Il poeta, alla fine, è un vile

Il poeta alla fine è un vile,
‘che gli vien l’ispirazione
di scrivere ciò che è,
‘che gli arriva l’emozione nuda
che gli basterebbe ritrarla,
semplice semplice, sfrondarla delle parole
di troppo, e invece, pauroso
di mostrarsi schietto come la sofferenza,
di dire ciò che prova, su due piedi,
si nasconde tra mille artifici;
nasconde se stesso tra i giunchi
di metafore e paroloni,
prende la poesia e la contorce,
la ritorce, la modifica, la complica
che gli altri non lo capiscano,
non sia mai che lo comprendano,
lontano dal rischio di svelarsi l’anima,
e rimane così difeso e protetto
dietro la paura e il distacco,
con l’aria da colto, superiore,
una bella figura decisamente da artista.

Giacomo

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La vita? me la vivró più avanti, se avrò tempo, ora ho da fare.

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Cera una volta un pescatore. Si alzava molto presto per andare in mare, gettava le sue reti e pescava. Faceva una vita modesta, riusciva sempre in qualche modo a pescare ció che gli serviva per vivere e mantenere la sua famiglia. Ogni giorno, al mattino, tornato in porto vendeva il suo pesce e trascorreva poi il resto della giornata prendendo il sole, leggendo, giocando con i suoi bambini, stando in compagnia di sua moglie. Non era ricco, ma nemmeno povero, era felice.
Un giorno un uomo d’affari venne in città e incontró il pescatore, così, dopo essersi conosciuti l’uomo d’affari esordí:
-Perchè se la pesca va bene non provi a risparmiare un poco? In breve tempo potresti permetterti altre reti, con le quali prendere più pesce e guadagnare di piú. Poi potresti comprare una barca più grande, altre reti, permetterti un paio di persone che ti aiutino. Dopo dieci anni, diciamo, potresti essere diventato abbastanza importante da comprare altre barche, ed espanderti in altri mari, avresti una compagnia bella grande e dopo, diciamo, altri vent’anni potresti ritirarti poco a poco, essere capo di una compagnia che funziona da sola, trovare un buon amministratore, e avere tempo libero per fare quello che tutti vorrebbero e goderti finalmente la vita.
-Dimmi, cosa potrei fare nel mio tempo libero allora? Come mi godrei la vita?
-Mah, vedi, potresti per esempio leggere un libro, avere tempo di stare con tua moglie, giocare con i tuoi nipoti tutto il pomeriggio, stare un po’ al sole…

Giacomo

A contatto con il mistero

A contatto con il mistero

Si parlava davanti ad un fuoco.
Si parlava di come si è abituati a dare per scontate molte cose e di come si è persa “l’abiltà segreta” di credere nelle favole.
P:”Sai, non è difficile, in realtà..”
C:”Di cosa parli? Di proiettarsi un pò più in là del conosciuto?”
P:”Si, non è difficile, C. Guarda questo fuoco, in pochi istanti prende mille strade, ed in questo assomiglia all’universo che noi vediamo. Mille strade in pochi attimi e dove sono collocate, dov’ è questo fuoco? Su pochi rametti di legno. Rametti che a loro volta poggiano su un vasto terreno…”
C:”Si, beh, questo si sa.. che l’universo sia grande..”
P:”Non è solo questione di grandezza, ma anche di “collocazione”, dov’ è l’universo?

Può essere in un punto di qualche cosa? E’ un quesito affascinante perchè non c’è risposta. E’ come se, per forza, la risposta debba trascendere lo spazio stesso. E’ un mistero…”
C:”Io non vedo tutto questo mistero in questo fuoco, è un normalissimo fuoco.”
P:”Ed è questo che frega, caro C, è proprio questo. E’ il dare per scontato che il fuoco ci sia e che danzi come sta facendo anche in questo momento. Capisci? Il fuoco c’è, è qui con noi…. ed è assolutamente incredibile che ci sia!”

C:”Non ti seguo più.”
P:”Perchè viviamo nell’illusione di credere come funzioni il mondo. Ma non lo sappiamo. Abbiamo scoperto alcune leggi scientifiche che ci aiutano a preverede gli spostamenti della materia, ma non sappiamo da dove arriva la materia e così da dove arriva anche questo fuoco….. curiosen, no? E guardandolo intensamente è come…. se raccontasse qualcosa in continuazione, è come se continuasse ad esprimersi e soprattutto è come se non avesse bisogno di una legge per farlo… è libero…”
C:”Caro P, non parlarmi di assenza di leggi, lo sai che dal mio principio di causa- effetto non mi schiodo…”

P:”E allora dimmi queal’è la Causa Prima…”
C:”Emhhh…. io?”
P:”ehehe… tu scherzi, eppure può esserci della verità in questo”
C.”In che senso scusa?”
P:”Nel senso che la realtà potrebbe essere molto più simile ad un sogno fatto di favole sognato da un Sognatore e noi…. beh…. siamo i Suoi Occhi, le Sue Mani, le Sue Braccia, cioè la Sua Possibilità per percepirsi.”
C:”Questa è bella: Noi siamo la possibilità di dio di percepirsi. Intrigante!”

P:”Quello che voglio dire caro amico mio è che siamo immersi in un profondo mistero le cui verità ci danzano intorno e respirano insieme a noi. Dovremo piantarla col dare per scontato anche il filo d’erba, anche la più insignificante delle cose, per non parlare delle emozioni….. e di tutto ciò che non si vede.”
C:”Ahhhh, con te non è mai finita P, vedi aperture dappertutto, e mondi, e …”
P:”Vedo poco C, ma ne sono consapevole”.
“Vedo quanto mi basta per credere che ci sia molto di più.”
“E amo, amo follemente questo brodo in cui siamo immersi e che ci invita… a…”
C:”Alla ricerca..”
P:”Alla ricerca…. e a non dare per scontate le cose, gli eventi e le persone”
C:”Mi piace parlare con te P”

  • P:”anche a me piace parlare e stare con te C”.

    Raji

La società

Qualche anno fa ho scritto qualche verso in riferimento alla società. Rileggendoli, mi sono fatto un grande sorriso e ho deciso di condividerli con i lettori di questo blog.

La società è un pupazzo che cerca di tenere insieme le persone.

Coloro che rispettano

tutti i suoi dettami,

non hanno trovato un punto d’incontro,

ma forse uno specchio e della loro immagine si sono imprigionati.

Così il mondo, il teatrino dei pupazzi,

che rinnova le scelte e le trasforma in diritti e doveri,

che elimina i sogni mutandoli in aspirazioni finalizzate,

e che vela le emozioni dietro il sipario..

..si fa gioco dell’energia, dei colori e della grandezza dell’universo.

…fai la cazzata ogni tanto! Gira lo specchio e trova te stesso in quello che sei e NON…

in quello che vedi riflesso!

Raji

Il magico chicco di riso e la bacinella gialla

Il magico chicco di riso era sparso tra un’infinita di altri piccoli chicci di riso a lui molto simili, in apparenza. Nel grande vaso in cui albergavano, insieme, era davvero difficile riconoscerlo, notarlo, vederlo… il “povero” e magico chicco di riso. Un bel dì, una grande mano che orbitava lì intorno, afferrò un chicco di riso in modo del tutto “casuale”, ed era proprio il magico chicco di riso! Lo ripose in una bacinella, gialla, del tutto vuota.

Ora era, finalmente, visibile… e la sua presenza donava bellezza anche alla bacinella.

La bacinella chiese al chicco:”Chi sei?”

Il chicco rispose:”Non saprei proprio. Sono senz’altro piccolo perchè tu sei grande e mi contieni.”

La bacinella disse allora:”Anch’io non so chi sono e sono senz’altro piccola perchè quella grande mano quando mi afferra mi contiene.”

Il chicco:”Perchè hai questa forma?”

La bacinella:”Non ricordo di averla scelta, ma tu… sai dirmi per caso dove siamo?”

Il chicco:”Vicino a molti altri chicchi all’interno di un vaso dalle dimensioni più grandi delle tue, appoggiati su un’enorme tavolo”

La bacinella ribattè con tono sorpreso:”Più graandi delle mieee?..perbacco!…….Tu credi in Dio?”

Il chicco.”Nella grande mano vuoi dire?”

La bacinella:”Noooo, in ciò che ha creato la mano intendevo dire..”

Il chicco:”Non so proprio a cosa ti riferisci con la parola Dio, forse al tavolo su cui siamo tutti appoggiati?”

La bacinella.”Ma nooo, ciò che ha creato anche il tavolo..”

Il chicco:”Non so chi sono, non so dove sono e perchè ci sono, non so Chi o Cosa sia Dio e se esista, tutto ciò che so.. è che sto parlando con te e sei mia amica..”

La bacinella:”Sono felice che tu sia dentro di me..”.

Raji

Un’altra lettura per la crisi

La mentalità antica si è formata da una grande superficie chiamata cattedrale: ora si forma su un’altra grande superficie che si chiama centro commerciale. Il centro commerciale non è soltanto la nuova chiesa, la nuova cattedrale, è anche la nuova università. Il centro commerciale occupa uno spazio importante nella formazione della mentalità umana. E’ finita con la piazza, il giardino o la strada come spazio pubblico di interscambio. Il centro commerciale p l’unico spazio sicuro e quello che crea la nuova mentalità. Una nuova mentalità timorosa di essere esclusa, timorosa della cacciata dal paradiso del consumo e, per estensione, dalla cattedrale degli acquisti. E ora, che abbiamo? La crisi. Non sarà che torneremo alla piazza o all’università? Alla filosofia?

José Saramago – aprile 2009

Me lo auguro, aggiungo io. Me lo auguro.

Giulio

Sonata: (ri)cerca (di) un sogno.

Parte 1: Adagio sostenuto – Presto- Adagio. Tempo 1
Il mare respirava, la brezza portava verso terra la sua freschezza, dalla terra provenivano rumori semplici: cicale, grilli, gabbiani gracchiavano insieme. Le piante crescevano un po’ ovunque. I ruvidi scogli erano le casette di paguri e di piccoli, rossi anemoni. L’acqua era trasparente e mostrava il suo fondale. Triglie, muggini si rincorrevano. Ogni tanto si sentiva lo schiocco delle chele dei granchi che tentavano di afferrare la loro preda. Il mare continuava a mandare acqua alla riva frastagliata. La sabbia sembrava essere tanto assetata da non lasciare una sola goccia d’acqua su di essa. La salsedine si radicava nelle narici e dava quella sensazione marina che lì per lì sembra estranea ma che sa di intimo e che provoca piacere. La luce dell’alba si diffondeva sotto ogni pietruzza. Le nuvole, bianche, grigie, azzurrognole e rossastre sembravano alternarsi su, nel cielo.
Lui si avvicinava al mare piano piano, con calma. Ogni tanto si guardava intorno e non notava nulla fuori posto. Si accingeva a toccare il mare. L’acqua era accondiscendente e sembrava invitarlo al bagno. Egli non si tirava indietro e dopo essersi tolto ogni vestito si tuffava. La sua anima si disperdeva nel mare senza chiedere il suo permesso. Nuotava e nuotava, sempre più lontano dalla riva. La freschezza e il suono del mare erano dentro di lui. Il suo respiro e i suoi pensieri si annullavano all’interno dell’acqua. Questa si prendeva dolcemente cura di lui, senza pretendere qualcosa in cambio. Sempre più lontano vagava con il corpo. Lo spirito ormai non c’era più. Si immergeva e andava sotto l’acqua. Il cielo e la terra erano sopra e lontano a lui. Non c’erano più neanche quelli. Solo per riprendere fiato egli tornava su e come se quest’obbligo gli pesasse, subito preso egli si rimmergeva senza provare alcuna sofferenza.
Il vento andava e veniva. Il mare impassibile continuava la sua esistenza. La terra calda ospitava i suoi animali.
Alla fine, stanco e spronato sa che deve ritornare a terra. Prima torna in superficie, l’acqua gli rende libere le orecchie ed egli riprende a sentire: lo sbuffo del suo corpo che emerge, il suo respiro, il battito del suo cuore, le voci della terra, degli uccelli e degli insetti. Si avvicina, tocca terra e si mette a sedere su di uno scoglio, piatto e senza spigoli. L’acqua ancora gli arriva alle caviglie.
Ormai completamente asciutto, si riveste da capo a piedi e se ne va, felice della nuotata e stanco, come tutti coloro che provano un piacere intenso.

Parte 2: Andante.
Macchine che vanno e vengono, persone che parlano, persone che gridano. La città e la sua voce, la sua vita. Il gas delle automobili è il suo odore. Uomini e donne si guardano di sfuggita, il tempo sembra mancare loro per guardarsi e riflettere su di essi. La vita sembra essere incessante e continua ma si avverte una discontinuità costante e una netta separazione tra l’affanno continuo e i sentimenti. Semafori, luci, insegne e alberi a filare. Tutto si susseguiva in una unità apparente che non era comprensibile. L’uomo e la sua necessità di ordine avevano creato la città. Città come immagine e somiglianza dell’uomo sociale, dell’uomo politico, dell’uomo che cerca uno spazio nell’universo e si sente di doversi distaccare dalla natura. La grande città dava a molti la possibilità di sfogare i propri bisogni eppure le vetrine di esposizione continuano a moltiplicarsi, gli oggetti esposi, tutti così simili, sempre aggiornati. Le mamme che portano in strani passeggini i loro bambini si fermano a guardare le vetrine di vestiti. Le scuole sempre gremite sono delle piccole giungle, delle città nelle città. Come un albero ha i suoi rami la città ha le sue strade. I palazzi oscurano intere vie e hanno le loro radici nel sottosuolo, dove ci sono le fogne, i canali del gas, i tubi della corrente. I complessi industriali rigurgitano continuamente i loro prodotti nell’aria e questa non sempre è trasparente. La nebbia a volte trasfigura i visi, altera i sentimenti, sospende i pensieri.
A mezzo giorno lui va alla ricerca di una libreria. Entra all’interno e vede interi scaffali riempiti di libri, accatastati l’uno sull’altro, senza una vera e propria coerenza. Si guarda in giro e tutto quello che vede sono titoli, immagini di cantanti famosi, disegni per i bambini. Non cerca qualcosa in particolare e si lascia guidare dal suo spirito. Alla fine trova un libro che sembra interessargli, lo apre e lo sfoglia un po’. Non gli piace più. Si tratta di un libro ormai vecchio, usurato tanto nei fogli quanto nelle idee. Lo appoggia e cerca altro. Trova un libro di un calciatore ma non lo attrae, trova delle immagini di una cantante ma non è interessato. Libri di filosofia, libri di arte, esistono libri su tutto ma quando si cerca un libro spesso, nella mole infinita, non si scorge nulla che ci faccia sognare. L’uomo pagherebbe per un sogno. Si sogna troppo poco nel caos. Cerca e non trova. Alla fine si arrende. Decide di andare in un negozio di dischi. Si dirige nella sezione della musica classica e lì si mette a guardare con avidità tutti i titoli. Ad un tratto gli viene un lampo e trova il disco che fa per lui. Sonata in la maggiore n. 9 op 47. Chiude gli occhi, la riascolta nel pensiero. Era una delle musiche della sua infanzia ma non aveva avuto più modo di ascoltarla. Decide di prenderlo. Paga e se ne va.

