Un amore felice

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Uno di quelli di poche parole. Poche, ma ripetute: “Amore?” “Amore!”, e han già detto tutto.
Uno di quelli canterini, che cambiano i testi delle canzoni e cantano cantano canticchiano, anche se stonati.
Uno di quelli che, se sanno fischiare, fischiettano pure.
Uno di quelli che si raccontano in due, io e te, ma in pubblico diventan timidi, e tutti rossi.
Uno di quelli che si scrivono su bigliettini da nascondere nei cassetti, in frigo, sotto al cuscino.
Un amore di quelli con la testa appoggiata, attorcigliati per farsi più piccoli e chiedere: “Mi porti con te?”.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

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Eppur sei sazio, bambino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai gola dolce principe
di ciò che ti offre la tavola,
eppur sei sazio, bambino,
che la pancia ti scoppia.

Qual è il mostro, mi chiedo,
che ti spinga così oltre,
che non ti permetta di fermarti
di renderti conto che sei felice.

Così insaziabile nel delirio
divori ciò che non dovresti;
ti ritrai Adamo nell’incubo,
tra i denti la tua vita.

Giacomo

Insospettabili felicità

Osservo il mio coinquilino, studente di ingegneria di 21 anni, e mi rattristo.
Partenza al mattino alle otto precise, sessanta minuti di metro nell’ora di punta (quindi gomitate, caldo afoso anche d’inverno, lamentele continue e sbuffi), dieci minuti a piedi in una zona industriale alla periferia di Parigi, lavoro al computer per otto-dieci ore, dieci minuti a piedi nella stessa zona industriale alla periferia di Parigi, sessanta minuti di metro (sempre nell’ora di punta), una cena frugale a base di scatolette e schifezze surgelate, poi di nuovo davanti al computer, giochi di ruolo in 3D, sfide con nemici virtuali fino a mezzanotte, poi a dormire.
“Come va?”, gli chiedo quando lo incrocio in cucina.
“Benissimo!”, risponde lui raggiante.
“Davvero?”
“Ma certo, sto benissimo! E tu?”

Insomma, il mio coinquilino si reputa felice.
Chi l’avrebbe mai detto.

Arianna

Mi preparo, infine, più nudo.

Guardo il monitor, mentre pigio incerto i tasti su questa tastiera, diventata purtroppo più famigliare di una penna. Vicino a me ci sono pile di vestiti, di carte e di libri. Manco in questo Natale sono riuscito a fare un po’ di ordine in camera mia. A volte scrivere qui ciò che sento dentro di me è più difficile di quel che sembra. Perché a volte non ho il coraggio di scrivere delle mie debolezze e renderle pubbliche, e se proprio devo preferirei farlo sul mio diario, quello che non c’è. Non c’è da qualche anno, da quando sono diventato amico intimo di una tastiera di plastica e di un blog. Non c’era nemmeno prima, quando usavo fogli volanti strappati dai quaderni di scuola lasciati a metà, fogli che conservavo in una teca che oggi non so più sotto quale pila di libri sia finita. La ritroverò quando farò ordine, prima o poi. In queste giornate, con il tempo che sembra scorrere più lento, mi vien quasi da pensare alla mia vita, a quello che è, e se sono veramente contento. Quando sono un po’ giù mi chiedo se sono veramente vivo o se tutto questo sia solo un grande sogno, della durata di una vita. Cose così, discorsi difficili che sembrano quasi tristi tristi, menate. Che ci si faccia il vezzo a vivere lo posso anche capire, come un callo che quando si indurisce ti rende insensibile. Solo non credevo che potesse capitare anche a me.

Natale non l’ho sentito particolarmente quest’anno, è passato veloce, tra un mal di gola e un cosciotto di agnello. Mi chiedo quali aspettative avessi avuto che non si sono avverate…poi sono finito un po’ davanti a un film e un po’ a tavola a mangiare e tutto è filato liscio, talmente in fretta che non me ne sono nemmeno accorto. Ma c’è il capodanno che arriva e il Natale, o l’idea di quello che avrebbe potuto essere, si dimentica in fretta.

