Il tuo bisogno rimbomba


Il tuo bisogno rimbomba:
ti fai fragile e potente
mi fai forte perché
chiedi
la forza che si deve.

Le parole taccio
di scandalo:
quanti pesi, quanto pesi.

 

Foto: Iran 2017

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Come l’acqua sulla Luna

C’è un motivo per cui la cultura dell’ecosostenibile fatica a decollare, e non ha a che fare semplicemente con la forza del connubio capitalismo-consumismo. L’ecosostenibilità ha fatto breccia nelle nostre case con una legge che ha vietato l’uso delle buste di plastica della spesa, ad esempio,  sostituendole con quelle in materiale biodegradabile, come già si era fatto con il mater-bi, che poteva essere gettato nell’organico o abbandonato nella terra destinato  a diventare humus. Non mettiamo in dubbio sulla giustezza del volgersi al comportamento “a impatto zero” o comunque sensibile al futuro del pianeta, vogliamo solo considerare un fattore che forse può spiegare la difficoltà che si incontra a diffondere tale comportamento.
Quello che noi vediamo e associamo all’ecosostenibilità o al comportamento ecologicamente positivo è qualcosa di fondamentalmente fragile. La sporta di carta si rompe e se piove devi correre a casa. Quella in mais spesso si rompe, battuta dal peso dei nostri consumi. La carta igienica ci irrita. L’ecosostenibilità ha costruito la sua immagine sulla fragilità, contrapponendola alla resistenza, tipica della società dei consumi: i prodotti, le cose della società capital-consumistica, sono oggetti che durano nel tempo, garantiscono l’eterna utilità, anche se poi, liberandocene, rimarranno a eterno residuo inutile in qualche discarica (nel migliore dei casi, potremmo dire). La società dei consumi si è sviluppata intorno a un’idea di persempre, non mettendo mai in dubbio la sostenibilità del percorso. Quando mangiamo qualcosa, lasciamo un involucro vuoto. Possiamo riutilizzarlo nella nostra quotidianità, affidarlo al circuito del riciclaggio – quando possibile, o anche solo liberarcene: rimarrà comunque un residuo del consumo avvenuto, una testimonianza. Il residuo è la prova della resistenza del consumo. Noi siamo affascinati dalle cose che durano nel tempo, perché abbiamo un’ambizione di eternità, che deriva forse dalla nostra natura, alimentata dall’avvento dei monoteismi e dal radicamento di una cultura concordataria (il metodo capitalistico di soddisfare il bisogno di persempre è così legittimato dal riconoscimento del primato religioso nella soddisfazione dello stesso bisogno: un trompe-l’oeil).
La cultura dell’ecosostenibile ha così fatto della fragilità un valore, un paradigma: predica il ritorno a una modalità lenta, vulnerabile di vivere il rapporto con l’ambiente che ci circonda; ridona dignità a ciò che si trova fuori di noi, in altre parole gli ridà potere; ma nella cultura della resistenza, il potere è prima di tutto umano, individuale e pone l’Ego cartesiano al centro di ogni processo decisionale e di ogni mutamento: io ho il controllo sul resto, sull’ambiente, posso decidere cosa farne e come. Non valgono discorsi sul futuro del pianeta: finiranno le risorse? Troveremo l’acqua sulla luna, prenderemo il gas dagli anelli di Saturno e il petrolio, che ne so, da Mercurio. Lo faremo noi, che abbiamo il controllo, il potere. Che viaggiamo veloci, fisicamente e virtualmente.
Non è contemplata la fine del consumo in senso capitalistico, l’idea di fine, di termine o di limite è solo un’idea provvisoria. D’altra parte il grande nemico del nostro tempo non sono le malattie, la morte? L’ecosostenibilità presenta l’idea di fine come un’idea presente nella natura delle cose, unendola a quella di rigenerazione, sconosciuta a noi capitalconsumisti: tutto ha un solo inizio e prosegue su una curva infinita che si perde nell’orizzonte della discarica, perché la rigenerazione, il ritorno sotto altre forme, necessita di tempo che è la risorsa scarsa per eccellenza, l’unica che non siamo stati in grado di controllare e che non potremo trovare da nessun altra parte nell’Universo.
Quello che l’approccio ecosostenibile potrebbe provare a fare è mutuare l’ambito della resistenza e sposare, in un matrimonio di pura convenienza e facciata, i valori di cui è impregnato (essendo figlio della cultura dei consumi, come il vegetarianismo…) e ribaltare le prospettive, offrendo un’alternativa dello stesso orizzonte, non orizzonti alternativi. Prima che anche l’acqua sulla Luna finisca.

Gianmarco

Nella stanza del malato

Prima di entrare, ti devi lavare le mani, bene. Devi sfregare per 15 secondi almeno, e fare attenzione ai punti di confine, tra le dita. Poi devi asciugarle tamponando, con un panno da gettare dopo l’uso. A quel punto, sei pronto.
Il tuo amico è sempre lui, riconoscibile tra i tubi che escono, ed entrano. Ti puoi avvicinare, ma devi stare alle sue regole: devi parlargli in un certo modo, toccarlo in un certo modo e, soprattutto, ti devi concentrare. Su di lui.
Dopo un po’, arriva il cambio, lasci il posto al prossimo visitatore. Prima, però, ti devi lavare di nuovo le mani, bene. E asciugare tamponando, con un panno da gettare dopo l’uso. A quel punto, sei pronto.

Forse dovremmo compiere queste operazioni sempre, quando entriamo nelle zone buie, e proviamo a prenderci cura della parte ferita, malata delle persone che amiamo. Lavare bene, asciugare tamponando, concentrarsi.

Arianna

Similitudine

Come questi occhiali appoggiati
che ci vedi le luci
riflesse, due lenti ugualmente
con (o senza) i tuoi occhi
a guardarci attraverso;

 

così tutte le volte, quando
hai avuto paura,
ti sei fatto sgridare,
guarda: li vedi ancora
interi, qui, a farci invidia.

Arianna

Come quelle piante

Come quelle piante.
E’ novembre, ma in casa fa caldo, magari con un po’ di luce, la posizione giusta, un po’ di attenzioni in più. Dici che il basilico crescerà?
Un’impresa impossibile, piantare i semi sul nascere dell’inverno, quando il resto muore. Eppure i semi sono lì, il vaso pronto e, tutto sommato, tra il termosifone e la finestra potrebbe funzionare. Luce e calore. Sembra il segreto per seminare qualcosa di prezioso, vederlo crescere, sorridere nel notare che sta succedendo, il verde spunta, qualcosa di vitale ce l’ha fatta.
E poi un soffio di calore in meno, una distrazione, non accorgersi che il sole non spunta da giorni e le nuvole gonfie si fanno sempre più pesanti, oscurando quel caldo nutrimento. Come quelle piante di basilico. Sembrava incredibile, lo stupore nello scoprire che è vero, che nasce, un germoglio minuscolo che potrebbe diventare una pianta bella, verde splendente, piena di profumi felici che sanno d’estate. Come quelle piante, un raggio di luce in meno, un poco di buio che s’insinua approfittando di un pensiero distrattamente sfuggito e i germogli cadono asfissiati sulla terra, dalla quale si erano distaccati di pochi, pochissimi centimetri.
Come quelle piante, seminare qualcosa di piccolo, fragile, con la consapevolezza di quanto sia prezioso e poi non avere la forza di scacciare la nebbia. Come quel profumo di basilico, che questo inverno, tra il termosifone e la finestra, non si sentirà.

Lucia

Ospitare la fragilità

Che cosa ne facciamo della nostra fragilità, delle nostre sofferenze?
Possiamo tentare di sradicarle, di esiliarle in un luogo talmente nascosto che ci sembrerà di averle eliminate per sempre. Però questa soluzione mi pare estremamente faticosa e, soprattutto, credo che ci troveremmo impoveriti alla fine del processo.
Forse potremmo imparare a trattare la nostra vulnerabilità, le nostre ferite, i dolori che ci accompagnano come se fossero ospiti graditi, anche se dal carattere difficile.
A volte ospitiamo una bambina capricciosa, ma non possiamo sempre metterla in castigo: “Senza televisione per una settimana!”. Ogni tanto bisognerà farla giocare, e comprarle il gelato, ai gusti che vuole lei, senza discutere.
Altre volte, invece, ospitiamo un adolescente ribelle, che non vuole proprio sentire ragioni, si chiude in camera e non parla con nessuno. E allora bisogna prenderlo con le buone, portarlo al concerto di quel gruppo punk che piace a lui o andare insieme in montagna, fargli sbollire la rabbia, e poi farlo piangere, perché anche se fa il duro vuole piangere tutta la sua stanchezza del mondo, la sua delusione.
Altre volte ospitiamo un vecchio saccente e presuntuoso, che ci ricorda tutti i nostri fallimenti passati e sostiene che se solo gli avessimo dato retta… Che noioso! E’ difficile non rimproverarlo, non tenergli il muso per la sua antipatia. Però è un ospite, e dobbiamo trattarlo bene. Forse possiamo invitarlo fuori a cena, portarlo in quella trattoria del centro, oppure a teatro, lui che è un tipo all’antica. Insomma, addolcirlo un poco e dimostrargli che, nonostante il suo caratteraccio, gli vogliamo bene lo stesso.

Arianna

Basta poco

Basta poco
per trovarsi
poco
per perdersi.

Basta poco
per respirare un’aria diversa
riposarsi leggeri poco
per urlarsi dolori lontani
– lontani, dici? –
stare a sentire.

Basta poco
per proteggersi troppo
poco
proteggersi troppo
basta poco
per nascondere la paura
nel giudizio
non ti capisco.

Basta poco
per cercare una cosa
diversa
l’urgenza la stessa
sta’ attento perché
sei diverso sei
lo stesso.

Basta poco
per trovarsi
poco
per perdersi.

Arianna