Parte 3: Finale – Presto.
Sarà ormai notte fonda e lui starà ormai dormendo. Sognerà tranquillo nel profondo. Viaggerà lontano coi pensieri, coerenza incoerenza, verità falsità, nulla esiste nei sogni tranne che i sentimenti e le emozioni. Ciò che non vive nella veglia spesso nasce nei sogni. Illusioni, fantasmi e speranze prendono corpo e a volte si spera che non ci si svegli mai più. Il sonno è spesso salvezza, rigenera le fatiche, rigenera il morale, il sogno è spesso più vitale della vita cosciente. Sognerà. Egli si immagina di fronte al mare. Lei lo accarezza sulla nuca, lui le toglie pian piano i vestiti e incomincia ad accarezzarla prima sulla nuca, poi con l’altra mano le tocca il seno e i capezzoli, contemporaneamente le sfiora i fianchi, abbassa ancora la mano e le accarezza le grandi labbra. Lei lo bacia teneramente sul collo e sui capelli. Il suo naso le sfiora la guancia. Chiude gli occhi. Si amano sulla spiaggia al tramonto. Si distendono l’uno a fianco all’altra, si parlano dolcemente, si ascoltano e non hanno bisogno di sapere nulla se non che l’uno capisce l’altra e l’apprezza e viceversa. Si sente l’andante della sonata n.9 come se spirasse nell’aria del mare. Si guardano negli occhi e non provano imbarazzo, sanno che il loro amore è reciproco. Si abbracciano e si baciano. Quando le labbra si incontrano un senso di morbidezza li avvolge entrambi. Lei è così soffice e semplice e lui rimane stupito da tutto questo. I loro respiri, i loro odori diventano unici, indistinguibili. Nell’intimità profonda si perde la propria coscienza, l’intimità è soffice, rossa-rosa, tenera e morbida. La sensazione di sicurezza, di felicità si mischia a quella di piacere. Loro si condividono senza timore la loro intimità. Non esiste solitudine nella condivisione dei sentimenti profondi, nella condivisione dei piaceri della natura. Dormirà a lungo e teneramente giacerà nel suo letto a sognare, sognare e sognare.

Guida alla lettura – i temi del racconto:
Il tema del valore ciclico del tempo ( la prima parte è al passato, la seconda al presente, la terza al futuro ), il tema del valore dell’esistenza trasfigurato nelle immagini ma preciso ( nel primo si torna ad uno stato di natura dove la natura è madre ma non traditrice e l’uomo è figlio che si allontana dispiaciuto dalla sua nutrice. Nel secondo c’è il rifiuto del mondo cittadino fatto di sostanziale indifferenza e rigetto dell’essere e del suo intimo, e per questo vi sono immagini che richiamano la sofferenza e il rifiuto. Nel terzo invece si ritorna nello stato di natura ma c’è un superamento rappresentato dalla presenza della ragazza, l’uomo non è più solo ma è compagno di vita. E la ragazza è richiamo non solo sessuale, non solo amoroso e sentimentale ma è la descrizione dell’intimo di ognuno. ), il tema del valore simbolico ( tutto il racconto è strutturato come una sonata per pianoforte e violino, come quella che compra “lui”, ma non è solo nella struttura. Il personaggio è neutro, non ha neanche nome, ma si fa carico di valori universali che solo nel sogno riesce a ritrovare; il racconto è del tutto analogico, è una immensa metafora, è il simbolo ), il tema della vita nei suoi sviluppi ( nella prima parte l’acqua “partorisce” e l’uomo è così il concepito; nel secondo episodio lui vive solo, e non si trova a suo agio -tipico del mondo dell’adolescenza-; nel terzo lui sogna la speranza del futuro ), il tema del valore della sessualità ( presente in tutti e tre le parti ed è un sotteso filo-conduttore: nel primo è anteriore, nel secondo è assente perché nella città neanche il sesso si può fare senza compromettere la propria identità -che è turbata dalla invadenza della città e dalla sua indifferenza-; nel terzo è invece direttamente esplicito, per quanto sia in sogno -e qui si torna al tema del simbolo- senza però essere sgradevole o volgare ), il tema del valore dell’introspettività e della psicologia ( tutto il lavoro è il frutto della domanda: cosa prova l’uomo in sé nei vari contesti? E cosa ha l’uomo di più prezioso? -la risposta c’è e ti invito a trovarla, e tu che sei psicologa la devi assolutamente trovare! ); il tema della musica come sospensione dal dolore ( nella prima parte lui non si deve salvare perché la natura provvede, nella seconda parte deve essere salvato dall’indifferenza e si rifugia non sui libri ma sulla musica, nella terza parte, che è la parte della salvezza per quanto sia solo in sogno, è parte del sogno ), il tema della differenza realtà\sogno ( è da notare come la realtà sia ambivalente, sia positiva che negativa -prima parte e seconda sono in antitesi e la terza è il superamento- ma non lo è il sogno che invece sembra essere la più positiva delle fuoriuscite dalla realtà ).

