,
e per noi,
una pausa
per stringere forte, con due braccia,
queste piccole
piccole cose.

Arianna

Piccola violenza domenicale

Montagna, neve, una domenica come le altre. Un rifugio lassù, più o meno lontano a seconda delle gambe di ognuno. Fuori dal rifugio, una famiglia. Mamma, papà e tre bambini, il piccolo che razzola intorno alla madre, i grandi che cercano la pendenza perfetta per scaraventarsi giù col bob dalla breve discesa.

Mamma e papà, donna e uomo, siedono su uno slittino. Pare mangino qualcosa. I bimbi trovano il pendio, oltre lo steccato. La neve è bianca, inondata di sole. Si preparano a partire e due voci li rincorrono.

Mamma dice: non di là – attenzione – pericoloso – cadere – caduta – ripido!

Papà dice: buttatevi – forza – dai dai – tienilo – mollalo – vai!

È a questo punto che la donna, seduta accanto all’uomo e sotto i miei occhi, si gira verso di lui e di scatto lo afferra per l’orecchio, glielo torce.

È un attimo, finisce subito.

L’uomo fa finta di nulla, il padre è più zitto di prima.

Una piccola violenza famigliare domenicale, una violenza da nulla, su cui soprassedere.

Papà insiste: tre, due, uno…!

 

Giulio

I parenti e i serpenti

Scena 1
La mia coinquilina ha 24 anni e un debito di 30 000 euro, che dovrà rimborsare a partire da ottobre. Si è laureata, ma non ha ancora trovato lavoro. E’ preoccupata: “Qualsiasi cosa succeda, da ottobre dovrò dare alla banca 600 al mese… ti rendi conto?”
“Eh, insomma…”
“Ma sai qual è la cosa che mi fa più rabbia?”
“…”
“E’ che avrei potuto evitarlo!”
“Ah sì?”
“Sì, perché mio padre non avrebbe avuto problemi a pagare le tasse universitarie… e invece ha preferito che mi indebitassi”.

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Scena 2

Un amico maliano mi confida che quest’anno non tornerà in Mali, perché non se lo può permettere.
“Eh, immagino che il volo costi parecchio…”
“Mah, alla fine neanche più di tanto… non è certo quella la spesa maggiore”
“…?”
“Beh, la spesa più grossa è quella per i regali. Quando si torna, bisogna fare dei regali a tutti”
“Intendi alla famiglia?”
“Sì, alla famiglia. Ma da noi la famiglia non finisce mai…”

Arianna

Foto: Provenza 2013

Famiglia

Quando uno di casa, intimo, viene a mancare, muore,
crea un vuoto così grande e naturale
che chi resta, per forza di cose,
è come attratto da una forza centripeta
su quell’assenza.
La mancanza svela il possibile,
mostra l’insperabile.
Su quel vuoto ci si riconosce famiglia.

************

In coda,
per entrare all’interno del Giardino del Requiem eterno.
Come quando c’è la coda al supermercato.
Come quando in ospedale c’è sovraffollamento per le nascite.
Cappotti grigi e neri in attesa tra auto e corone di fiori,
ciascuna che racchiude un dolore privato,
una mancanza,
un vuoto che non si colmerà più.
E sulla soglia di ingresso,
tra chi entra e chi esce,
l’incrocio di sguardi tra sconosciuti
portatori di dolori diversi
abitati dall’unico dolore.
Ci si riconosce famiglia.

Nadia

Tout le monde travaille

“Ho scelto questa casa di cura perché è vicina al metrò, speassenzaravo che i miei nipoti sarebbero venuti a trovarmi… beh, no! Lavorano! E i miei figli, pure! Tout le monde travaille…”.
Madame E. sarebbe molto più contenta se fossero i suoi nipoti a portarla a spasso. Invece, me ne occupo io.

***

“Quando torni?”, mi chiede mia nonna.
“A Natale”
“Fino a Natale stai lì? Non puoi tornare prima?”
“No, nonna, devo lavorare, ho delle cose da fare qui…”
“E cosa fai oggi pomeriggio?”
“Vado da Madame E.“.
Mia nonna sarebbe molto più contenta se fossimo noi nipoti a occuparci di lei. Invece, deleghiamo a un’altra persona.

Oggi non ho voglia di andare da Madame E.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase