Perché un figlio

Perché un figlio – chiedo
come perché
perché proprio
un figlio, perché?

Beh ovvio: la natura, la biologia,
e poi tutti ormai
adesso, forse
possiamo, non sempre potremo,
per essere felici,
perché più felici con.

Un figlio perché la cultura,
il sistema sociale,
per non morire
accartocciati senza
nemmeno uno sguardo
a fare caldo attorno.

Un figlio perché terrorizza
il vuoto davanti,
per lasciare qualcosa
come scudo
contro il male del mondo.

Un figlio perché i nonni,
la stanza già pronta,
per chiudere la porta
e parlare soltanto
di pappa, cacca, nanna.

Un figlio per tornare bambini,
per crescere ancora,
per aprirci
a terribili cose possibili,
per non pensare
ai sette miliardi umani,
al clima che cambia,
per tenere tutto piccino
dentro a una mano.

Un figlio per avere
una creatura nuova
che esiste,
non dà spiegazioni,
per sentire insieme
fortissima paura e poi
qualcosa di sottile, simile
a una carezza.

Foto: Gegio

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Nascita (6)

Lasciar spazio all’inatteso come una cicatrice di 12 punti

Naturale violenza primordiale

In precario equilibrio tra la vita e la morte

DSC_0243_2Scoprirsi genitori non per atto di volontà ma per accettazione

Scoprirsi genitore e riconoscersi intimamente figlia

Lasciarsi nascere nuovamente

Accogliere il limite della vita

E di questo farne la propria felicità.

 

 

Nadia

 

Nascita (5) – Mettersi un estraneo in casa

Una donna, mamma di due bimbi:
“Io lo dico sempre ai miei figli, che non è obbligatorio né sposarsi né metter su famiglia! E lo penso davvero… diventare genitori… non è per tutti. Un figlio, una figlia può venir fuori… come non te l’aspetti… può anche non c’entrare niente… Alla fine è… è come mettersi un estraneo in casa”.
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Arianna

Foto: Mosca 2012

Conversazioni maliane 2/2

L’altro giorno ho chiamato mia madre; mi ha chiesto “Sai che tua sorella ha partorito?” “Quale sorella?”… ed era la mia sorella maggiore! Ti rendi conto? E’ il settimo figlio! Mi sono talmente incazzato che non l’ho neanche chiamata. Di solito si danno dei soldi, o almeno si chiama per fare delle benedizioni al bambino, per augurargli una lunga vita…

Come mai ti sei incazzato?

Eh, perché continua a sfornare figli, ma non ha neanche finito di costruirsi la casa, è ancora in affitto! L’anno scorso a causa del colpo di stato e dei disordini non ha ricevuto lo stipendio per diversi mesi, abbiamo fatto tutti dei sacrifici per darle una mano… però ora basta! Ancora un altro bimbo da mantenere?

E il marito?

Il marito è un cretino, guarda, io proprio non lo sopporto. Un paio d’anni fa aveva fatto un grosso affare, aveva un po’ di soldi… e invece di finire la casa, ha pensato di prendersi una seconda moglie! Dopo un anno però, quando le cose cominciavano ad andare male, lei ha divorziato, perché ha capito che non era ricco per davvero. Vabbè, le donne materialiste esistono dappertutto… ma lui! Ti rendi conto di come ragiona? E poi ogni tanto mi chiama – sempre per chiedermi dei soldi, ovviamente – “fratellone fratellone”…
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Ma perché tua sorella non divorzia?

Mah, sai, è la prima moglie, e poi una donna divorziata non è ben vista… ci sono ancora queste idee così. Per esempio, se una coppia non ha figli, si dà subito la colpa alla donna, e si consiglia al marito di prendersi un’altra moglie. Molto più giovane, naturalmente. Mia madre ogni volta che torno mi propone qualcuna, ma sempre giovanissime, minorenni addirittura. E, quando le faccio notare che sono delle bambine, lei ribatte: “Meglio, così le plasmi come vuoi”. Capito? Ed è mia madre che lo dice!

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

Generare o non generare

E’ una questione che emerge, non da tanto. Fino a qualche decennio fa, non c’era neanche da porsi il problema. Sarebbe stato assurdo come chiedersi se permettere al cuore di battere o impedirglielo, come se la cose dipendesse da noi.

Ora invece è una domanda, non retorica, sebbene la pressione sociale verso la genitorialità come strada obbligata resti fortissima, soprattutto nei confronti delle donne. Chi dichiara di volere figli, non deve per forza motivare, giustificare la propria scelta. Al contrario, chi non desidera figli è spesso costretto (perché subissato di domande) a fornire spiegazioni, ragioni, a rivelare “dove sta il problema”. Come se fosse un problema, appunto, il fatto di non desiderare d’esser madri. (Tra parentesi: nel caso degli uomini che non vogliono diventar padri mi pare prevalga una pressione sociale meno violenta).

Un’amica è incinta, e dopo aver passato i primi tre mesi con forti nausee, ora soffre di sciatalgia. Un’altra ha partorito due gemelli dieci anni fa, e da allora ha problemi di schiena. Un’altra ancora mi confessa che, se dipendesse solo da lei, resterebbe incinta in continuazione, perché “è una cosa fighissima”.
Insomma: dipende.

Così come chi nasce: dipende. Tantissimo. Ci son quelli che dormono, quelli che proprio no, quelli sani, quelli che nascono malati o che si ammalano dopo. Quelli che da adolescenti rinfacciano ai genitori la fatica di averli messi al mondo, quelli che fanno di tutto per andarsene, da questo mondo, e a volte ci riescono. Ci son quelli bene o male sereni, e contenti di esserci. Dipende. Da tante cose e non solo né principalmente dai genitori, né dalla madre, come ancora troppi credono, e predicano. Dipende anche dalla fortuna e dalla sfiga o, detto diversamente, dal caso. Dall’insegnante che trovano, dal gruppo dei pari, dal fatto se saranno considerati belli o brutti durante l’adolescenza, dalle loro materie preferite e inclinazioni, e dalla coincidenza di queste ultime con le competenze valorizzate dalla società in cui si trovano. Insomma, dipende.

Ecco, io credo che di fronte a questo “dipendismo” sia sbagliato (termine forte, lo so) convincere chi non vuole figli ad averne. Perché essere genitore significa accogliere quello che viene per tutta la vita: può andar bene, ma può anche andar male. E quindi bisogna sentirsela.

Arianna

Ho già l’età

Trent’anni. Anno più, anno meno.
Chi si sposa, chi fa un figlio, chi compra casa, chi si realizza professionalmente.
E poi ci sono quelli in attesa: del lavoro, del periodo, dell’incontro, della guarigione.
“Alla mia età si dovrebbe… Ho trent’anni eppure… Gli altri già…”.
E’ difficile non cedere al sentimento di aver fallito, perché una vita “non ancora” sembra indegna, se misurata con il metro del successo sociale. Ma c’è un pensiero più doloroso del “non ancora”, ed è il “per ora”: per ora, sopravvivo. Per ora.

Arianna

Speranza di vita

Madame E. non se la passa poi male. E’ vecchia, certo, ma non malata. “Non ho dolore da nessuna parte”, ripete, quasi per convicersi che, in fondo, sta bene. Eppure, anche se nessuna sofferenza la tormenta, i suoi passi sono incerti, affaticati. Esce solo in carrozzella, altrimenti detta “voiture“.
Abita in una casa di cura, nel suo quartiere di sempre: stessa linea di metrò, un paio di fermate più in là. Si mangia bene – dice – e le infermiere sono gentili, però Madame E. si annoia: “Vuoi sapere cos’ho fatto stamattina?” “…” “Niente” “Niente?” “Niente”. Poi ci ripensa: “Beh, ti ho aspettata”.
La memoria, ogni tanto, la tradisce: “Non sapevo che saresti venuta oggi!”, esclama quando mi vede comparire nella sala comune. “Oggi è mercoledì? Allora sì, è giusto, ti avevo detto mercoledì, in effetti. Ah, ma lo vedi? Non ho più niente qui, niente di niente!”. Una testa vuota, così si sente.
“Allora, andiamo? Ce l’hai la voiture?”.
Fuori, al parco, incrocio gli sguardi di altre donne, mamme, con i loro bambini nei passeggini. Io invece non ho figli, e porto a spasso Madame E.
“Non voglio vivere fino a cent’anni”, mi dice, e pare quasi una supplica, come se mi stesse chiedendo di prometterglielo, di rassicurarla che no, non la obbligheremo a restare.
“Nemmeno io voglio vivere a fino a cent’anni”, penso.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

Riprodurre l’esistente

Ad un certo punto (com’è, come non è) la gente si sposa e si mette a far figli. Et voilà: “Si sono sistemati”.
Ora forse risulterò antipatica (lo dico prima così poi potrò dire “L’avevo detto”, cosa che fa sempre piacere) ma a volte ho questa impressione: riproduciamo l’esistente. E basta. Senza fare il minimo sforzo di cambiare ciò che non ci piace.
Per esempio, ho sentito un giovane sposo, ansioso di diventare padre, esclamare: “Ma perché devo pagare tasse così alte per sostenere i disoccupati? In questo modo, limito il mio futuro per il presente degli altri!”.
Ecco, a me viene proprio voglia di rispondere: “Sì, mio caro, proprio così. Perché il presente (leggi: altri esseri umani) esiste, il futuro non ancora”. E quindi, a prescindere dal futuro che vorremmo per noi stessi e per la nostra famiglia, dobbiamo contribuire a rendere questo mondo un posto più accogliente per tutti (per esempio, riducendo le disuguaglianze economiche e sociali).
Soltanto se manteniamo saldo questo impegno potremo riprodurci un po’ diversamente da come siamo.

Arianna