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di
Giangiuseppe Pili

Tra un respiro e l’altro

Non sono mai stato molto sicuro delle cose. Pur attraversando momenti di particolare slancio mistico fiancheggiato da qualche stimolante scrittore come Paulo Coelho od altri, evitavo se possibile di arrivare a “destinazione” con il pensiero, a conclusioni filosofiche affrettate, dato che prima di essere fatto di dati elaborati da quel computerino che si trova appiccicato sopra il collo, sono fatto di carne, di sangue, di calore, di RESPIRO e di Altro. Sono un’ Onda viva e pulsante. Uno spazio che interagisce con se stesso e con ciò che percepisco, per ora, come esterno a me. Non c’è immobilità in tutto ciò. Non c’è destinazione alcuna, anche se in un certo senso ogni istante E’ UNA DESTINAZIONE, E’ UN PAESAGGIO CHE SI PRESENTA NUOVO ALL’OCCHIO che vuol vedere, che desidera accorgersi delle Differenze. E chissà quanti “Modi” diversi esistono per Vedere le “stesse” cose. Quanti universi paralleli possiamo Vivere oltrepassando l’angusta soglia del “già visto” o “so che è così”. Strana la mente ( il modo di approcciarsi con i pensieri alla realtà ): se vediamo un asino che vola iniziamo a credere nella magia, se vediamo un sistema solare immerso in uno spazio infinito che pulula di stelle e galassie accendiamo la tv…

Tra un respiro ed un altro nuotiamo in acque che non conosciamo. E’ qui che vedo la Grandezza dell’Esistenza. L’Infinito che si esprime. Basta sapere. Basta illudersi di aver capito qualcosa. Facciamo qualcosa per farci toccare da Quanto Ora ci sta sfiorando..Torniamo al Cuore.

“In” cui la mente

Vi sono acque torbide
in cui la mente
crea sentieri luminosi
che non esistono.
Vi sono acque cristalline
in cui la mente
stabilizza le sue certezze
illusorie.
Vi sono paludi
in cui la mente
vede la fine di tutto.
Vi sono cieli
in cui la mente
crede che vi sia tutto.
Fantasie e sogni conosce la mente,
traballante ed effimera Parte della Realtà
che passa tutto il tempo a colorare e a definire
l’Indefinibile Oceano di Somma ed Inesauribile Esperienza.

