Non smettere mai di guardare le stelle…

Oggi il tempo ha rinfrescato. Mi ricorda molto quelle giornate di ottobre, quando alla sera si alza un’aria fresca fresca, pulita, ma che contiene già l’autunno, il vento e i primi freddi. Alcuni dicono che l’estate sia già finita, ma io non ci voglio credere, perchè il tempo mi passa troppo in fretta che non me ne accorgo più, e solo a fine stagione mi rendo conto che è andata davvero. Eh sì, perché si aspetta con tanta ansia per tanti mesi di mettersi la maglietta a maniche corte, anche alla sera, di far respirare i piedi senza calzini, nei sandali, di prendere un po’ di sole, di lasciarsi alle spalle tutti quei mal di gola e raffreddori dell’inverno, di asciugarci fuori l’umidità dalle ossa. E quando è già l’ora non ci sembra vero, non l’abbiamo goduta abbastanza ci sembra e ci si aggrappa all’autunno, con tutte le forze, nel disperato tentativo di restare un po’ più a lungo al caldo, almeno di giorno, sotto il sole, ma anche quello inesorabilmente è destinato a lasciarci e farsi ricoprire dalla neve. Così come le stagioni anche le persone vanno e vengono e per quanto si sforzino di fermare il tempo non possono fare a meno di vivere, in un modo o nell’altro, e vivere i giorni, le settimane, i mesi, almeno finché stanno qua. Così il tempo ci aiuta tutti alla fine, che sia inverno o estate, perché scorre e si rinnova sempre, dandoci l’esempio, senza paura di andare avanti, di rialzarsi una volta di più, perché ieri ormai è passato, e quello che è successo è ormai accaduto, e oggi è un nuovo giorno, diverso dagli altri, ancora da scrivere, pieno di vita se riusciamo a vederla, e sarebbe un peccato credere di saper già come va a finire, o non aver più voglia di esserci, di fare, di combattere, di stupirci, di sorridere e di piangere, perché è proprio l’ignoto che ci vibra nell’anima e che ci fa sentire vivi, è proprio grazie all’ignoto se abbiamo sempre, ancora, e ancora, un’altra possibilità di essere felici.

Giacomo

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Un discorso perlomeno inutile

Alla fine, se ogni mattina nessuno sembra potersi permettere di perdere un treno della metropolitana, nonostante il successivo arrivi entro tre minuti, e di conseguenza si sta come sardine in scatole, questo non inerisce una certa cultura della puntualità, che non concede nessun quarto d’ora accademico fuori dalle università? Ci sono luoghi di lavoro in cui o entri all’orario prestabilito, mettiamo le nove, o se entri alle nove e zerodue hai perso un’ora, ossia hai perso una parte di stipendio, e per due minuti di ritardo nel passare la tua banda magnetica nell’apposito lettore, devi farti un’ora intera in più per recuperarla. Va bene, la puntualità è un valore, ma un valore imposto con la minaccia della violenza è un fondamentalismo, e non va più tanto bene. È anche vero che se ci fosse il permesso di entrare tra le nove e le nove e un quarto, ad esempio, la maggior parte se ne approfitterebbe e entrerebbero tutti a ridosso delle nove e un quarto. Che è un po’ come dire a ridosso delle nove. Ma ne siamo sicuri? Siamo sicuri che si tratti di semplice opportunismo o “voglia di lavorare saltami addosso”? È un po’ come dire: i giovani sono tutti maleducati e non rispettano. Poi io vedo in giro solo giovani che chiedono scusa se urtano una persona per strada; che cedono il posto a una donna incinta o a chiunque ne abbia più bisogno; che si imbarazzano a chiederti una sigaretta e ti danno del Lei anche se potresti essere il loro fratellone; che si interessano del mondo a modo loro, senza sbandierarlo o comprare giornali, ma andando sui quotidiani online; che sono contenti di aver potuto votare, come azione civile; che sono più generosi di noi “adulti” con chi ti suona la fisarmonica in metrò; che fanno tanto i bulletti e ti rubano il cappello, ma se glielo vai a richiedere te lo ridanno, anche un po’ dispiaciuti… In poche parole, vedo dei giovani. Tutto questo per dire, che se magari si accogliesse un po’ di più una certa cultura del ritardo, che poi altro non è che una cultura della lentezza ritrovata, non credo che ci sarebbe una cloaca di opportunismo. Magari, vedendo il treno pieno, qualcuno potrebbe dire: va bene, prendo quello dopo; mi leggo ancora un po’ il free press o il mio romanzo; dai, dicevi?
Tutti più rilassati, che già fa freddo.

Gianmarco

Voice over

Il mondo del doppiaggio è un mondo che sto scoprendo piano piano. Non come diretto portatore di voce, ma come suo ligio correttore. E può capitare di dover correggere anche la più bella e precisa traduzione: capita che sfuggano al più abile traduttore espressioni gergali, frasi idiomatiche, combinazioni di termini che letteralmente  significano ben poco e racchiudono invece l’evocazione di un’immagine.
Oggi vi insegno che to be in the weeds, letteralmente “stare fra le erbacce”, rimanda alla situazione in cui si hanno talmente tante cose da fare in un tempo finito, che non si riesce a portarle a termine tutte, se non provocando un qualche disastro o provocando un qualche danno a qualcuno. In altre parole, essere nella merda, essere incasinati in maniera inverosimile, in troppe faccende affaccendato.
È una cosa che si può capire anche se non si è laureati in Lingue straniere.

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Il meteo è più semplice da dirsi nella stagione estiva, l’inverno è molto più mutevole, aldilà dell’immaginario collettivo che associa al freddo qualcosa di immobilizzante e di silenzioso e al caldo il movimento. Cosicché il freddo è male e il caldo è bene, ma io non ci credo.

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«Non posso sempre comportarmi bene per essere gentile» vuol dire, nel suo apparente nonsense, che si può, ad un certo punto, rifiutare di tentare di fare andare le cose nella maniera che abbiamo pensato fosse la migliore per il bene collettivo o di una persona in particolare. Ossia, quando il sacrificio non ha riscontro nella pratica della vita quotidiana, ci si può benissimo ritirare dal campo di battaglia senza dover per forza decretare un vincitore, bensì affermando semplicemente che ci si esonera da ogni tentativo ulteriore di una convivenza nello spazio delle relazioni che abbia un effetto diverso dalla semplice registrazione della presenza altrui nel mondo.

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Il voice over è un doppiaggio in cui si sente sotto il parlato originale.

Gianmarco