La difesa della cipolla

Tra le molte metafore con le quali si rappresentano il rapporto tra cultura e identità, e la definizione delle stesse, c’è quella della cipolla. La cultura è così vista come qualcosa di stratificato, che va dagli strati più esterni (struttura, oggettivazione) via via verso il nucleo, che racchiude l’individuo nella sua individualità fatta di diverse cose quali i valori per come sono interiorizzati e agiti, le attitudini, l’educazione rielaborata nel quotidiano dell’interazione, e via dicendo. Un’altra metafora è quella dell’iceberg, che fa propria l’indicazione secondo la quale di un iceberg noi vediamo solo la parte emersa, ossia circa il venti per cento. Questo quinto è struttura, oggettivazione, cose culturalmente prodotte, mentre la parte sommersa è il nucleo della cipolla. Insomma, la cultura è una cipolla surgelata. Qui parliamo di intercultura: nell’incontro fra due iceberg, se la parte sommersa è troppo forte, troppo sommersa, lo scontro può avere un esito tragico, tipo che ci si cappotta. O si sa di cipolla. Comunque, riflettevo oggi per le vie michelangiolesche e leonardesche e brunellesche che quando ci si sposta dal luogo geografico cui la propria cultura appartiene, viene quasi istintivo difendere il nucleo e tutti gli strati più vicini, caricando o affermando alcune diversità, o meglio peculiarità della propria identità culturale. Così io mi ritrovo a Firenze a dire un fracco per dire “un sacco”, a intercalare con stica o ad aprire le “e” a dismisura. Il dibattito è aperto.

Gianmarco

Annunci

Florence and the mystical machine gun

I’m weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here

(Radiohead, Creep)

Io odio Firenze. Non mi piace, la trovo un ammasso di vie e palazzi, arte buttata lì a cataste, pronte a bruciare sotto i flash calorosi di freddi e macchinosi turisti d’assalto. Eppure, ieri sera mi sono trovato a Firenze, avendo stamane un colloquio di selezione eccetera. Ho raggiunto l’ostello, ho sistemato le mie cose, e mi sono deciso a fare un giro della città. Da solo, completamente da solo. Percorrendo una delle tante viette, ho optato per un salto nella piazza del Duomo. Visto: un battistero che si para come una fortezza davanti alla chiesa. Enorme. E vabbé, fa arte. Nel frattempo cercavo un posto dove mangiare qualcosa, senza essere spennato, ché l’oca padovana l’ho già fatta. Così giravo, forte del mio nuovo copricapo che mi rende simile ad un brigante della Sicilia d’altri tempi, per ciottolati e pavé. Alla fine sono entrato in un Sushi Bar, di quelli che ti siedi davanti al bancone della cucina e fanno tutto in diretta; freddo, allora zuppa di miso per scaldarmi e qualcosa che suona come cosomaki sake maki bau bau, c’era del salmone. Bene, poi era ancora presto e allora ho mandato dei messaggi alle mie fonti e ho chiesto: “cercare locali gay zona Duomo a Firenze”. La più celere fonte mi ha sciorinato una lunga sequela di nomi e indirizzi, dei quali ne ho individuati un paio e lasciamo perdere. A chi la do a bere? Non si va da soli nei locali, e poi io domattina ho un colloquio, e anche se ci andassi, cosa farei, un vodka lemon solitario al bancone? Meglio rifugiarsi nell’irish vicino all’ostello, penso, due birre e a nanna, nella solitudine. Ma continuavo a cercare le vie della lista, speranzoso di trovare qualcosa che non mi facesse regredire alla timidezza delle medie. Ho trovato il bar dell’Arcigay: l’entrata sembrava quella di un sexy shop, stesso genere di simulazione, lascio perdere. Gli altri sono lontani, o dalle informazioni che mi arrivano troppo scicchettosi e da rimorchio. Io voglio gli intellettuali, le famiglie di fatto, voglio la bettola gay. Mi rifugio al’irish (ormai conoscendo a memoria quelle vie dall’ostello al Duomo). Complimenti per la bettola, ho pagato una Kilkenny tanto quanto la mia intera cena. In più uomini mediocri guardano ventidue uomini seguire un pallone mangiando patatine e bevendo cose (gli uomini, non i giocatori). Io mi rintano, bevo la mia ed esco. La città è troppo fredda, e io odio tutta questa solitudine. Rifletto sul perché non possa fermarmi in un luogo e basta, e sul perché il calcio sia considerato uno sport interessante. Penso che non mi sentivo così solo dai tempi di… L’utero? Non so, questa mattina mi sono svegliato presto, ho fatto una pessima colazione con caffé annacquato e sono uscito alla volta del selezionatore. Penso che non mi sono sentito così solo dalla sera prima.

Dove appartengo?

Gianmarco