Raji

Fuga di una sfumatura

Una scrivania era all’interno di uno studio ricolmo di libri di tutti i tipi, variamente grandi e dalle copertine colorate. La stanza era piccola e c’era una finestra di fronte alla scrivania, la poltrona era rivolta verso la finestra che dava su di un altro palazzo, più alto dell’altro. La luce giungeva solo a determinate ore della giornata, il calore di una lampada da studio, posta nella parte a sinistra della scrivania, accesa ormai da tempo, aggiungeva tepore al tiepido della stanzetta. Il grigio metallizzato della lampada contrastava con il marrone caldo della scrivania e col color rosso fuoco del quaderno chiuso al centro del tavolo. In tutta quell’uniformità di colore della scrivania, risaltava il giallo e il blu, a righe, di alcune penne a sfera e il verde di alcune matite. La sedia a fianco alla poltrona reggeva alcuni pesanti tomi di filosofia mentre il cestino della carta straccia era ricolmo di fogli spiegazzati, accartocciati, tutti pieni di scritte e di disegni, di diagrammi e d’appunti. Il peso di svariati volumi di poesie gravava direttamente sul pavimento e sopra tutti c’era un disegno ad acquarello non ancora compiuto, il colore era ancora approssimativo e si capiva che non sarebbe finito in quel modo. Della musica appariva da dei dischi ordinatissimi posti su di un piccolo scaffaletto apposito, piccolo e massiccio, memore della gravosità dello spirito che con quei dischi giaceva. Le pareti della stanza si conciliavano con il colore della scrivania, erano tappezzate da pannelli di caldo legno.
Non c’era alcun moto in tutta la stanza, non un nonnulla che potesse imprimere una qualche variazione a tutta quell’immobilità, si sarebbe detto che quello stato sarebbe perdurato in eterno. Nell’angolo alto della parete in fondo a destra la tana di un ragnetto di tanta pazienza, fiducioso in una preda malcapitata giunta proprio dai quei libri smangiucchiati. Ma quel povero animale non sapeva che i libri non erano usurati dalle grasse tarme ma da quell’uomo magro che viveva di quei testi e li leggeva come cibo e li accarezzava come donne e li beveva come acqua. Tesseva le sue trame per se stesso pur credendo in una futura utilità, ma la tela cresceva con la sua barba.
Nell’armadietto posto in basso a sinistra della stanza erano appoggiati dei vestiti, un cappotto, una sciarpa. Non il più piccolo rumore avrebbe potuto violare quel silenzio sordo e anche un felice grillo avrebbe fermato le sue zampe e non avrebbe saltato all’interno di quella stanza. Tutto immobile, tutto silenzio.
Forse qualcuno dai sensi acutissimi, dall’olfatto sviluppato come i cani, si sarebbe accorto che non tutto era invece così immobile. Alla scrivania era stato lasciato l’incarico di dover tenere una sigaretta accesa in bilico tra il nulla al di sotto e al di sopra di se stessa. La teneva e lei continuava a bruciare. Il fumo aveva colori molto vaghi, quasi inesistenti e impercettibili. Ogni tanto il fumo da una sola riga ferma e sempre rivolta verso l’alto s’infermentava e faceva tremolii e volute, lasciava così cadere un po’ di cenere sul tappeto frangiato color cappuccino. La sigaretta non è come la pipa, che è come un animale domestico che senza il padrone si spegne, e non è neanche come il sigaro, che ha un odore e identità ben più autoritari che non quella di una sigaretta. La sigaretta non ha più bisogno di nessuno per bruciare una volta data la prima tirata dell’ossigeno vitale. Lei bruciava di fuoco interno e invisibile all’occhio dell’osservatore perché il fuoco solo lasciava trasparire un po’ di luce ma non la sua fiamma interna, velata dal grigio della cenere. All’inizio si consumava felicemente con rapidità, poi sempre con più incertezza e lentamente.
Nel mentre che lei godeva i suoi istanti di vita nella sua mobilità, le altre cose rimanevano inermi e ferme, inamovibili. Tutto continuava a giacere. Che importanza poteva avere?, quella che da sola, lasciata lì sulla scrivania, era estraniata dal resto del tutto? La sua vita era la sua vita e pertanto il resto non doveva immischiarsene. Per quanto sembrava che lei reclamasse tutta l’attenzione, per quanto fosse l’unica era pur sempre la sola a vivere realmente. I gruppetti di penne erano fermi da una parte, i dotti libri anche, tutti uniti e sicuri tra sé, i vestiti si scaldavano a vicenda senza trasmettere calore ad altro e il disegno incompleto mostrava con orgoglio la sua vanità senza far condividere altro di sé. Così la sigaretta stava seduta sulla scrivania e piano piano diminuiva e il fuoco tremolava ma non si spegneva ancora, la cenere aumentava e via via che il tempo passava si trovava sempre più in bilico verso l’abisso. Nel suo lento movimento inesorabile verso la caduta, la sigaretta rimaneva paziente tra le altre cose, aspettando e sperando le altre cose. Vacillava e il fumo tremolava, quasi sembrava dovesse sparire ma era talmente consolidata nelle consuetudini che appariva parte integrante della stanza. Invece, tutto d’un sol colpo, senza dare alcun preavviso, quella sigaretta cadde giù, giù, verso quell’abisso che sembrava tanto distante da lei quando invece non bastava che un piccolo passo per raggiungerlo.
Il marroncino del tappeto aveva inglobato la cicca che ormai era indistinguibile dal resto e non era più nulla, era solo una parte indistinguibile del tutto.
Immutabile tutto il resto non aveva potuto che assistere attonito a quell’unico sforzo di movimento manifestato da quella piccola cosa. Però era riuscita a muoversi e respirare e mostrare se stessa in tutta quella quantità di oggetti inermi, impassibili e vittime di se stessi.
La pulizia della casa impose la decisione irremovibile di prendere il tappeto e sbatterlo dalla finestra per poi appenderlo allo stenditoio per un paio d’ore. Nulla sarebbe rimasto di quella piccola, unica, solitaria ed insignificante, vivissima sigaretta.