Tutto ‘sto pessimismo avrei potuto tenerlo per me. Però, perché nascondervelo? E’ la realtà, è il quello che è delle cose. Noi siamo così e non sempre siamo al massimo, carichi, grintosi, senza dubbi e interrogativi. Non so se siano le nostre stagioni interne che nel tempo di bassa ci riempiono di domande, o se sono le domande che ci condizionano l’umore, però quando capita è bene che sia in una notte come questa, con Sirio che spicca tra le altre stelle brillando forte, come non mai. E’ bene che capiti in questo periodo, dove un anno finisce e ne comincia uno nuovo, perché così possiamo fermarci un attimo, metterci con le spalle al muro e costringerci a rispondere alle domande più scomode, quelle che evitiamo tutto il resto dell’anno.

E’ doveroso tirar qualche somma in questi giorni, anche riguardo al nostro cuore, alle nostre emozioni, alle nostre paure e alle nostre felicità. Così se vediamo qualcosa da migliorare, qualcosa da cui è meglio prendere le distanze, qualche atteggiamento da gettar fuori dalla finestra, possiamo farlo, perché in questi giorni, più che in tutto il resto dell’anno, giace la potenzialità di fare un salto, di fare un cambiamento, di rinascere di nuovo nello spirito del vero Natale o di cominciare di nuovo con il nuovo anno. Anno nuovo vita nuova. Così rimugino oggi sul vecchio, sul passato, sui miei difetti, il mio carattere e la sua parte antipatica. Scelgo quali abiti di me stesso non voglio più indossare e mi preparo infine più nudo, pronto a ricominciare. Fa male in questi giorni, non lo nego, e mi sento un po’ a terra, tante domande, forse troppe, ma poi starò meglio, son piccole pulizie di casa che van fatte, piccole grandi fondamenta della mia casa di domani.

Giacomo

è lei, Primavera

Senza parole e senso
lacrime contorta
anche lei,
come tante
ma come tutti,
quando è.

Così in quei frammenti
l’abbraccio,
la stringo
che la spezzo
o gli spacco via il dolore,
quando è.

Sempre così,
dall’inizio credo,
un consolarsi continuo
straziante
da soli o in tanti,
irrimediabile
tristezza.

Non è verosimile
che sia condanna,
perforazione di massa.

La siepe è di rovi densa
che m’accuccio
un raggio vince lo spesso e passa
ed ecco dietro una valle,
– passi –
sorrido,
è lei, Primavera.

Giacomo

Già nuvole sul sole

Anni che non riesco,
le ho provate tutte!
Perchè è così difficile
catturar solo una mosca?

Anni che mi agito
quaggiù nell’ovile
cocciuto nell’intento
mai portato a segno.

Forse è più facile
l’esser contenti,
che mi fa ridere
che sembra non esista.

Tale la mia natura
che con l’arco teso
mi dimentico del centro
già nuvole sul sole
e mi guardo i piedi
il cielo sopra la testa.

Giacomo

Liberamente in libero corpo

C’è una cosa che non capisco.
Ed è questa: perché alcune mie “amiche di Facebook” giocano a imitare le modelle, pubblicando foto che le ritraggono in pose ai limiti del pornografico? E perché altre “amiche” ma, soprattutto, “amici di Facebook” si prodigano in prevedibili apprezzamenti, moltiplicando i “mi piace” e i commenti su quanto “figa”, “gnocca”, “bona” o più tradizionalmente “bella” sia la fotografata? Perché ci riduciamo a utilizzare Facebook come vetrina per mostrare culi, seni, gambe nude ma anche pettorali, addominali scolpiti, scimmiottando veline e tronisti? Il fatto di mettere in mostra pezzi del nostro corpo deriva dal bisogno di venire rassicurati che sì, suscitano l’effetto sperato, piacciono? Se così è: perché continuiamo a drogare questo bisogno (indotto) invece di provare a liberarcene?

“Sei solo invidiosa, perché non hai bellezze da mostrare”, potrebbe dirmi qualcuno. È vero: anche a me piacerebbe poter esibire un corpo simile ai tanti che appaiono in televisione, negli inserti pubblicitari, sui profili Facebook. Però non voglio assecondare questo desiderio. Non voglio passare i miei pomeriggi in palestra, comprare creme anticellulite o rifarmi il seno. Vorrei invece liberarmi dalla dittatura del modello (modella) da seguire e vorrei smetterla di relazionarmi al mio corpo in maniera strumentale. Il corpo come mezzo per ottenere stima, apprezzamento, riconoscimento, forse anche – ci illudiamo – una pallida parvenza d’amore. Un bel culo, un bel seno, belle gambe, bei pettorali come chiave per aprire la porta del successo sociale e chiudere quella della solitudine, del senso di inferiorità, dell’insoddisfazione. Ma la felicità non è direttamente proporzionale alla bellezza. Se anche riuscissimo nell’impresa di assomigliare al modello, non diventeremmo per questo più felici. La bellezza del corpo non dura per sempre, invecchieremo tutti, ci ammaleremo. Inoltre, pensare la bellezza al singolare è un inganno: ciò che esiste sono le bellezze, molte e diverse, a cui però dobbiamo fare spazio. Perché non proviamo a smantellare i meccanismi che ci incatenano a un certo modello da imitare e da desiderare? Perché non proviamo a cercare la felicità anziché una sola, predefinita bellezza, nella consapevolezza che quest’ultima non è condizione necessaria né sufficiente per raggiungere la prima?