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di

Giangiuseppe Pili

Piccolo trattato sull’inutilità dell’arte

Mi è capitato di parlare di giudizio sull’opera d’arte. Il tutto è partito dall’ambito musicale. Quando puoi dire che un pezzo è un bel pezzo? Con ordine, con ordine. Sono dell’opinione che un brano (e in generale un’opera di genio artistico) possa essere giudicato sotto diversi aspetti, lungo un continuum di oggettività. Può essere giudicato il testo (ossia il contenuto, il significato, il messaggio) e la cornice (la musica, l’arrangiamento, il significante), può essere considerato il rapporto fra i due, fra forma e contenuto. Ancora, può essere importante lo strumento, la tecnica. La forma può essere giudicata da un punto di vista, diciamo, tecnico, matematico, da professionista della musica. Insomma, un giudizio è qualcosa di complesso, ed è giusto sia così. C’è chi dice: un bel testo senza una bella musica non vale niente; e chi, al contrario, dice, l’importante per me è che la musica sia bella, mi danno fastidio quelli che apprezzano un pezzo anche solo per il testo. Personalmente, le due cose non le vedo così inconciliabili, in realtà pendo dalla parte del contenuto: un bel quadro con una brutta cornice, rimane un bel quadro, o no? Allo stesso modo, un brano con un testo che manifesti una certa ricerca del migliore modo di esprimere un messaggio, di veicolare un significato, può innestarsi su una scelta strumentale non altrettanto fine (o forse è la musica che si innesta sul testo?), e risultare nel complesso una bella canzone.

Faccio due esempi. Andate tutti a cercarvi (no, lo faccio io per voi), questa canzone, o quest’altra. Si tratta di due pezzi di musica elettronica, seppure a diversi livelli: sospendete il giudizio personale, e provate ad avere un atteggiamento di apprezzamento ingenuo ed innocente. Nel primo caso (pura musica elettro), ci sono cinque secondi di musica reiterati, su cui si innesta un testo interpretato da una voce, secondo me, azzeccata: ora, il testo non è granché, è totalmente funzionale all’arrangiamento, eppure, il risultato è, direi, convincente, aldilà dei gusti personali. Nel secondo caso (un rock che prende in prestito l’elettronica), il testo occupa poco spazio, essendo la stessa strofa ripetuta per diverse volte, che poi lascia spazio a minuti di strumentazione pura, e se noi volessimo giudicare il complesso, rimarremmo delusi dal rapporto fra la forma e il contenuto, ma musicalmente è un grande pezzo, l’arrangiamento è il pezzo.

Altri esempi ci vengono dal cantautorato, e dato che siamo italiani, pigliamo dei brani italiani, che poi sono quelli che hanno scatenato il discorso che qui riporto. Uno è questo. Si tratta di un esempio di bella armonia fra testo e arrangiamento, anche se non c’è una esplicita funzionalità reciproca: il contenuto tratta delle contraddizioni, un po’ yin e yang, insite nelle cose, e la musica è uno scheletro di semplicità, pochi suoni che rendono un’idea di… ditemelo voi. Qui il testo è il pezzo. Oppure questo, di una band minore, e che alla prima sembra un pezzettino, ma poi, se si sente… Beh, gli strumenti ve li ho dati.

Il punto è che la musica è molto più di quello che si ascolta. Ossia, molto più di quello che tecnicamente si può considerare; il giudizio complesso è qualcosa che si inoltra nei reami del soggettivo, e nessuno può pretendere di avere dei criteri oggettivi di valutazione. Si hanno, al massimo, dei criteri personali di oggettività. Non stiamo a discutere del bello oggettivo kantiano, o della sensazione del sublime. Parliamo di aderire o meno a dei canoni imposti culturalmente, o di rinchiuderci in una precisa categoria di genere musicale, o artistico in generale. La preferenza non coincide con il gusto. E questo va oltre l’opera d’arte, potrebbe anche significare (e lo fa) che, ad esempio, l’azione sessuale non è un’azione identitaria. Ma questo è un altro capitolo della lotta.

D’altra parte, come diceva Oscar (Wilde, per gli amici), all art is quite useless, così anche l’arte dell’oggettività del giudizio.

Così io posso ascoltare Battiato e Madonna, e non sentirmi un incoerente.

Gianmarco