Se vogliamo, possiamo liberarci. E potremmo cominciare da qui. Cancelliamo (donne e uomini) dai nostri profili Facebook quelle foto che ci ritraggono in pose seducenti, come fossimo veline o tronisti, ed evitiamo (donne e uomini) di elogiare i corpi che più somigliano al modello dominante. Poi, quando saremo un poco meno inquinati, proviamo a cercare la bellezza laddove ci dicono che non c’è: nei corpi vecchi, malati, troppo grassi o troppo magri, deboli, sfiniti. “Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia” (e viceversa).

Arianna

Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Chi può aspirare alla felicità? Magritte.

Ceci n’est pas une pipe?

No, no, non è una pipa, concordo. Non parlarmi in francese comunque, che non lo so (lo imparerò ben prima o poi, è nella lista di cose che voglio fare), o se non altro non di pipe te ne prego! poi, secondo, che tu disegni un disegno e mi dici che il disegno non è una pipa e mi dici che è arte concettuale…Scusa, ma è una barzelletta, concettuale, sì, ma sempre una barzelletta. Oggi le pipe, come dire, non sono così interessanti, se non davanti ad una stufa, reali e piene di tabacco. L’arte amo usarla per esprimere. Tipo adesso sembro incazzato. Forse. Però mi sono espresso. No? Scusa Magritte, non volevo essere rude, ma mi serviva un incipit che non c’entrasse col discorso.

Due tizi che parlano di…

-Ma come fa quello ad essere felice?
-Non so, proprio non saprei dire, al suo posto, io, probabilmente, sarei davvero depresso. Non uscirei di casa o penserei al suicidio, ogni giorno una tragedia.
-Eh si, quelli come lui ce l’hanno dura a vivere, ad essere felici. E’ impossibile che possano essere contenti come una persona normale.
-Hai proprio ragione, poveretti. Li compatisco proprio. Sono davvero sfortunati.
-Noi sicuramente ce l’abbiamo più facile, abbiamo una felicità più duratura, meno altalenante. Lui al massimo può vivere sprazzi di felicità, godere per delle sciocchezze e poi ripiombare nella depressione. D’altronde si ritrova nella condizione che si ritrova, di più non può aspirare. Non può pretendere di essere felice.
-Hai proprio ragione.

E qui interviene la voce narrante.

-Scusate, piccoli miei personaggi, ma se fate delle dichiarazioni così, anche se non si capisce di chi parliate, mi fate arrabbiare non poco. Potrei tornare indietro, e col tasto canc-edit, cancellare i vostri pensieri, mettervi in bocca parole che non pensate, o farvi camminare nudi da qui a Mosca circondati da 1000 persone che vi tirano sassi. Ricordate che su questo foglio decido io!
-Perchè, che abbiamo fatto di male?
-Beh, state disquisendo che chi è meno fortunato su qualsivoglia aspetto della vita è pure sfigato al punto che non può aspirare alla felicità. Come potete essere così presuntuosi da dire ad un altro, o solo pensarlo, che non può aspirare e raggiungere la felicità? Non sono forse mille le strade che a lei conducono? Probabilmente la sorte ha chiuso a voi, rendendovi fortunati, tante più strade per raggiungere la felicità quante non ne abbia invece aperte a loro, con il fatto che sembra così avverso e con la realtà che si ritrovano a vivere ogni giorno. Non pensate?
-No. Noi ci sentiamo più felici di loro. E loro non possono essere felici come noi.
-Puoi ripetere prego?
-No, meglio di no, grazie, ci ho ripensato mio autore. Poi sei tu che ci scrivi le battute, quindi…

Giacomo